Album
The Great Escape
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sentireascoltare
- 25 Ottobre 2012
In principio fu la Battle of Britpop. Montato sin dall’inizio dell’anno tra una provocazione e l’altra, come nella miglior tradizione della boxe, lo scontro Blur/Oasis tocca il suo apice il 14 agosto 1995, quando vengono pubblicati simultaneamente Country House e Roll With It. NME titola British Heavyweight Championship. La rivalità del decennio è servita. I numeri parlano chiaro: nella prima settimana, Albarn e co. si aggiudicano 274.000 copie, lasciando ai fratelli Gallagher qualcuna in meno, 216.000.
Ma se i Blur vinsero la battaglia, gli Oasis vinsero la guerra: What’s The Story Morning Glory? avrebbe alla lunga surclassato a livello di vendite (qualcosa come 25 milioni di copie) il “povero” The Great Escape, quarto album dei londinesi (il bassista Alex James anni dopo però avrebbe commentato “se gli Oasis vinsero la guerra, i Blur hanno vinto l’intera campagna”…. ma questa è un’altra storia).
Salutato all’uscita come il capolavoro inappellabile del Britpop dalla stampa pressoché unanime, il disco viene presto risucchiato dal turbine degli eventi, e immediatamente dimenticato in favore del disco di Wonderwall e Don’t Look Back In Anger, che pure presenta una concezione artistica (e una visione della vita, del mondo e dell’Inghilterra) diametralmente opposta. The Great Escape non ha niente a che fare con gli anthem da stadio dei mancuniani e del loro adorabile sbruffonismo di provincia: si tratta di un lavoro di chiara matrice albarniana, prosecuzione del premiatissimo Parklife e contemporaneamente sua estremizzazione verso il barocco. Non è un disco perfetto, per quanto sia stato, per molti versi, epocale. Partiamo dai difetti.
Musicalmente, tutto è caricato all’inverosimile, in una versione iper- di quanto dei Blur si è già ascoltato e amato. Il rischio è appunto la caricatura, e a sentire cose come Top Man, Globe Alone (che tolto lo sbeffeggio pure celava un’anima art-punk con i suoi clashing chords alla Cardiacs), Dan Abnormal e Ernold Same (con la voce di Ken Livingstone, futuro sindaco di Londra, ha forse a che fare con la floydiana Arnold Layne?) è lecito pensare che si sia voluto calcare un po’ troppo la mano su certi cliché stilistico-compositivi (coretti, tastiere, organetti, valzerini, vocine – il circo Albarn all’ennesima potenza) che pure sono stati la fortuna del gruppo.
A riequilibrare ci pensano pezzi da novanta come lo stesso supersingolo Country House (dedicata al discografico David Balfe, ritiratosi in campagna coi quattrini guadagnati grazie a loro…), Charmless Man (valga il discorso per i brani citati sopra, ma in positivo, complice una parte di chitarra tra le più geniali di Coxon – con il piccolo aneddoto aggiuntivo del gangster Ronnie Kray che, citato all’interno della canzone, inviò dei fiori alla band come segno di ringraziamento) e The Universal (inizialmente concepita come esercizietto ska prima che Damon si inventasse quegli archi, traghetta i fasti orchestrali di To The End verso l’anthem definitivo), laddove Stereotypes porta alle estreme conseguenze la formula para-XTC; il bello di The Great Escape però sono perle nascoste tra le pieghe come Best Days, la bowianissima He Thought Of Cars (opportunamente spogliata, non avrebbe sfigurato sull’album successivo) e la strepitosa Entertain Me, ma se si guarda nel contesto della discografia manca comunque l’ispirazione, la tensione e la coesione di Parklife – e si sente; anche opportunamente decontestualizzato, oggi come ieri, il disco rivela tutti i suoi difetti e limiti, come d’altronde riconosciuto anni dopo dallo stesso Albarn (che lo definisce “messy”). Ma sarebbe un errore fermarsi a questi aspetti…
Venendo ai pregi, dal punto di vista del songwriting, si tratta di una tappa importante. Pur in seno a questa formula iperbolica e rococò di schiumosa magniloquenza pop, in linea con il suono del disco, Damon Albarn combatte i suoi fantasmi portando all’eccesso anche e soprattutto la scrittura, che proprio con The Great Escape tira una linea definitiva e/o chiude un cerchio. La questione dei character, il cavallo di Troia per una critica vignettistica ai costumi inglesi arguta e quasi mai oltre le righe, ora viene caricata ad anabolizzanti da chi si trova nell’ultimo posto dove vorrebbe davvero essere. Immaginate di ricevere ancora e ancora premi per Parklife che dunque merita ancora una degna promozione, e la mattina dopo ritrovarvi a inciderne il successore con i giornalisti che vi seguono con la bava alla bocca dalla teca di vetro che li divide dallo studio. «Damon era intrappolato nel volto più famoso del Paese e non poteva andare a comprare una bottiglia di succo di barbabietola senza fare scalpore», racconta Alex.
Il mondo tutto sommato cortese e pastellato in Parklife si sgretola sotto le mani dello stesso novelliere, Tracy non ha più nessuna rivalsa, nessuna casa di buttare giù, c’è solo tristezza, solitudine, desolazione. Tra le mani abbiamo personaggi in cerca d’autore che vagano angosciati in questo sardonico teatro dell’assurdo. I due amanti di To The End che ce la mettono tutta per non rompere quel vaso, ormai hanno sbragato del tutto e anzi, lei si sente felice e rinata da quando il marito ha sbattuto la porta (Stereotypes), ma è una felicità di plastica, la stessa di Yuko & Hiro, coppia che vive unicamente per il benessere dell’azienda in cui lavorano, con il bicchiere sempre pronto accanto al divano per sorridere di una vita asettica e amarsi, dicono loro, per sempre… Avrà mica a che fare con Justine (Frishmann, la sua compagna dell’epoca)?
Nonostante le review piuttosto positive dell’epoca, più di qualcuno rimprovera a Damon di mettere poco di sé nei testi. Un appunto piuttosto debole, e basta ascoltarsi Charmless Man (gancio sinistro veloce alla smithsiana This Charming Man), Dan Abnormal (alter ego del Nostro, già usato per accreditarsi nel disco delle Elastica) e He Thought Of Cars – che attenta al gradino più alto del podio per il miglior testo della discografia – per captare le basse frequenze di un flebile lamento di questa vuota vita di successo: «but there, there is no one…».
A dispetto di tutto un mega portato di suoni, ampollosi trucchi e false e scanzonate esecuzioni di questa gigantesca e grottesca farsa, il mood del disco non sembra lasciare speranza. Certo, potresti essere tu a vincere la lotteria (It Could Be You), povero Ernold Same, che vivi ogni giorno la tua stessa, identica vita. Ma nulla cambierà domani. Non va per niente meglio al burocrate di turno (Mr. Robinson’s Quango), che corre al bagno del municipio, prende una biro e scrive sul muro la sua vera identità… lui sì che è un vero «naughty boy». Forse bisogna solo lasciare scivolare via tutto, prendere la dose prescritta di Universal (in pratica il livello Super Sayan del Prozac) in questo mondo dove tutto sembra girare per il verso giusto, anche se un po’ più rimbambiti del solito. Insomma, let it be…
[Continua la lettura di Modern Life Is (Still) Rubbish, l’approfondimento di carriera dedicato ai Blur. Testo di Antonio Pancamo Puglia e Daniele Rigoli)
Tracklist
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Discografia
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- 1 Stereotypes
- 2 Country House
- 3 Best Days
- 4 Charmless Man
- 5 Fade Away
- 6 Top Man
- 7 The Universal
- 8 Mr. Robinson's Quango
- 9 He Thought of Cars
- 10 It Could Be You
- 11 Ernold Same
- 12 Globe Alone
- 13 Dan Abnormal
- 14 Entertain Me
- 15 Yuko and Hiro
