Album
O
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sentireascoltare
- 10 Marzo 2015
Duemiladue, inizio anno. Damien Rice è tornato in Irlanda dopo un anno trascorso in mezzo alle campagna toscane, scrivendo canzoni per ammazzare il tempo. La sua band, i Juniper, non esiste più: divergenze artistiche, scrivono i ben informarti, e adesso deve fare tutto da solo. Ed è proprio il materiale raccolto durante i giorni italiani che catturerà l’attenzione del produttore David Arnold e darà vita a uno dei debutti più intensi e centrati degli ultimi trent’anni. O, con le sue odi gentili e una produzione scarna che ricorda i primi lavori di Cohen, conquista critica e pubblico sin da subito fino a divenire una piccola bibbia folk per emotivi anonimi.
Era dai tempi di Elliott Smith che il mondo non ascoltava una voce così vulnerabile ed espressiva e l’accompagnamento di una giovane Lisa Hannigan contribuisce a rendere questo disco un caposaldo del nuovo cantautorato europeo degli anni duemila. Rice, come un trovatore irlandese di angoscia e romantico dolore, racconti di torti subiti e gioie improvvise, cuori spezzati e sommesse gelosie, spesso in duetto con quella creatura eterea e talentuosissima della Hannigan; che fra di loro ci sia stato o ancora ci sia qualcosa è facilmente comprensibile da quel silenzioso attrito che si sviluppa ogni volta che le loro voci devono collidere.
O è un disco estremo nello sviscerare suoni da una semplicissima chitarra acustica, e nello scarnificare la voce di Rice in un feroce delirio da innamorato che sembra aggrapparsi alla chitarra per salvare se stesso. Dall’ode gentile e appassionata di Delicate, che richiede la discrezione e la segretezza di un amore appena sbocciato, alle linee tortuose di violoncello che attraversano Volcano, più che una canzone un’esorcismo, il cantautore di Celbridge strappa inebrianti melodie dal respiro ampio, quasi operistico. L’onestà diviene il filtro attraverso cui leggere e ascoltare O, come avviene per The Blower’s Daughter, figlia di una malinconia enigmatica e di un altro amore perduto, per Cannonball e le sue piroette chitarristiche, per Amie che esplode in una sezione di archi dalla grandiosità sismica. Sembra andare oltre l’epica il debutto di Damien Rice, nella semplicità dei suoni scelti, nel dinamismo che gli consente di variare da un sommesso sussurro a un grido rauco nello stesso brano, nella produzione minimalista eppure estremamente a fuoco, capace di tenere in perfetto equilibrio un pianoforte distante con armonie oceaniche e alchimie spezzate di sei corde.
O, sebbene disco d’esordio di quello che appare a tutti gli effetti un principiante, suona come un lavoro maturo, un arazzo florido pronto a dare nuova vita al linguaggio folk, con fili e ricami che toccano tanto il rock quanto la musica da camera.
Duemiladue, inizio anno. Mentre il mondo inciampa su stesso scoprendo l’oscurità degli attentati terroristici, c’è chi va alla ricerca di un interruttore della luce. E c’è chi la trova in questo disco.
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