Recensioni

Il comeback targato Mombu – in realtà passo numero tre, se si considera la riedizione/rilettura dell’esordio omonimo col titolo Zombie o addirittura quattro, se prendiamo in esame l’esperienza Spaccamombu – è un tour de force afro-grind che, se possibile, amplifica il portato del duo Mai-Zitarelli. Ci pensa l’opener Niger a mettere subito sui binari giusti il disco: il sax baritono del primo che si sdoppia e si contorce alla maniera di un Colin Stetson in solo, rimanendo sospeso nelle sue reiterazioni circolari fino a quando entra in gioco la batteria del secondo, vero e proprio tornado (afro/poli)ritmico che carica ancor di più la tensione del pezzo e inaugura quelle schermaglie da interplay estremo, quelle prove di forza strumentali, che segneranno tutto l’album.
C’è un senso di follia che pervade tutto il lavoro, incentrato com’è su una forzatura formale di stilemi provenienti da mondi altri e in apparenza distanti, che i due riescono a (ri)unire. E il terreno di ricompattamento funziona, fondendo un approccio che si direbbe da metal estremo, quasi da grind senza chitarre – quella occasionale di Cinghio in Mighty Mombu rievoca quella di Spaccamonti nel citato In The Kennel, ma è l’animo dei due ad essere “metal” dentro, tanto che non è un caso che escano per una label estrema come la Subsound – con l’altra grande suggestione, quella africana, declinata in forme tradizionali (il cantato di Mbar Ndiave in Carmen Patrios) o di rottura (lo sciamano posseduto nel vortice metal della citata Mighty Mombu).
Si fa un grosso parlare di musiche estreme, di elettronica oscura, di psichedelia pesante. Ci si diverte a giocare di rimandi e riferimenti, a trovare spunti, citazioni o eredità. Beh, nel caso dei Mombu, vale tutto perché tutto convive naturalmente, pur se sempre portato allo stremo delle forze dei singoli strumenti, in un continuo faccia a faccia possente e devastante, quasi da sfida all’ultimo sangue. E in questo duello scintillante il duo non perde mai la bussola della composizione, né si abbandona al parossismo rumoroso fine a se stesso, ma anzi costruisce paesaggi sonori di una tale ricercatezza mista a forsennata violenza – di Mai sappiamo, ma la screziatura delle ritmiche di Zitarelli è encomiabile – che si rimane a bocca aperta. E tutto con una strumentazione che dire ridotta all’osso è poco.
Sono una realtà grossa ormai i Mombu e, con tutti i distinguo del caso, è ora di dirlo: hanno le spalle larghe per reggere il peso dell’eredità vacante degli Zu.
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