Recensioni

Mixato da Dan Carey (Bat For Lashes) e con la formazione in studio ampliata dalla partecipazione del violinista Kishi Bashi e di Elliot Bergman dei Nomo, il terzo album degli Yeasayer vede il ritorno alle attenzioni sperimentali del debutto All Hour Cymbals.
Fragrant World è ad ora indubbiamente l’album più consistente del trio di Brooklyn, se col termine “consistente” ci si riferisce al qui assente divario qualitativo tra pezzi forti e, al contrario, drammatici riscontrato nei predecessori (ed in specie in Odd Blood: si ripeschino per la comprensione, ad esempio, O.N.E. e Rome). È però in questa terra di mezzo del "nulla è disastroso" ma pure del "nulla è hook rilevante" che il disco si adagia.
Belle – mai davvero interessanti – texture ed inventive nelle costruzioni, buoni in particolare – mai davvero brillanti – alcuni momenti (il vermifugo 8-bit con synth angolari, archi oliosi e ritmi wonky di Longevity, il groove 80s da videogioco a gettone via Kid A di Henrietta, il funk à la Prince schiantato contro la psichedelia East-Coast di No Bones), ma Fragrant World appare per intero come una serie di supposte jam psichedeliche senza proposito né direzione, episodicamente un contenitore di set progressivi di esperimenti allucinatori dalla scarsa vitalità più che di canzoni (Fingers Never Bleed, prima drone dissestato, poi groove elettronico sincopato, poi tropicalia, poi web-inspired bleepy bloops e così via). Si parla di sperimentazione che non si spinge a lambire, né travalica gli standard attuali, lasciando trapelare perlopiù desiderio disperato di risultare cool.
Non è però, si badi, mancanza di vera ispirazione (per quanto la riesumazione di Sweet Harmony dei Beloved in Reagan’s Skeleton possa trarre in inganno). Fragrant World è piuttosto la terza milestone in carriera per una band che sempre qualcosa raccoglie sul momento, ma che altrettanto costantemente resta più d’una distanza indietro – sia a bontà di idee che in fatto di esecuzioni – rispetto ai veri battistrada dell’experimental pop americano. Si sono inseguite meramente le tribalità Animal Collective nell’esordio del 2007, poi la psichedelia straight-forward dei MGMT per il sophomore del 2010 ed ora, lungo la via della medesima declinazione digital-minimalista dell’approccio “grab-from-anywhere” qui adottato, col binocolo si vede Grimes.
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