Recensioni

6.5

Che suoni produce il deserto? Come reinterpretare i suoi richiami? Con quali note declamare la sua poesia solitaria? Progetto ambizioso, quello di tradurre in musica il sospiro rubato al sacrario vegliato da sabbia e cielo. Il deserto è vasto ed enigmatico, foderato solo da lontani echi di fauna, dal sibilo del vento e da qualche erbaceo che ritma una danza nel sole. E’ una landa che elargisce essenzialità e sprazzi di accidentalità, impeto e quiete, cadenze irregolari, effetti destrutturati, gli stessi che i Polar Bear aspirano a rievocare con la loro ultima produzione.

Same As You è influenzato dalla liturgia dei suoni della natura, dall’esperienza sensoriale vaga eppure cruciale che certe latitudini sono capaci di donare. Seb Rochford ha trascorso un mese e mezzo, col produttore Ken Barrientos, nella Morongo Valley (deserto del Mojave), in un viaggio che deve aver particolarmente toccato l’anima del batterista, nonché leader dei Polar Bear. Rochford, musicista eclettico che vanta collaborazioni con artisti dagli stili trasversali – Brian Eno, Yoko Ono, Paul McCartney, Patti Smith, Beck e Paolo Nutini, solo per citare quelli del filone mainstream – ha stabilito che i componimenti fossero anche mixati nella regione desertica californiana. Il disco risulta un vero e proprio tributo a quel luogo: ne intercetta le risonanze e ne ritrasmette il mood positivo. Rochford desidera convogliare nella sua creatura tutto l’ottimismo accumulato nella piana assolata, per recapitarlo ai fruitori di Same as You, alla stregua di antidoto ai veleni di una stagione contrassegnata da aspri conflitti sociali, molteplici lacerazioni razziali ed estese ostilità militari.

Una sorta di inno alla vita che estromette odio e si traduce nell’apertura di Life Love And Light, spoken esistenzialista affidato alla voce del giamaicano Asar Mikael. Sospinto dai tempi voluti da Rochford alle percussioni, e dalle discrete sottolineature di Tom Herbert al contrabbasso, l’album intraprende il suo vero e proprio percorso con gli oltre dieci minuti di We Feel The Echoes, brano sinuoso e sospeso caratterizzato dalle intercalazioni tra i sassofoni di Pete Wareham e di Mark Lockheart. I Polar Bear profondono un flusso emorragico di creatività originato dal jazz, ma dai contorni indistinti, qualcosa che sembra addirittura ricondurre al meta jazz. Vivacizzato dal suo incedere tribale, The First Steps sfrutta l’elettronica di Leafcutter John per erigere un inatteso mash-up tra trip hop e lounge. Ad Of Hi Lands appartiene una linearità transitoria che presto si estingue nella ricca tessitura di Dont Let The Feeling Go, dove si ripresenta la sperimentazione che ha reso celebre il linguaggio della band.

Unrelenting Unconditional, una suite che sfiora i venti minuti, chiude il sesto album del combo londinese stingendo l’audacia in un mesto commiato. Same As You è prova maiuscola di un ispirato Sebastian Rochford e dei suoi talentuosi sodali.

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