Album
Rust Never Sleeps
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Stefano Solventi
- 17 Luglio 2015
Dopo il fin troppo quieto Comes A Time del 1978, Neil Young chiude i suoi formidabili 70s con uno dei tipici scatti a cui aveva ormai abituato i fan: Rust Never Sleeps mette in fila nove pezzi inediti frutto di incisioni live (avvenute tra il ’76 e il ’78) e due tracce in studio.
Ballate folk-rock ad alta intensità (Pocahontas, Powderfinger) e spurghi ai limiti dell’hard (Welfare Mothers, Sedan Delivery) che trovano nella geniale contrapposizione tra l’acustica My My, Hey Hey (Out Of The Blue) e la furibonda Hey Hey, My My (Into The Black) il riflesso perfetto.
L’intensità e la brillantezza di questo lavoro riportarono Young al centro della scena rock, posizione consolidata dal travolgente Live Rust, album live (il suo primo vero e proprio pensato come una antologia dal vivo) dalla doppia anima, acustica ed elettrica, accompagnato da un film che ben documenta la visionarietà travolgente e sgangherata (effetti e presenze sceniche ispirate liberamente a Star Wars di George Lucas) del rocker canadese.
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