Recensioni

7

Questo disco avrebbe potuto non vedere mai la luce e, manco a dirlo, sarebbe stato un grande peccato. Dopo i consensi ottenuti con l’omonimo album d’esordio pubblicato nel 2011, gli australiani Royal Headache hanno faticato a mantenere intatta l’armonia interna e soprattutto quella voglia di suonare dal vivo che li aveva resi una vera cult band locale tra il 2009 e il 2010, tanto che lo scorso anno il leader della formazione Shogun ha addirittura dichiarato di aver lasciato la band, pur continuando a scrivere musica in solitaria. Fortunatamente così non è stato, e se il secondo album High è uno dei casi discografici di questo pre-autunno 2015 è proprio grazie a Shogun, mai così presente, prorompente e istrionico. Un frontman vecchio stile, ad incarnare la ruvidità del rock con la giusta personalità e sfrontatezza.

Quelli proposti dai quattro di Sydney sono brani spiccatamente semplici, sia a livello di testi – tematiche love-related piuttosto basilari – sia a livello musicale (a parte alcuni casi, sono le classiche canzoni da tre accordi in meno di tre minuti); a fare la differenza è lo stesso Shogun, con il suo modo di cantare incredibilmente passionale e sincero. Un incrocio tra canoni punk e il soul più ruvido e di pancia.

Il super singolo Carolina esce dal mood generale del disco – regalando sprazzi melodici degni di un Rod Stewart che interpreta i Replacements in formato college rock – così come Wouldn’t You Know e la sua cadenza mid-tempo, brano che suona come un grande tributo a certo soul chitarristico di inizio ’60s, mentre la titletrack è uno dei massimi esempi di stradaiola sgangheratezza garage-rock di recente memoria. Per il resto High è un concentrato di punk che esce dritto dal 1976, registrato e prodotto (con l’aiuto di Owen Penglis) con la stessa grana grossa dell’epoca (Electric Shock è un incrocio tra Ramones e Buzzcocks). Pochi gli effetti speciali, il tutto suona come se fosse stato inciso in presa diretta con tutte le micro imprecisioni del caso.

In quasi tutte le belle storie c’è un momento in cui una band trova la giusta strada verso orizzonti più ampi senza necessariamente ostracizzare le proprie origini, ed è in quel momento che solitamente vengono fuori le cose migliori. Per i Royal Headache, High sembra proprio immortalare quell’istante, grazie ad un songwriting più maturo ed eterogeneo che lascia intravedere un futuro roseo – incomprensioni interne permettendo – ben assestato fuori dai contesti punk.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette