Album
White Blood Cells
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Carlo Bordone
- 4 Dicembre 2012
Sembravano la più classica delle novelties, i White Stripes. Almeno nei primi due album. Una cosina rétro simpatica, esteticamente e bi-cromaticamente azzeccata, con una storiella divertente e pruriginosa dietro (i fratello & sorella che in realtà erano marito & moglie, anzi ex) e un po’ di citazioni cool sparse (dai bluesmen delle origini al De Stijl), giusto per far capire che non si trattava solo di due grezzoni chiusi a chiave nel loro garage di Detroit. Fu questo terzo album a mettere in chiaro che invece era roba seria, e che Jack White possedeva un talento che lo avrebbe reso un protagonista del rock americano dei successivi vent’anni ben al di là dell’integralismo r’n’r e della monomania vintage (peraltro aspetti che non ha mai abbandonato).
Meno blues e più punk-folk rispetto agli esordi, con solo chitarra, batteria e qualche inserto di piano a guidare i pezzi, White Blood Cells è una mirabile lezione di sintesi. I brani non arrivano ai tre minuti ma dicono tutto quello che hanno da dire con un riff, un ritornello, un’intuizione melodica: pura “urgenza punk”, tanto per usare una frase a caso dal dizionario dei luoghi comuni. Il “garage” qui è attitudine all’essenzialità, e contrariamente alle abitudini del genere, non si avverte il minimo sentore di ripetitività. Ci puoi sentire i Led Zeppelin come i Violent Femmes, i tre sacri accordi di Chuck Berry come l’elasticità post moderna di Beck. E pensando ad altre coppie della storia del rock alternativo, potrebbero tornare in mente persino i Timbuk 3 (che ci ricordiamo, per l’appunto, in tre).
Ma Jack & Meg alla fine erano – e sono rimasti per tutta la loro storia – un articolo unico. Originali e (per quanto qualcuno ci abbia provato) inimitabili. Il successo planetario sarebbe arrivato pochissimi anni dopo, con le copertine delle riviste di gossip, i grandi festival, le 7 Nation Army e i po-po-pop-po da stadio che ne sono derivati. Ma avessero anche lasciato dietro di loro solo questo album, i loro busti bianco-rossi nel museo del rock’n’roll se li sarebbero guadagnati comunque.
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