Recensioni

My advice / No advice / Gonna do things my own way
Considerato che le cose a modo loro i fratelli Mael le fanno dal 1971, Do Things My Own Way, singolo apripista dal loro album numero ventisei (!), suona proprio come il manifesto di una carriera. E che carriera. Tralasciando il pregresso, solo a contare i dischi pubblicati dal 2000 in poi MAD! è l’ottavo, tacendo diversi altri progetti tra pellicole, drammi radio, colonne sonore, tour, side project e quant’altro (trovate tutto nella nostra monografia); una rarità per un act musicale tanto longevo, tanto più se si considera che arriva a soli due anni dall’ottimo The Girl Is Crying In Her Latte, un lavoro talmente riuscito, nonché uscito al culmine di una grande e trionfale operazione celebrativa (sulla scia del documentario The Sparks Brothers di Edgar Wright e l’endorsement di star come Cate Blanchett), da sembrare l’ultimo giro di campo prima dell’inchino finale; la traccia conclusiva di quel disco, Gee That Was Fun, se non era un commiato gli somigliava davvero tanto. Macché.
Con Ron che ha tagliato il traguardo delle 79 primavere e Russell segue a ruota con 76 (ad ogni nuovo disco il conteggio è obbligatorio), abbiamo il sospetto che non abbia più davvero senso ipotizzare un album finale degli Sparks: è sicuramente un problema nostro più che loro, che da bravi workaholic (stanno per imbarcarsi in un tour mondiale – e ricordiamoci che sono gli stessi che nel 2007 hanno riproposto tutti i loro album dal vivo in una serie di concerti), continuano a sfornare canzoni a getto continuo tradendo, oltre al necessario mestiere, un’ispirazione comunque indubbiamente contemporanea (soprattutto nei testi, attraverso l’espediente del commento satirico), che si innesta in quell’approccio umoristico-iper-pop-massimalista che, nella sostanza, è sempre lo stesso. Per fortuna.
A variare, sebbene di poco, è la forma: come dimostra il summenzionato brano offerto in antipasto e posto in apertura scaletta, con il suo parossistico riff di chitarra quasi rockabilly à la Suicide, i synth oscuri, l’incedere simil-industrial martellante e minimale e un testo ripetitivo e ossessivo, Ron e Russell restano riconoscibili ma stavolta li ritroviamo agguerritissimi, abrasivi come non ce li ricordavamo; motivi per essere “mad” (da intendere come “furiosi”) in effetti, oggi non ne mancano (non dimenticando di regalare versi super sparksiani come “Saw the Pope / Told him, ‘nope’ / Gonna do things my own way”).
Ancora chitarre cattive e quasi metal – non senza ironia, ovviamente – la fanno da padrone in Hit Me, Baby con corredo di sintetizzatori ululanti e trame melodiche che rimandano a certo Britpop (i Blur dell’omonimo o i Pulp di This Is Hardcore? Fate voi), laddove invece Jansport Backpack sembra smorzare i toni, in una raffinata e intelligente satira sociale a suon di reminiscenze pop anni ’60 che prende di mira gli oggetti del consumismo come già fatto in passato (in questo caso, uno zaino sportivo), mentre Drowned In A Sea Of Tears, melodrammatica e con un tema simile alla title track del disco precedente, è la cosa più vicina a una indie ballad anni ’80 (Smiths o anche Church) nel loro repertorio recente.
Al netto, il livello e il tiro sono quelli delle prove degli ultimi anni (Hippopotamus e A Steady Drip, Drip, Drip), con un po’ di “arrabbiatura” e dramma in più. Ma a vederla tutta, per chiunque abbia dimestichezza con l’output del duo, ce n’è – ancora una volta – per tutti i gusti. Volete gli Sparks orchestrali, drammatici e classicheggianti di inizio millennio (dalle parti di Lil’ Beethoven)? Ecco I-405 Rules, Don’t Dog It, A Long Red Light e Running Up A Tab At The Hotel For The Fab (ispirata alla truffatrice Anna Delvey, che si finse una ricca ereditiera per vivere la dolce vita a scrocco). Siete più legati a quelli glam-camp-british invasion di inizio carriera? Ecco Lord Have Mercy (Beatles e Bowie senza troppo girarci intorno) e A Little Bit of Light Banter (con tanto di marcetta). Preferite l’europop sempre amatissimo dei tempi di No. 1 In Heaven? Ecco Daylight (che sembra uscita da un disco degli OMD) e My Devotion (come cantare in modo romantico, assurdo e decisamente comico di fandom ossessiva- “I’ve got your name written on my shoe / and I’m thinking of getting a tattoo”).
E così via. Lo avrete capito: MAD! è un altro disco degli Sparks, in un mondo in cui ci sono già altri venticinque dischi degli Sparks. Che non sono mai abbastanza.
Amazon
