Album

Prayers on Fire

6 Aprile 1981 rock post-punk

Pubblicato il 6 aprile 1981, Prayers on Fire è l’album che segna il debutto dei Birthday Party, ovvero gli australiani precedentemente noti come Boys Next Door che, nel frattempo, avevano deciso di cambiare nome e tentare l’avventura nel Vecchio Continente. A Londra Phill Calvert (batteria), Nick Cave (voce), Mick Harvey (chitarra), Rowland S. Howard (chitarra) e Tracy Pew (basso) trovano una realtà affatto accogliente. La stampa li tratta con sufficienza, gli ingaggi faticano ad arrivare. Eppure il soggiorno qualcosa la vale, la band riesce a convincere del proprio talento le persone giuste. Daniel Miller della Mute e John Peel sono tra i primi entusiasti, ai quali si aggiunge Ivo Watts-Russell che assolda il gruppo sulla sua 4AD, da quel punto in poi la loro casa discografica europea, grazie a un accordo di licenza con l’australiana Missing Link.

Andare in Europa è stato strategico, ma tornare Australia riserva ai Birthday Party un’altra sorpresa. La band si accorge di avere un seguito che era impensabile al momento della partenza e l’album che ne esce – Prayers on Fire (1981) – prova a trasferire nei solchi proprio la perentorietà dei concerti dal vivo, performance sempre al limite della violenza, sia sonora che in molti casi anche fisica. L’ascolto evidenzia gli elementi di diversità che rendono quest’apolide band australiana un esempio del tutto singolare nel panorama new wave. I Birthday Party hanno iniziato a definire il proprio stile sulla scorta delle esperienze più estreme del post-punk chitarristico per diventare essi stessi una di quelle esperienze. L’anarchia che si respira in molte loro creazioni li accomuna alla no wave neyworchese, e non è un caso se Lydia Lunch li senta da subito come spiriti affini. Talvolta confuso con il calderone dark, il quintetto è tuttavia una presenza più unica che rara nella scena. Pur facendo base in Gran Bretagna, si nutre di suggestioni americane. Il parallelo più naturale è con ciò che vanno facendo sull’altra sponda dell’Atlantico (e del Pacifico rispetto alla loro Australia) formazioni come Gun Club e Cramps, a metà tra lo spirito conturbante dei primi e l’istrionismo dei secondi. Il vocalismo viscerale e grottesco di Cave, la cacofonica chitarra di Howard, il cigolante basso di Pew e la versatilità di Harvey creano un insieme difficile da definire; la metrica disorienta perché i musicisti della band seguono contemporaneamente scansioni diverse, con un piglio allo stesso tempo avanguardista e primitivo, colto e sboccato.

Volendo usare un ossimoro, si potrebbe parlare di un modernismo arcaicizzante. Zoo Music Girl condivide la linea tribalista dei PIL e di altri campioni del post-punk inglese, che nutrivano un’intensa passione per i poliritmi di origine africana, visti legittimamente come una via d’uscita dai canoni del rock classico. Altrove i Birthday Party non temono invece di sporcarsi le mani con quel blues trattato in chiave espressionista che sarà anzi una testata d’angolo del loro suono. Esemplari in questo senso sono il monologo allucinato di Nick the Stripper e King Ink, più vicine a una piéce dell’assurdo o a un recital horror che a una tipica canzone rock. Il canto blues si (con)fonde con il teatro e l’avanguardia: Nick usa tutti i registri più deformanti e grotteschi per inscenare metamorfosi kafkiane e ritagliarsi una veste vocale di repellente uomo-insetto [dal monografico Nick Cave Dissolvenza incrociata in (inchiostro) nero]

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