Album

Exile On Main St.

12 Maggio 1972 rock rocknroll rnb blues folk

Exile On Main St. fu per gli Stones e per il rock una tappa estremamente significativa. Musicalmente eccelso quanto bizzarro, emblema di bastardaggine stilistica (country folk, blues, gospel, errebì…) e sanguigna ispirazione, frutto di dissennatezze varie e fughe dalla rettitudine, di contrasti e illuminazioni, testimonia forse l’ultimo rigurgito di un’utopia già sepolta.

Venne registrato nella famigerata villa di Nellcôte, sulla Costa Azzurra, dove gli Stones si erano rifugiati per sfuggire alle grinfie del fisco britannico. La leggeda narra di crapule ad alto livello di tossicità, innumerevoli problemi tecnici, orari delle sessioni vincolati all’umore (e allo stato) di Keith Richards, il padrone di casa (mitologici i suoi trip assieme al compagno di “merende” tossiche Gram Parsons, anch’egli ospite nella villa). Soprattutto, si racconta di un’ispirazione che arrivava a ondate, incostante ma impetuosa. E anche perciò di un Jagger sempre più insoddisfatto e insofferente, al punto che a lavori finiti prese i nastri e li portò a Los Angeles, dove alcuni pezzi subirono pesanti aggiustamenti e vere e proprie manipolazioni.

Ne uscì un lavoro estremamente coeso malgrado l’eterogeneità formale, sostanzialmente privo di singoli: i due prescelti si comportarono benissimo (Tumbling Dice e Happy), ma fu l’aura straordinaria del long playing a trainare loro e non viceversa. In un certo senso, Exile – uscito nel ’72 – fu l’ultimo grande disco rock degli anni sessanta, o la straordinaria lapide che sigillava definitivamente quell’epoca gloriosa. Un album che va oltre la natura di “raccolta di canzoni” ma non perché “concept”: perché collage di istantanee da un momento abrasivo, così intense da sfuggire a ogni perimetro formale e tematico, una forma che si compie nel momento stesso in cui si spezza.

Tutto ciò lo rende un feticcio perfetto proprio perché sommamente imperfetto, inossidabile perché meravigliosamente logoro. È uno dei pochi dischi capace di riassumere in sé l’idea stessa del rock, come le parole non hanno ancora imparato a fare.

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