Recensioni

Danza e avvenimento. Elementi quasi sempre posti in evidenza dal gruppo isolano che da alcuni anni si fa chiamare La banda di Palermo, ex M.I.L. Proviamo a considerarli un tutt’uno: debutto nell’ormai lontano 1996 con La fame, un sound che, nel gettonato terzomondismo che fu, poteva accostarsi a quello della partenopea Polosud. Seguito l’anno dopo da Matrimonio, lavoro infarcito di un total kolo e una cura avant. Ne fanno le spese i ritmi serrati. Drip Drop è il metro di paragone della loro storia artistica. Appena varcato il millennium bug, i siciliani riacciuffano il rogue folk per riqualificarlo in un alveo murder ballad, per non dire zydeco. Ma spesso l’istinto è punk; che sia su registri Klezmer per Fel Shara Kannet, successore di Drip Drop, o rocksteady per K., qualche anno dopo, l’attacco iniziale di ogni battuta è una dichiarazione di fede al punk screziato.
Lo sguardo di rame è il loro ultimo lavoro in studio per Qanat e coglie in pieno una maturità per nulla espiata. C’è una maggiore increspatura dell’essere un gruppo siciliano oggi, maggiore identità à la Roy Paci tanto per intenderci (La canzone dell’avvelenato, Mi votu e mi rivotu, Uno due tre). Curioso l’inserto wave (La fiera) e la trama dreamy rock (Dalla scatola sono uscite due bolle), che pur racchiusi in se stessi, adulano, rapiscono e meravigliano. La title track e La canzone di Charms sono manifesto di scrittura che travalica l’underground, andando a toccare con ardore la cinematica, il miglior dub e la mesmerica world con quel tocco da bassa America che diventa sempre meno contrappunto revenant e sempre più leitmotiv di tutta la baracca (April, Il municipio, Kanonen Song).
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