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7.5

Dopo aver pubblicato a sorpresa in free download il suo precedente progetto, Pomegranates, che riprendeva, rielaborandola ed ampliandola, una sonorizzazione del film The Colour of Pomegranates di Sergei Parajanov, Nicolas Jaar torna a stregarci con musiche per film o epopee immaginarie appena abbozzate, al massimo semilavorate, lasciate aperte per permettere a noi di riempirle con i nostri ricordi, di abitarle anche, seppur fugacemente. Seguendo una personale idea di folktronica, o di elettroacustica tout court, il figlio di Alfredo Jaar l’illusionista entra in dialogo (rigorosamente in spagnolo) con il padre ed intitola il disco Sirens, “sirene”, con la stessa idea in musica ma senza il mare, con il fuoco aperto su una geografia scurissima, con le sole stelle ad illuminare, cosicché il richiamo verso l’ignoto sia ancor più naturale.

Contemporanea per brevi drappeggi di pianoforte, scrosci e fiammiferi nel vuoto che un po’ ricordano Burial, poi micro-segnali come se fossero trasmissioni radio lontane o theremin da un’altra dimensione, ancora altri suoni concreti che evocano un mondo rurale e latino: tutto accade dentro a un mood più che dentro a una qualsiasi progettualità negli 11 minuti dell’iniziale Killing Time, il brano più lungo della nuova prova di Jaar, e qualcosa del genere, anzi proprio la stessa cosa, succede anche più in là con The Governor e nelle successive tracce, salvo le magie, ovviamente. In una di quelle va in scena un ancheggio sensuale, Elvis e crooning rockabilly o giù di lì, e tutto poi prende una piega strafalciona, un oboe (o è un clarino?) starnazzante messo lì a fraseggiare free con un sax, un giro di piano (molto James Blake) avvitato su un disco rotto a settare un mood preciso che entra ed esce di scena. Espedienti che abbiamo già ascoltato nella sua produzione del resto, anche nell’esordio Space Is Only Noise o nell’Essential Mix per BBC Radio 1 (che tira in ballo Lynch e non a caso). Lungo la strada di questi 50s graffittari e universali, due newyorchesi che rispondono ai nomi di Martin Rev e Alan Vega avrebbero gradito la via Jaar all’incrocio tra laser e blues (Three Sides Of Nazareth). Nei momenti più ambientali il fuoco si stringe sul micro, sull’elettroacustica straight edge (Leaves). Poi Jaar si sa, ogni tanto si ricorda che è partito dai ritmi, e così la ballata cantata in spagnolo, in levare, si chiama No, ed è un reggaettino un po’ blasé, niente producing elettronico, tutto molto agreste, semplice, e senza guasti.

Il disco dicevamo, al netto di suoi momenti più “pop” – vedi anche l’American Graffiti sul finale doo wop History Lesson – conquista nel settare il mood su questo mondo terribilmente avvolgente, paesaggistico, naturale, eppure così haunted, buio, abitato da momenti sublimi dove un’oscurità tutta latina scivola nel regno del magico e neppure te ne accorgi. Sta lì la scelta anche coraggiosa di chiamare il disco Sirens e di non metterci né marinai né acqua, ma un invisibile fil rouge politico. Jaar ricostruisce alcuni fatti cruciali della storia cilena in un disco che rappresenta il calco del ricordo di quei momenti rivissuti attraverso conversazioni astratte e immaginarie con il padre e rigorosamente in spagnolo, chiacchiere che si perdono nell’infanzia del musicista, acquistando un alone di finzione, e che diventano anche surreali come in un romanzo di Gabriel García Márquez. La scritta che si legge nell’album Ya dijimos no pero el si esta en todo, tradotta significa “abbiamo già detto no ma il sì è ovunque” e si riferisce al momento in cui il popolo cileno, affermando il “no”, approvò, tramite referendum, la democrazia nel Paese, determinando così la fine dei 15 anni di dittatura di Augusto Pinochet. Al Generale subentrò Patricio Aylwin, ma il “sì” è “ovunque” porta ad un inevitabile “nulla cambia davvero”.

Da qui la sensazione che si ha all’ascolto di un album terrestre, di terra natia, ma anche di terra universale, dove tutto ciò che accade, accade all’aperto, dentro a qualche casa e poi di nuovo nei cortili, e da lì oltre le staccionate verso l’oscurità, verso una mistica che è poi la meta di un disco che scivola di mano, dalle orecchie. Pure nei momenti in cui qualcosa si coagula tra sample raminghi, rapiti in questo casalingo abbandono quotidiano, la sensazione è che niente qui sia fatto per rimanere, perché tutto alla fine è sempre stato e sempre è. C’è bisogno di un ascolto immersivo per apprezzare e immaginare a nostra volta il Sirens di Jaar, e molto spazio è stato dato all’ascoltatore, volutamente. Una volta entrati qui è un po’ come è successo nei momenti migliori di Twin Peaks che risolvevano la dicotomia tra il sogno del Post War Dream e l’incubo dietro l’angolo, in una trascendenza ambivalente ed non conoscibile. Ecco, da questi incantesimi difficilmente si esce.

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