Gimme Some Inches #46

Veloci e senza fronzoli, entriamo subito nel vivo del nostro appuntamento mensile coi formati “minori”, cominciando con un 12” split inciso su un solo lato che è gioia per gli occhi oltre che per le orecchie. A dividersi una co-produzione firmata Brigadisco, No=Fi Recs, Escape From Today e Lemming sono la vecchia conoscenza Gianni Giublena Rosacroce e la new entry Maria Violenza. Il primo innesta nel suo giro del mondo in musica influenze sempre più world, impreziosite dal cantato ondivago e fascinoso di Galilea Mallol, derive ipnotiche e vagamente malinconiche (Angkor Wat), così come squarci sognanti (Coronaria) ammantati sempre da un retrogusto psichedelico immaginifico e a volte virati verso “intrippanti” atmosfere filmiche (XI Comandamento). Maria Violenza risponde a tono, incupendo però i toni tra melodie arabeggianti e suoni syntheticamente freddi, lontani echi mediterranei e pause minacciose. Bel trip, peccato per la scarsa durata.

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Riducendo i giri, ritroviamo gli Staer con un nuovo 7” dopo l’ottimo Daughters: a pubblicare  è la mitica Staalplaat e a condividere il vinilino è Horatio Pollard, ennesimo misconosciuto genietto di un’Europa sotterranea mai così affascinante. Il trio scandinavo va di scatafascio sonico come d’ordinanza in Dresden Dynamo, tra digressioni noise e abrasività heavy, mentre il sodale infila su un solo lato tre brevi ed eclettiche tracce di claudicante funk, sperimentazione free(tta), allucinazioni da psilocybe, horror-soundtrack andata a male, groovin’ selvaggio e storto. In poche parole, un must per chi ama le cose “strane”. Vinile trasparente con artwork a poster di Dave 2000.

In questo giro del mondo in tutti i formati, abbandoniamo il vinile e passiamo ai nastri con l’esordio per Under My Bed e Old Bycicle di Stefano De Ponti, Like Lamps On By Day. Compositore di musiche per il teatro, De Ponti traspone le immaginarie e visionarie atmosfere dei suoi lavori in una tape da mezzora scarsa in cui si muove tra polverosa e gracchiante ambient, atmosfere cinematiche sospese, cupi slanci avant, elettroniche stranite in bilico tra drone ed elettroacustica mefitica, malinconici contrappunti di piano, senso di disagio generalizzato e ottima capacità evocativa. Ciò che di solito si richiede a lavori del genere, ma qui, sinceramente, si va molto oltre.

Per concludere il giro del mondo dei formati, dopo vinile a 12 e 7” e nastro tocca all’impalpabile mp3. È A Centripetal Fugue di AV-K, giovane musicista italiano che si sta facendo un nome anche fuori dai confini – prossimo l’esordio per FatCat – l’album impalpabile del mese, con le sue sinusoidali evoluzioni a metà tra l’ambient più rarefatta e il droning meno canonico spruzzato di asprezze industrial e glitchismi vari che contribuiscono a costruire un immaginario insieme gelido e umano, visionario e minaccioso. Con un piccolo sforzo, non saremmo lontani dalle lande made in Miasmah, ma per ora lodiamo la nostra net-label Laverna, per cui il disco “esce”.

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Nuovo singolo e nuovo debutto per Sacred Bones. Dopo la recente rottura degli australiani Slug Guts, ecco subito emergere un altro progetto a nome Prolife che vede coinvolti James Dalgliesh e Nicholas Kuceli, rispettivamente voce e sax nella band appena scioltasi.  Su questo Overheated il duo dà vita a due lunghe tracce, dove la minimal wave di scuola Suicida incontra i suoni analogici della techno d’antan, dando vita ad ossessioni reiterate per 6 minuti abbondanti per brano. Synth abrasivi e beat martellanti sorreggono un’immancabile voce afona e scazzata. Non la più originale delle ricette, a dirla tutta, ma pur sempre apprezzabile come primo singolo. Staremo a vedere cosa i due australiani saranno in grado fare.

Discorso ancora più amaro per Dark Blue, il nuovo progetto di quel John Sharkey III già fondatore di Clockcleaner e Puerto Rico Flowers. Benchè la press release della label (Katorga Works) parli di un sound in cui si incontrano Stone Roses e Last Resort, quello che emerge della preview di questo 7 pollici non sembra altro che una versione più (punk)rock dei recenti PRF. Quattro accordi neanche particolarmente azzeccati, batteria mid-tempo drittona, ritornelli e stacchi decisamente troppo anni ’90 (o, in una parola, banali). Se non fosse per il fatto che a porre la firma su questo lavoro c’è l’autore di un album come Babylon Rules, non staremmo neanche qua a parlarne.

Fortunatamente ci pensa un altro paio di singoli a tirarci su il morale. In primis diamo il benvenuto a un nuovo gruppo proveniente dall’alcova di Copenhagen, che ultimamente sta sfornando tante piccole perle (Posh Isolation, Vår, Croatian Amor etc). Al debutto su vinile corto arrivano infatti gli Hand Of Dust, trio di folk-rock nervoso e cadenzato, che rilascia quattro brani brevi e agguerriti per la Blind Prophet di Sean Ragon dei Cult Of Youth. Ancora poco per farsi un’idea più completa ma sembra che le credenziali per un buon primo album ci siano tutte. Soprattutto, per una volta un gruppo nuovo che non cerca di cavalcare l’ennesimo trend del momento, sia esso la techno-industriale stile Regis/Vatican Shadow, la cold-wave post-Wierd Records o la moda che più aggrada.

Sempre in territori folk, ma dall’altra parte dell’Atlantico, tornano anche i novelli Johnny Cash & June Carter aka King Dude & Chelsea Wolfe con un nuovo singolo a quattro mani. Dopo il primo Sing Songs Together… del 2013, è ora tempo per il secondo capitolo intitolato semplicemente Sing More Songs Together​.​.​. Due brani in perfetto stile murder ballads, semplici e diretti ma arrangiati con gusto da frontiera polverosa come ci aspetterebbe da questi due oscuri personaggi. Impossible non citare i celebri duetti di  Nick Cave con PJ Harvey e Kylie Minogue. Un bel ritorno e un punto a favore della neonata Not Just Religious Music dopo la falsa partenza del 7 pollici Born In Blood (che riprendeva in maniera poco convincente due brani precedentemente editi dal signore in questione).

5 marzo 2014
5 marzo 2014
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