Album

Green

7 Novembre 1988 rock

Uscito il 7 novembre 1988 via Warner Bros. Records, Green è il sesto album in studio dei R.E.M. e il secondo realizzato dalla band con il produttore Scott Litt, già dietro al mixer per Document.

La pubblicazione dell’album è prevista per il giorno delle elezioni presidenziali e a Michael Stipe viene rifiutata l’idea pubblicitaria di una pagina con una foto del candidato democratico Dukakis da una parte, la copertina del disco dall’altra e lo slogan «Quel giorno avete due cose importanti da fare»: si limiterà a comprare qualche pagina sui giornali a favore dell’avversario di Bush Sr. D’altronde il disco è denso di riferimenti politici, in primis ambientalisti (vedi il titolo), ma si parla anche di potere (la notevole World Leader Pretend, primo testo stampato dai R.E.M. su un disco e ultimo prima di Up) e diserbanti utilizzati dall’esercito USA in Vietnam (il cupo singolo Orange Crush).

Chi temeva il compromesso o la svendita è servito: qualche concessione al leggero c’è – vedi la contagiosa ma bella Stand, con tanto di video con balletto, giro prima-quarta-quinta, ironia e assolo col wah-wah di cui Peter Buck è consapevole di doversi vergognare, e che gli altri accolgono con «oh beh, sei tu che ci devi convivere», o l’esplosione di Get Up – ma i conti col pop i Nostri li regolano subito aprendo il disco col gioco deliberato di Pop Song ’89, altra strizzata d’occhio fracassona e orecchiabile e con un testo da conversazione in ascensore, come risposta a perplessità passate o future. Si comincia a sentire il mandolino in ballate come You Are EverythingThe Wrong Child e Hairshirt, si gonfiano i muscoli nell’aggressiva Turn You Inside Out, e dopo una desertica e sognante I Remember California, la Eleventh Untitled Song chiude, su note di una vivacità da primi tempi, un disco per il quale Stipe aveva invitato i suoi compagni di band a «non scrivere canzoni alla R.E.M.».

E gli hanno dato ascolto, visto che ad esempio, oltre alle menzioni di gente famosa (e ci sarebbero state mille occasioni, visto lo sguardo al contemporaneo adottato dal disco) mancano brani nel filone iniziato con Maps and Legends, ma questo non ha comportato la svolta verso il pop o il rock da stadio: il suono si è indurito già da un po’, e qui il salto è minimo rispetto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare dal primo disco major. Canzoni rock in maggiore, cambi armonici più semplici, ok, ma anche anticipazioni del folk rock cameristico del disco successivo. E Orange Crush è un singolo tutt’altro che banale, costruito com’è su melodia e giro semplici, ma confidando su un andamento da materia rock forte, dove l’energia oscura che è capace di smuovere conta più che la composizione in senso stretto.

Quanto agli stadi, parte un tour mondiale lungo e faticoso (e visualmente elaborato, in ossequio alla vena da videoartista del cantante): non lo sa né può immaginarselo nessuno – a meno di temere un super flop per il disco successivo – ma questo è il penultimo tour del gruppo «as we know it» – e non per il fatto che dal vivo abbia cominciato ad aiutarli Peter Holsapple a tastiere e seconda chitarra. Per ora, è stato solo fatto un altro passo verso il successo.

Potete continuare a leggere l’approfondimento di carriera realizzato da Giulio Pasquali sulla storica band di Athens nella pagina dedicata.

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