Album

Modern Life Is Rubbish

10 Maggio 1993 pop brit

Reduci da un disastroso tour americano e dalla pubblicazione del singolo spartiacque Popscene, nel 1993 i Blur si trovano a un bivio. Non basta il sound rinnovato e il piglio energico di quel brano: il successo ancora non arriva e quel dischetto affonda, insieme all’autostima del gruppo, che dopo il mezzo flop di un esordio arrivato fuori tempo massimo (Leisure) si ritrova sull’orlo della bancarotta, isolato e non capito.

A metterci il carico decisivo arriva poi l’etichetta, la Food Records, che vorrebbe – orrore! – un adeguamento al trend grunge dell’epoca (si penserà persino di chiamare Butch Vig, pensate un po’). Per Albarn e soci, che già in madrepatria soffrono pesantemente l’ascesa dei Suede, la misura è decisamente colma. La risposta a tutto questo si chiama Modern Life Is Rubbish, prima installazione di una trilogia british che ridisegna radicalmente il pop britannico e lo aggiorna agli anni ’90, con regole tutte sue.

Detto altrimenti, l’estetica nostalgica, vignettistica, ironica e riflessiva di Village Green Preservation Society viene rimodellata per la generazione X, con un suono che è sì moderno ma non somiglia per niente a quello che viene dall’America. Dopo un tentativo abortito con nientemeno che Andy Partridge alla consolle (ok che i Blur non nascondono affatto le discendenze XTC, ma la sua mano era invero pesantuccia: sentite Sunday Sleep, estratta da quelle sedute e oggi rivelata dal box), viene chiamato il fido Stephen Street (già, si ricorderà in Leisure ma soprattutto accanto agli Smiths dei tempi d’oro) e l’alchimia è trovata ed è perfetta.

Di fatto il disco è una dichiarazione di guerra, a partire dalla prima di tante splendide odi a Londra, l’epica For Tomorrow, inno ufficiale della resistenza britannica propugnata da Albarn & co; non si fanno prigionieri, anzi ci si prende beffa del nemico (il plagio quasi conclamato di Colin Zeal nei confronti di Sleeping Gas dei Teardrop Explodes sembra proprio una burla ai danni di David Balfe, così come gli stop & go di Chemical World caricaturizzano quelli di in Bloom dei Nirvana – alla faccia di Vig).

Emerge, su tutto, una visione già chiarissima ed estremamente originale per un gruppo al secondo disco: c’è il vaudeville da Vecchia Inghilterra (Sunday Sunday, tra Ray Davies e Pink Floyd dell’era Barrett; Villa Rosie, senza contare i comici intermezzi strumentali) e c’è la wave spinta (Advert, Coping), ci sono le ballate (Blue Jeans, Miss America) e le trovate indie rock (Oily Water, Starshaped), per un instant classic della nascente era britpop.

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Discografia
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  • 1 For Tomorrow
  • 2 Advert
  • 3 Colin Zeal
  • 4 Pressure On Julian
  • 5 Star Shaped
  • 6 Blue Jeans
  • 7 Chemical World / Intermission
  • 8 Sunday Sunday
  • 9 Oily Water
  • 10 Miss America
  • 11 Villa Rosie
  • 12 Coping
  • 13 Turn It Up
  • 14 Resigned / Commercial Break
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