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    13
    2017

Album

Innovative Leisure

Nonostante la progressiva riforma psichedelica dell’ormai affermato giro Ty Segall/Thee Oh Sees e l’accentuato slackerismo nobrain delle combriccole Burger Records, il garage rock californiano continua ad essere un punto fermo della scena indie rock americana, con una pletora di formazioni allucinate con in testa una manciata di accordi e pochi sogni di gloria. Esistono poi rari esemplari dal potenziale più ampio. Tra questi ultimi potrebbero posizionarsi The Molochs, band stanziata a Los Angeles e guidata da Lucas Fitzsimons, voce e chitarra di origini argentine. Il nome (il Moloch è una sorta di divinità mitologica associata a sacrifici umani) potrebbe essere fuorviante: non siamo infatti di fronte all’ultimo esemplare di psy-garage dall’estetica giocosamente pagana (gli ottimi King Gizzard & the Lizard Wizard ad esempio) ma ad un progetto che porta avanti scelte stilistiche decisamente più sobrie e tradizionali rispetto a quelle di molti colleghi.

Un classicismo – fortunatamente – tutt’altro che destinato ad attempati individui con tendenze un po’ riccardone e un po’ da dad-rockers: lungo le undici tracce del secondo album America’s Velvet Glory (il primo, Forgetter Blues del 2013, è passato completamente inosservato) non c’è spazio per inutili virtuosismi o per pose da salvatori del rock & roll. Tutto suona molto diretto e compatto (rarissimi gli sgarri alla regola dei tre minuti), in un concentrato di semplicità melodica infarcita di numerosi rimandi al grezzo rock degli anni Sessanta e Settanta. L’impatto è immediato, con un uno-due iniziale ritmicamente dinamico: Ten Thousand è una uptempo scanzonata tra stilemi garage, tastieroni e suggestioni di confine tutte a stelle e strisce, mentre No Control, dopo l’introduzione jangly (tra la Rickenbacker di George Harrison e quella di Roger McGuinn), sfocia in cadenze ed abrasioni proto-punk (i Modern Lovers di Jonathan Richman sembrano essere uno dei principali punti di riferimento). Il brano cardine arriva immediatamente dopo, ed è quella Charlie’s Lips (nostalgica e contagiosa midtempo, in un certo senso catchy nella sua ciclicità) in cui sembra palesarsi costantemente un danzereccio Mick Jagger dietro al microfono.

Il livello medio compositivo non si abbassa in una parte centrale del disco che mostra una certa varietà di soluzioni (seppur all’interno di un contesto ben definito). Sequenze jingle-jangle rétro (torna il Beatles meets Byrds) nell’intro di The One I Love, un reparto di pigre chitarre (un’acustica e una slide) dilatano l’acida The Trouble With You, prima che un didascalico Fitzsimons inizi a scandire «I was born in the city. I was born to be free. I was born in a faraway town that should never, ever sleep» nella notturna Little Stars, ottimo contraltare a No More Crying, sfrenata filastrocca che non sfigurerebbe in qualche ballroom delle midlands texane. Ricalcando parte del secondo tragitto (quello del 1949) di On The Road di Kerouac, nella parte finale l’America’s Velvet Glory si concretizza in sentori East Coast: You and Me ad esempio è un ibrido tra i 70s di Lou Reed e di Bob Dylan. Il primo torna poco dopo in modo quasi sfacciato in New York, il secondo nella conclusiva You Never Learn.

Anche se è francamente impossibile rimanere a bocca aperta per un prodotto così derivativo, quello pubblicato via Innovative Leisure è un bel dischetto dal replay facile, adatto ad un ascolto senza troppe pretese e destinato non solamente ai seguaci degli artisti sopracitati, ma anche agli amanti delle sonorità di scuola Allah Las.

31 gennaio 2017
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