Recensioni

7.2

Vanno principalmente ad Alessandra Patrucco e ad Angelo Conto –
rispettivamente vocalist e pianista – i meriti di questo splendido
progetto che recupera motivi della tradizione piemontese –
filastrocche, proverbi, ninne nanne – per riadattarli ravvivandoli in
una dimensione jazz contagiata di avanguardia, sdilinquimenti blues e
suggestioni etniche, senza mai perdere quel senso di magica remissione,
un incanto misterioso e confortevole che sembra esalare da quel mondo
dietro l’angolo dimenticato un attimo fa (e sembra un secolo). I
germogli fanciulleschi di Tuca cicin e Trata burata finiscono per stemperarsi in una fatamorgana di voci e farragini jazzy, processo che in O lumagadiventa esplicito, iniziando con una sorta di field recording della
versione tradizionale che poi diluisce in un vaporoso languore.

Più
che di una riattualizzazione, che avrebbe rischiato di inciampare nei
pericoli della contemporaneità ad ogni costo, si tratta di un’accorata
dimostrazione d’amore per certe radici colpevolmente relegate
nell’archeologia sonica, le quali ricambiano mostrandosi vive,
versatili, feconde di presente e – perché no? – di futuro. Basta
registrare bene – ovvero con sincerità, impegno e ingegno – la sintonia
tra piano, contrabbasso, clarinetto, percussioni e la invero splendida
voce di Alessandra, capace di arguzia volatile, di brillante quieta
leggerezza. Allora possono accadere scioglilingua bossa-funk intricati
e intriganti (Cuntanda), rumbe-cha cha cha come un Paolo Conte in vena di metafore felliniane (la title track), meditazioni paniche (Valzer d’inverno) e calde fusioni jazz-soul (Admurese an zé), spiritual-folk (Su su – Poggiasole) e soavi mestizie in forma di ballata (Anima placida). Un disco, che è anche uno spettacolo live, meritevole di rispetto e attenzione.

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