Recensioni

Era tutto già scritto. Prevedibile come il caldo a luglio, il successo degli Years & Years continua ad aumentare grazie ad una macchina mediatica ben strutturata che mese dopo mese ha trasformato la pop band inglese da progetto ruffiano ma di nicchia (perfettamente in linea con il culto Kitsuné) a vero e proprio fenomeno di massa. Chi ha seguito l’evoluzione di Olly Alexander (ormai al limite dell’icona teen) e soci non fatica ad individuare nell’ EP Y & Y il punto cardine della svolta top40 degli inglesi: come si evidenziava in fase di recensione, gli Years & Years mostravano “una maggiore tendenza al beat dancey rispetto alle prime release, mantenendo però salda la propria posizione all’interno di una zona inabitata della discografia inglese“, tra pop da boyband, suoni UK club e colorato nu-r&b.
Ma se Y & Y EP funzionava proprio perché si muoveva sulla linea di confine tra genuina esuberanza giovanile party-oriented e la mercificazione della stessa in un concentrato di potenziali hit (King lo è poi diventata), l’album d’esordio Communion finisce per spostare il baricentro verso un target che passa le giornate tra un tormentone di Kygo e uno di OMI, aumentando di fatto la probabilità di trovarci di fronte ad un prodotto dal destino effimero. I principali problemi di Communion ovviamente non risiedono più di tanto in quella metà di tracklist già stra-assimilata negli scorsi mesi (Take Shelter, Desire, King, Real, Eyes Shout e Memo), quanto invece nelle restanti tracce, apparentemente assemblate senza troppa convinzione cercando di non perdere mai di vista l’obiettivo radiofonico, e portando in primo piano la voce iper patinata di Olly Alexander, che alla lunga tende a diventare irritante. Traccia dopo traccia, infatti, si sfalda la sensazione di essere davanti ad un progetto ispirato e diventa concreto il timore di avere a che fare con un gruppo che, in quanto limitato, riesce a dare il proprio meglio sul formato breve.
Il nuovo singolo Shine torna a maneggiare le sonorità pop-house di Y & Y EP senza però risultare ugualmente redditizio in termini di immediatezza melodica e di trasporto. Lo stesso si può dire di Worship, altro tentativo – non riuscito – di rimanere saldi all’interno dell’Y&Y-sound, mentre altrove tutto ruota attorno a beat che, per quanto non necessariamente banali, finiscono per essere eclissati dai crismi della canzone pop voce-centrica (Border). Emblematica, in questo senso, Gold, dove cori da stadio e vocalizzi Glee-friendly rendono sprecata e priva di appeal qualsiasi intuizione elettronica.
La versione deluxe non porta a sostanziali cambiamenti, se non due estremizzazioni dei due vertici entro i quali si muovono i Nostri: la ballad (1977) e il revivalismo house ’90 portato ai nostri giorni (I Want To Love). In definitiva, Communion è materiale glitterato formato X Factor da prendere a piccole (piccolissime) dosi, per evitare che provochi l’effetto contrario di quello prefissato, ovvero tedio e sbadigli facili.
Amazon
