Album

Unknown Pleasures

15 Giugno 1979 wave dark

Pare che le registrazioni di Unknown Pleasures siano durate appena cinque giorni e che il missaggio dei pezzi abbia impegnato Martin Hannett e i Joy Division per settimane. Non è l’unica leggenda che circonda la realizzazione dell’album. Per certo, Steve Morris fu costretto a smontare la batteria fino ai cerchi metallici e a suonare il proprio strumento di fronte a un unico microfono posto nello scantinato. Il suono venne poi trattato in modo da ridurre al minimo ogni tipo di riverbero e conferire alle percussioni quella tipica sensazione da “assenza di atmosfera”, un sound alieno dovuto al particolare modo in cui Hannett aveva sviluppato l’uso del delay digitale (ovvero regolandone la frequenza su onde cortissime in modo da renderlo quasi impercettibile). Anche il basso, che finì per avere un ruolo preminente nel mix finale, venne pesantemente processato, anzi stratificato (sommando più tracce), mentre le chitarre, al contrario, vennero rese monodimensionali e relegate in secondo piano.

Tutto questo finì per creare una vera e propria voragine fra il suono delle tracce in studio e quello che gli stessi brani avevano dal vivo. Un divario che la band, ma in particolare Bernard Sumner, faticò ad accettare. Il gruppo in quel momento veniva ancora associato all’urgenza del punk, mentre Hannett aveva utilizzato i Joy Division come tavolozza per i propri esperimenti, costruendo un album in cui la mano del produttore era importante quanto quella dei musicisti, e in cui gli elementi elettronici, per quanto spesso impercettibili, collegavano il sound della band alle radici industriali di Manchester indirizzandolo dalla brughiera direttamente verso il futuro tecnologico.

Curtis adorava la perfezione glaciale e il mood oscuro del disco che ben si sposava con il canto espressionista che aveva nel frattempo sviluppato. La sua era una presa di coscienza pessimistica sulla natura umana, pesantemente influenzata dalla malattia ed espressa sin dai primi versi del brano d’apertura Disorder. In quel momento, a differenza di quello che sarebbe accaduto nell’immediato futuro, Curtis poneva ancora domande angosciate come il «Where will it end?» che sovrastava Day Of The Lords: quanto di più lontano potesse esserci dall’enfasi emotiva dei primi pezzi della band. Il brano è particolarmente emblematico: questa era musica sottratta al silenzio, in cui gli spazi vuoti percorsi in tutta la loro vastità da bordoni sintetici giocavano un ruolo cruciale nel disegnare un senso di smarrimento che sfociava nel furore. Candidate rincarava la dose con un paesaggio ancora più scabro (il lento e macabro pulsare del basso, le ritmiche sparse marcate per lo più da dolorosi colpi di rullante, lo stridere in lontananza della chitarra elettrica a creare un’austera profondità) e un soliloquio reso ancora più sinistro dagli effetti che Hannett aveva aggiunto alla voce di Curtis.

New Dawn Fades chiudeva sia il primo lato (denominato Inside) che un’ideale trilogia della disperazione. Curtis si lasciava andare a quella che, col senno di poi, sarebbe suonata come una desolante richiesta d’aiuto («The strain’s too much / Can’t take much more / I’ve walked on water, run through fire / Can’t seem to feel it any more») mentre la musica si caricava di intensità e Sumner spargeva alcune delle note più romantiche del suo carnet. Si dice che sia stata proprio questa la canzone che più di ogni altra allarmò Deborah, la quale tentò più volte di discutere con Ian dell’ispirazione nichilista che stava alla base del brano, senza ricavarne altro che silenzi e diniego.

In She’s Lost Control, che apre il secondo lato (Outside), Hannett aveva isolato il basso di Hook trattandolo come un corpo estraneo e aggiunto effetti e elettronica per renderlo ancor più agghiacciante, mentre Shadowplay e Interzone sarebbero state il grimaldello con cui Unknown Pleasures avrebbe fatto breccia presso un pubblico più canonicamente rock, quello ancora legato al punk e all’heavy metal. Interzone in particolare sfoggiava alcuni dei riff più tradizionali mai suonati da Sumner e insieme a Wilderness (il brano su cui Hannett faceva l’uso più manifesto del suo delay digitale, creando un effetto straniante che avevano come protagoniste ancora una volta le ritmiche di Morris) abbracciavano una poetica più fantastica e impersonale. I Remember Nothing accompagnava l’ascoltatore verso un finale carico di ansia e costernazione. Procedendo su immote note di basso, si faceva portatrice di quello che aveva tutta l’aria di essere un messaggio di Ian alla moglie («We were strangers / For way too long») e terminava nel modo più atroce: simulando i momenti di assenza e i lampi di dolore dell’epilessia.

[Continua la lettura nell’approfondimento di carriera Un oscuro scrutare firmato da Diego Ballani]

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  • 1 Disorder
  • 2 Day Of The Lords
  • 3 Candidate
  • 4 Insight
  • 5 New Dawn Fades
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