Recensioni

7.1

Dopo quasi tre decenni in cui lo shoegaze è stato principalmente di dominio inglese (e in parte americano), nell’ultimo anno solare stiamo assistendo ad un vero e proprio ribaltamento geografico: le opere più interessanti sono infatti state partorite in territori storicamente meno avvezzi a certe sonorità, nel dettaglio in Finlandia (Ujubasajuba dei Kairon; IRSE!, 2014), in Russia (Everything Else Matters dei Pinkshinyultrablast) e in Svezia (Last Forever dei Westkust). Qualcuno rievocherà i Serena Maneesh o i Joensuu 1685 di una decina di anni fa, ma quelli erano perlopiù casi isolati, qui invece siamo proprio di fronte a qualcosa di più corposo.

In questa sede ci concentriamo sull’opera prima dei Westkust (ovvero West Coast), formazione dell’area di Göteborg parallela ai già lanciati Makthaverskan (che torneranno a breve, e se il livello è quello del singolo Witness c’è da ben sperare) con i quali condividono chitarra (Gustav Andersson) e basso (Hugo Randulv). Se i Makthaverskan modellano trame di derivazione post-punk e una voce (quella di Maja Milner) a tratti fanciullescamente sguaiata, i Westkust rielaborano le regole non scritte dei capisaldi shoegaze e noise-pop in un congeniale formato canzone.

Le melodie – spesso proclamate a mo’ di quel dialogo a due voci che miete vittime sin dai tempi di Soft as Snow – sono anthem intensi e spensierati tanto che (oltre ai The Raveonettes di Observator) risulta facile fare il nome di quei Pains of Being Pure at Heart che avevamo già citato in occasione di Everything Else Matters: i generi di riferimento sono in parte altri, ma la capacità di catalizzare la verve dei vent’anni è la stessa. I My Bloody Valentine (in questo caso, quelli di Isn’t Anything, ripuliti e meno propensi al terrorismo sonico) sono sempre sullo zerbino pronti a bussare alla porta per chiedere i diritti d’autore, ma non siamo di fronte agli ennesimi cloni (in questo senso può essere d’aiuto l’ascolto dei francesi Venera 4) tutto suono e zero scrittura.

I Westkust sanno comporre pop songs con un’apparente clamorosa facilità; anzi, sembra che certi “appesantimenti” servano principalmente per evitare un eccesso di immediatezza che ne minerebbe la longevità. Furioso ma caramellato, Last Forever si apre con il singolo Swirl, un inizio perfetto ed emblematico nel suo piglio guitar-pop dal ritmo sostenuto e dalla melodia killer. La formula di Swirl è a grandi linee la medesima degli altri otto episodi del disco: tappeti di chitarre fuzz (con un layer acustico che di tanto in tanto emerge) sopra ai quali si muovono armoniosi e veloci arpeggi, il tutto scandito dal drumming di scuola Colm O’Ciosoig. Luminoso noise-guitar-pop che sprona al repeat.

Prese singolarmente, le voci di Gustav Anderson e Julia Bjernelind non brillano di luce propria, ma la loro continua alternanza crea un effetto a dir poco gradevole. L’esempio perfetto è 0700, brano che mastica C86 e jangle pop e li fa girare insieme come in una centrifuga indomabile. Dishwasher è un altro gioiellino, così come una Weekends (già pubblicata un paio d’anni fa) capace di sprigionare un’energia difficile da spiegare a parole: un tripudio di good vibes che sta sulla linea immaginaria che divide la nostalgia dall’here-and-now. Da segnalare anche la perla finale Another Day e il suo retrogusto vagamente manchesteriano.

Non tutto Last Forever è al livello dei brani citati, ma la forza del disco è proprio in quei minuziosi dettagli che rendono apprezzabili anche i (pochi) brani più anonimi, come nel caso di Easy e del suo finale che sublima in un mare di feedback e cori.

Nel suo piccolo, il qui presente non è solo la coronazione di un lustro di gavetta (consigliamo di ripescare i primi singoli e l’EP Junk del 2012) ma anche uno degli album più genuinamente contagiosi che ci sia capitato di ascoltare in questa prima parte del 2015. Se Everything Else Matters è un disco di testa, elaborato e basato su fantasiosi intrecci, Last Forever è un disco di pancia, dinamico e immediato. Ed è già culto.

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