Recensioni

Se la sindrome di Stendhal (o di Firenze) è famosa e si manifesta solitamente dinanzi a bellezze artistiche o a luoghi particolarmente spirituali, per tutti quegli artisti che hanno preso un aereo per il Perù, l’Argentina, il Cile o il Messico, portando con sé al ritorno la capacità di creare qualcosa di importante, potremmo parlare di sindrome del Sud America. Lucy Rose, il viaggio verso e dentro il Sud America, lo ha preso molto sul serio, evitando l’ennesimo mordi e fuggi turistico-artistico. Il suo visitare l’Ecuador o il Paraguay, prevedeva che suonasse gratuitamente per i fan, a patto che questi la ospitassero. Un’esperienza lunga due mesi che, oltre al disco Something’s Changing, ha dato vita anche a un documentario omonimo, racconto intimo di come tutto è successo. «Il documentario è una parte importante di questo disco e penso che spieghi perché quel viaggio è stato così importante e perché mi ha portato a fare il disco che ho fatto. Il viaggio mi ha dato la fiducia di fare cose come registrare l’album in un solo take, e le canzoni sono venute molto più facilmente», ha confessato la Rose. E in effetti la testimonianza video aggiunge una dimensione di gravitas ai brani del disco, vestendoli di una maturità che finora la cantautrice non era riuscita pienamente a sviluppare.
Un ascolto fragrante, una meraviglia cantautorale barocca e decadente, dove i colori trionfano maturi e fulgidi. Rose brilla come uno dei talenti più completi della sua generazione, e di sicuro questo disco è il suo miglior lavoro fino ad oggi, composto da canzoni letteralmente grezze e oneste, spogliate fino alle basi nude e pure. Con un Intro che è un dialogo di grazia celestiale fra arpa e voce, il suono si scioglie nel punteggio delicato di Is This Called Home?, brano sulla crisi dei profughi, con la vocalità impalpabile della Rose e l’entrata degli archi a ingigantire l’intimo germe folk autoriale fino alla coda soavemente percussiva. Le aperture di Strangest Of Ways, fanno sì che il suo folk-pop si muova sempre sul filo del minimalismo, ma pronto a soluzioni più piene e ritmate. Grazie alla presenza delle Staves, trio delle meraviglie, la Nostra si inerpica in madrigali bucolici, costruiti su straordinarie architetture corali, come avviene in Floral Dresses o nel valzer gentile di Second Chance. E se Love Song si fa calda e autentica, e il racconto popolare di Moirai sfoggia una produzione impeccabile, i morbidi ottoni di I Can not Change It All muoiono nella dolcezza romantica di un cielo terso e stellato. Le armonie fumose e bluesy della crepuscolare Soak It Up, in coppia con Elena Tonra dei Daughter, spazza via i dubbi sul mancato eclettismo di Lucy Rose, qui candida paladina di un songwriting saggio e fresco.
Sperimentando nuove forme melodiche, senza recidere il cordone ombelicale che la lega alla magnifica tradizione di cui è figlia, la giovane inglese confeziona una disco convincente, pieno, completo, in cui perdersi facilmente fra la memoria rituale di certi stilemi e una maggiore razionalizzazione di pop ed elettronica. Sembra che la ritrovata fiducia – grazie al lungo viaggio in Sud America – abbia fornito le basi per questo lavoro maturo e rilassato, fatto di soffici ballate e momenti midtempo che scivolano verso tenere scanalature r’n’b, sempre accompagnate da arrangiamenti orchestrali pulitissimi e puntuali. «Le canzoni sono venute fuori più naturalmente dopo quel viaggio. Mi sento anche molto più a mio agio nella mia pelle di quanto non mi sia sentita in tutta la mia vita. Quindi c’è un tanta ricerca, ma ci sono anche tante scoperte in questo album», ha confessato la cantante a lavoro ultimato.
I suoni deliziano l’ascoltatore, con un pianoforte malinconico e chitarre timide; melodie mai banali e dotate di soluzioni armoniche innovative, seppur rimanendo del campo del pop-folk d’autore. Riflessiva e contemplativa, la natura artistica di Lucy Rose, emerge con forza dalla sua poetica semplice in struttura ma ricca di riverberi dell’animo, con quelle note lunghissime e capricciose, dinamiche di un classicismo limpido e sensuale che si rifà (ma non troppo) al folletto di Eversley, Laura Marling. Per un disco creato in soli diciassette giorni, potremo ben dire che qualcosa è davvero cambiato. Nel futuro di Lucy Rose, in quello del cantautorato femminile e pure nell’efficacia dei lunghi viaggi in Sud America.
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