Recensioni

6.5

Fortuna? Furbizia? Abilità? Non lo sappiamo con precisione, fatto sta che per gli inglesi Palma Violets la strada verso il successo sembra veramente spianata. Si formano a Lambeth, Londra nel 2011 e nel giro di pochi mesi diventano i nuovi pupilli dei media britannici: hype dal basso e successivo contratto con la Rough Trade, NME che inserisce la loro Best of Friends al primo posto tra le migliori canzoni del 2012, la guestata da Jools Holland e la nomination nella lista BBC Sound of 2013. Tutto facile, forse troppo, tanto che diventa altrettanto facile provare antipatia e rischiare di partire prevenuti verso il loro album di debutto intitolato 180.

Con un artwork inzuppato di cliché inglesi, 180 è stato prodotto da Steve Mackey (Pulp) e Rory Attwell (Test Icicles) e sulla carta punta a trasformare i Palma Violets nel nuovo punto di riferimento della scena brit-indie/garage. Perchè dopo i The Libertines, solo gli Artcic Monkeys sono riusciti – per qualche tempo – a concentrare una mole così elevata di attenzioni. Da allora tanti tentativi, tante meteore e tanti gruppi dimenticati. Potrebbero riuscirci i Palma Violets?

Tra attriti Clash-punk (Rattlesnake Highway, I Found Love), vicinanze stilistiche con i The Vaccines, cambi di ritmo, urla sguaiate e scappatelle di ubriaca eleganza (Three Stars), il livello medio dei brani è piuttosto elevato e rimane tale lungo quasi tutta la durata del disco. E’ un discorso su due livelli quello che va fatto su di una uscita come 180: da un lato la band inglese sembra l’ennesima meteora destinata a riempire le playlist dei dj nei locali indie (e stereotipi vecchi di una decina d’anni annessi), dall’altro – nonostante le copertine e tutto il resto – suonano con una credibilità di fondo e soprattutto con un estro fuori dal comune.

Spiccano in questo senso Last of the Summer Wine, chitarre e organo prima di lanciare un arpeggio jangly (non lontano come tiro dal riff di All The Garden Brids) che apre le porte ad un chorus dal sapore anthemico/senza tempo, Chicken Dippers – inizialmente intitolata Happy Endings nei live – e i The Doors in versione garage-rock di Tom The Drum. I ruoli e i timbri vocali dei due leader si intrecciano senza sbavature e non sorprende se certa stampa ha già iniziato a paragonare Sam Fryer (chitarra e vocione profondo) e il più istrionico e teatrale bassista-cantante Chilli Jesson alla coppia Barât-Doherty.

Non può avere e non avrà mai l’impatto storico di un Up the Bracket, sia per motivi anagrafici sia per una cifra qualitativa inferiore, ma a volte è bello anche lasciare da parte certe considerazioni e provare a godersi musica senza pretese. Lo abbiamo fatto all’epoca, lo possiamo fare anche oggi.

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