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Jeff Parker

Jeff Parker – Suite for Max Brown

28 Gennaio 2020 jazz
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A cavallo tra jazz, impro, elettronica e post-rock, la carriera di Jeff Parker conta su quasi 30 anni d’attività ormai. Co-fondatore di Tortoise, Isotope 217 e Chicago Underground Trio, collaboratore di numerosi progetti (ricordiamo Playground con Mazurek), il chitarrista/polistrumentista ha pubblicato numerosi lavori anche come solista, e questo a partire dal 2003 su Delmark con Like-Coping. Tra il precedente – Slight Freedom – e quest’ultimo Suite for Max Brown sono passati quattro anni, lo stesso tempo che intercorre dall’ultimo lavoro della post rock band di Chicago, The Catastrophist.

Pubblicata per la fondamentale International Anthem (qui in combutta con Nonesuch), la prova in questione si assesta su un generoso jazz mix per campionamenti, synth (Korg MS20 e Roland JP-08), tamburelli e percussioni (batteria, glockenspiel, Mbira e pandeiro), voce e naturalmente chitarra elettrica. C’è sicuramente un taglio fusioneggiante da queste parti, ma ascoltate l’opener, Build A Nest, con la figlia 17enne Ruby Parker al canto: pare di sentire un remix da parte dei Tortoise di un pezzo dei Dirty Projectors. Niente male, così come ancora meglio sono questi campionamenti J Dilla style che sbucano un po’ ovunque, in particolare nel frammento C’mon Now (che campiona Otis Redding).

Fusion Swirl brekka un nervoso jazz-funk e questo per aprire ad una take di After The Rain di John Coltrane con la chitarra di Parker a prender il posto del sassofono innescando un mood da Matching Mole ai Caraibi. Non sembra avere un verso particolare questa suite per Max Brown: a chiudere idealmente un comunque valido lato A c’è un pezzo di sola elettronica, Metamorphoses, un quadretto impressionista che sembra l’antipasto di un piatto che non arriverà.

Girato il vinile, quel che ascoltiamo è il lavoro di un’altra formazione, o meglio forse c’è proprio una formazione a suonarlo e non il solo polistrumentista a maneggiare campioni e strumenti. A partire da Gnarciss, il rilassato jazz rock che ascoltiamo pare venir fuori da un Chiringuito in riva al mare, ma intanto mentre bevi il Margarita ti torna in mente l’eleganza angolosa e crepuscolare di un Jim Hall (3 for L). Verso la fine il combo prende velocità: Go Away, è un arioso afrobeat che si fregia del drumming di Makaya McCraven (che sulla label può vantare il doppio Universal Beings), mentre alla title track spetta il compito di sciogliere dell’old time jazz in brume fusion per dieci validissimi minuti.

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