Recensioni

6.7

La sorpresa d'autunno che ci riserva Cat Power, a parte il (drastico) taglio di capelli, è un nono lavoro che sterza decisamente rispetto alle ultime cose, peraltro risalenti ormai a quattro anni fa (la raccolta di cover Jukebox), addirittura sei considerando l'ultimo album di inediti (The Greatest). Già solo il nome di Philippe Zdar al mixer (al secolo Philippe Cerboneschi, ovvero metà dei francesi Cassius) fa capire la portata della svolta: una totale abiura del country-blues memphisiano in cui pareva essersi rifugiata e che le aveva permesso di abbozzare una pienezza artistica se non originale quantomeno stabile, convinta, florida. Sia detto che anche quello ci sembrava una maschera abbastanza improbabile, così come tre anni prima la brezza rilassata di You Are Free suonava come un tentativo di restare aggrappata alla normalità. In un certo senso, a posteriori è possibile interpretare entrambe come strategie/terapie per dribblare la tendenza ad andare a rotoli anche pesantemente, con licenza di autodistruzione (chi l'ha vista su un palco nei primi anni del millennio sa di cosa parlo).

Ma eccoci a Sun, disco concepito, covato, meditato per anni, gestazione difficile che infine ha partorito una pralinatura di movenze androidi, synth radianti, chitarre brumose, asciuttezza algida e vocalizzi sciamanici. Liberi d'interpretarlo come il modo in cui la splendida quarantenne di Atlanta ha voluto salutare una fase nuova e non proprio agevole della propria vita, fresca di rottura della lunga relazione con l'attore Giovanni Ribisi (per inciso: Chan, credimi, ti meriti di meglio) e perciò forse bisognosa di ridefinirsi attraverso un processo di negazione e riarrangiamento di sé, anche come presa di coscienza del proprio posto nel mondo. Il risultato è questo lavoro strano che spalma espedienti su un sostrato di disarmante e talora struggente autenticità. Una fusione fredda di particelle elementari 80s che scomodano spesso i Depeche Mode (il boogie torbido di Silent Machine, il trasporto allibito della title track) e talora Sinead O'Connor (i tormenti stropicciati di Cherokee, l'arpeggio folk in bozzolo electro wave di Human Being, la Giovanna D'Arco psych-hop della conclusiva Peace And Love), azzardando kraut minimale in Manhattan (condito di arguzie country e svagato rapimento Young Marble Giants) e raga bombardato di raggi cosmici Brian Eno in Nothin But Time (con chiosa di un sempre marpione Iggy Pop).

Il giochino funziona talvolta anche benissimo, soprattutto con quella Ruin che ti aggancia col riff di piano e con la rabbia dance rock del ritornello, ma proprio in quest'ultima è evidente una specie d'ansia da prestazione, un bisogno tenace d'intrigare l'ascoltatore che inevitabilmente finisce per abbozzare una dimensione accattivante rispetto alla quale il profilo di Chan – quella stropicciata, sanguigna afflizione – si sovrappone sfalsato, sfasato, vagamente incongruo. Ciò non toglie che si tratti di un album godibile, a suo modo sincero, nel complesso riuscito. Il cui pregio principale può essere riassunto con un interrogativo: cosa attendersi d'ora in avanti da Cat Power?

(A questo indirizzo lo streaming integrale del disco via NPR.)

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