Recensioni

Ci sentiamo quasi in colpa ad iniziare il 2016 dovendo placare subito l’ondata poptimism che ha caratterizzato l’anno appena concluso. Certo, nonostante album generalmente gradevoli e ben prodotti, crediamo sia comunque giusto rimanere vagamente scettici verso l’esagerata acclamazione che ha accolto le ultime uscite targate Carly Rae Jepsen o Taylor Swift (e di striscio addirittura Justin Bieber). In questo senso fa quasi piacere sapere che – nonostante tutto – continuino ad uscire album di pop music al 100% becera dall’inizio alla fine, priva di qualsiasi appiglio o pretesto (pseudo-femminismo, producer di spicco, ecc…) che possa giustificarne l’esistenza. Se l’anno scorso questo ruolo è stato senza ombra di dubbio coperto da Title di Meghan Trainor (improponibile rigurgito retro-bubblegum/doo-wop finito tra i dieci album più venduti del 2015), quest’anno potrebbe essere il turno di Wildfire di Rachel Platten al quale, in ogni caso, non auguriamo altrettanta fortuna.
Dopo essere rimasta lontana dai riflettori per oltre un decennio, a metà del 2015 Rachel Platten ha trovato il successo con Fight Song, uno dei singoli (contenuto nell’omonimo EP) più terribili della scorsa stagione: un testo già di suo patetico ad altezza anthem-motivazionale (“This time this is my fight song. Take-back-my-life song. Prove-I’m-alright song. My power’s turned on. Starting right now I’ll be strong“), reso ancora più patetico dalla patina Disney che si appoggia violentemente su arrangiamento e melodia. Una peggio-americanata capace però di arrivare al numero uno anche in Inghilterra. Non si discosta di molto da questi contesti quasi grotteschi (anche perché, non dimentichiamolo, la Platten ha quasi trentacinque anni) l’esordio lungo Wildfire, pubblicato da Columbia con l’aiuto di tanta ed assortita manovalanza del giro major.
Probabilmente si tratta di un prurito soggettivo, ma lungo la tracklist tutto, veramente tutto, sembra essere stato realizzato per risultare il più irritante possibile. Per dirne una, la scelta dell’unico ospite dell’album è ricaduta su mister Andy Grammer, colui che un anno fa girava per le radio (fortunatamente non quelle italiane) con quella sorta di versione aggiornata di Cotton Eye Joe che era Honey, I’m Good. Se volete farvi del male, questo è il video. A proposito di vibrazioni dance-country, assolutamente insostenibile Lone Ranger, un incrocio tra le peggiori tradizioni US-redneck e quelle mitteleuropee. Brani come Stand by You (dietro c’è anche lo zampino di Bleachers) sono tentativi di ripetere l’inspiegabile expoloit di Fight Song, mentre l’approccio al pop di canzoni come Speachless o Beating Me Up è di quelli che si sperava di avere sepolto con l’inizio del nuovo decennio (vedi Kelly Clarkson o Hilary Duff): in generale, l’intera opera sembra uscire da certe bassezze anni Zero, tanto che le scelte stilistiche più moderne sono da rintracciare negli scialbi drop di You Don’t Know My Heart o in alcune vibrazioni più vicine al nuovo r&b presenti in Congratulations, unico episodio decente. Neppure la ballata Better Place riesce a fungere da àncora di salvezza in mezzo a tanta positività Glee-pop.
Senza girarci troppo intorno, uno dei peggiori album degli ultimi anni.
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