20 Warped Years

2009: A Warp Odissey

Arriva tutto per posta. Non elettronica. Come ai vecchi tempi, quando aspettavi il postino con i pacchi quadrati e sapevi che dentro c’erano i vinili. Arriva in questo ottobre 2009, dopo mesi di attesa, il box della Warp. Come diceva Lester Bangs “per un momento il solo piacere sta nello scartare la plastica e assaporare il profumo dell’ignoto”. E’ un edizione limitata a 500 copie, come il primo vinile stampato, un monolite come quello del Kubrick di 2001: A Space Odissey e c’è la celebrazione di un ragazzo di Sheffield in tutto ciò. Si celebrano i vent’anni di Warp, dell’IDM e di tutta una scuola, rendendo così doverosa una retrospettiva e un’analisi su quanto fatto e cogitato fin’ora.

Il mese scorso avevamo trattato le due compilation Warp 20 che raccoglievano la classifica suggerita dai frequentatori del sito (nel doppio Chosen) e la selecta di reinterpretazioni scelta dal quartier generale (in Recreated) (vedi recensioni in SentireAscoltare 60), ora s’aggiungono altri due cd, 4 vinili e il catalogo delle copertine in un book stiloso e minimalista. Da un lato, la musica, dall’altro il design. Perché se il suono è importante, dopo 20 anni il succo è (anche) lo stile e niente di meglio che partire da qui per descrivere il pianeta Warp, una delle realtà più abili nello sfruttare e nel godere di un design a 360° dentro e fuori la musica. Sinergie innovative che hanno visto innanzitutto l’intesa con lo studio Designers Republic (purtroppo fallito lo scorso anno), responsabile delle immagini indimenticabili di molte delle cover chiave della label e del layout del vecchio sito (quello con il treddì a ricordare i vecchi coin up); e soprattutto, l’incontro con il pianeta (Chris) Cunningham, matrimonio extra musicale senza precedenti e tra i più scintillanti esperimenti marketing del tempo.

Sinestesie di un sound visivo, tattile, interattivo che presto le regalano un alone mitologico e un rispetto quasi religioso. In pratica, Warp si fa testimone di un futuro più reale di quello gelido e robotico dell’Underground Resistance detroitiano, per sempre legato all’ortodossia kraftwerchiana. Visione e missione che dopo dieci anni la label consegnerà ad altri, considerando la “scomparsa della musica strumentale e la supremazia della musica elettronica” un’ingenuità di gioventù, sorpassando il suo ruolo di virus nel mercato, sposterà i propri interessi e campi d’azione senza tagliare con il passato. “Se Warp ha voluto rompere i legami, è con un certo tipo d’etichetta tematica. Ha portato i suoi interessi a livello internazionale”, afferma quest’anno George Evelyn, ovvero Nightmares On Wax, personaggio che ha appena inciso (sempre su Warp) il recente Thought So… e di fatto l’artista più longevo nel rooster. Evelyn per la label firmava proprio nel lontano 1989, all’inizio di questa storia…

We Are Reasonable People

L’idea di promuovere l’elettronica su disco nasce dalle menti di Steve Beckett, Rob Mitchell e del produttore Robert Gordon e, come da pratiche UK che portano indietro le lancette del tempo fino alla post-punker Rough Trade, anche in questo caso: la label nasce, dopo due anni di brainstorming, nel 1989 intorno a un negozio di dischi. Siamo a Sheffield e il negozio si chiama FON. A Londra e Manchester si fa festa da un anno e, per i posteri, quel periodo si chiamerà Second Summer Of Love, alludendo allo stato di peace and love indotto chimicamente e tagliato con quello strano mix di suoni balearici e tecnoidi che alcuni illuminati s’erano portati da Ibiza. “Era l’estate dell’acid e dei rave illegali ma era pur sempre da Club come lo Shoom o l’Haçienda che tutto era partito e tutto era destinato a tornare”. E parlando di starter è ai tre di Belleville (Atkins, May e Saunderson), che va la mente e il legame d’acciaio senza il quale questa avventura non avrebbe avuto luogo.

I loro dischi, importati dall’America proprio come ai tempi del r’n’r, acquistano un’aura divina e generano nei ragazzi brit uno spasmodico bisogno di emulazione. Nel 1989, escono Newbuild di 808 State e l’inno Voodoo Ray di Gerald Simpson (in arte A Guy Called Gerald). La risposta a tutto questo di due clerk di Sheffield  si chiama: Track With No Name, vinile a firma Forgemasters. Lo portano, fieri e impavidi, in giro per i negozi del Regno con una macchina a noleggio. E’ il primo successo da club, l’inizio della produzione del marchio e soprattutto il tassello che ci voleva per emancipare pienamente il suono techno americano taggandolo finalmente con una bella union jack come sarebbe piaciuto agli Who. Segue un 12 pollici chiamato Dextrous, e a firmarlo è Nightmares On Wax. La leggenda narra che il ragazzo sia entrato nel negozio per vendere delle lacche white labelled e sia stato scritturato all’attimo. A differenza dei Forgemaster, caratterizzati da fitte trame di Roland, sapori etno e ipno, phuture sound e le famose tastiere spettrali e antemiche, il sound di Evelyn è hip hop con una punta di acido e solide basi black: una formula che sbancherà facendo vendere all’etichetta 30 mila copie. Di lì a breve l’attitudine killing diventa una cosa sulla quale farci i soldi.

Ed è di nuovo rock’n’roll a Sheffield. C’è la stessa effervescenza nell’aria e quell’ingenuo – ma solo con il senno di poi – miraggio di poter cambiare la storia è anche dei fondatori Warp. Ad un set dei loro Forgemasters al Sunset Boulevard a Huddersfield, sentono un sound micidiale: batterie funky mescolate a bassi e bleep sinusoidali in acido. I suoni provengono da due amici di Winston Hazell: gli LFO. Il quinto vinile prodotto da Beckett e Mitchell è il loro successo per eccellenza LFO. Venderà 120 mila copie e scalerà la classifica inglese fino a raggiungere il dodicesimo posto nel luglio del 1990, preludendo al successo del classico Frequencies.

Ma la bolla sta per scoppiare. Tempo quattro anni e arriverà il Criminal Justice and Public Order Act (del 1994) a vietare de facto il rave e a segnare uno spartiacque nella scena. In barba alle leggi, già da due anni qualcosa si sta muovendo fuori dai rave. La non-rivoluzione viene da dentro le case: sul piatto girano B Side che contengono della roba diversa, sperimentale che non è la solita intro new age di inizio serata. Nasce così l’idea di riunire in una compilation (successivamente bissata) il gotha della scena off-club. Il disco si chiama Artificial Intelligence e segna il passo, coniando di fatto il verbo per un genere che prenderà il nome di Intelligent Dance Music.

Beckett ironizza sulla nascita del tanto vituperato termine. Si riferiva alle performance al Top Of The Pops di Orbital o Orb. Al fatto che premendo un bottone la musica suonava da sola. Roba da androidi, come quello in copertina della compila che fuma il sigaro virtuale sprofondato in poltrona. I non raver nerd hanno finalmente una casa a cui tornare per ascoltarsi, rigorosamente in cuffia, la crema della scena capitanata dagli esordienti Aphex Twin, Autechre, Richie Hawtin, B12, Alex Paterson (poi negli Orb) e Black Dog.

Eravamo noi a guidare il mercato. La musica era prodotta per l’home listening piuttosto che per i club e i dance floor. La gente tornava a casa, si rilassava e passava la maggior parte della notte ascoltando musica totalmente tripped. Il suono nutriva la scena”, ricorda Beckett a proposito di un disco che preannuncia e pontifica il suono Warp fino alla metà dei novanta.

Quel suono, infarcito di sci-fi alle volte cupa e altre estatica, insaporito talvolta di acidità e spezzante del break che nasce dall’hop ma che subito lo travisa, si impone subito come moda e piccolo business. “Casper Pound mi chiese all’epoca di fare dell’ambient music. Dovevo spedirgli una cassetta e così composi velocemente della roba sul genere. Mentivo. Divenne il mio primo disco che con il senno di poi non è per nulla ambient, anzi era l’idea che me n’ero fatto. È stato molto facile da completare: un album e un EP in una settimana”. A parlarci è Luke Vibert da un po’ di anni su Warp, l’esempio migliore della forbice ritmica che in quegli anni si stava allargando terribilmente: breakbeat versus abstract e broken beat e 4/4. Due scuole inconciliabili sia in ambito dance sia in quello casalingo.

A risolvere la questione, o meglio, a sublimare le sterili dialettiche tra la musica per intelligenti e quella per cammelli masticanti, ci pensa un disco che all’altezza del 1994 si pone come fine dell’ondata anemica che aveva caratterizzato certa musica oltre-ballo. Richard D. James di un Aphex Twin travestito da se stesso, è la pietra miliare del caso. Approda a un tipo d’elettronica decisamente autoriale, ricca di momenti tosti, pause, sketch e sul finale persino una overture. Con lavori come questo, si comprende come la Warp e i suoi protagonisti crescono assieme e se gli inizi possono strapparci alcuni paragoni con le label di inizio ’80, è la parabola PiL il miglior paragone con le politiche dei due di Sheffield. Percorso che li porterà, infine, sulla scia di Green / Scritti Politti, in una personale versione del Meta-pop per la fine del millennio: Windowlicker.

Pop Tones

Windowlicker è, al tempo in cui scriviamo, la traccia più votata dai frequentatori del sito. Autore: ancora lui, Aphex Twin. Il pezzo è il sunto massimo tra le istanze elettroniche emerse dalla provincia Briannica e il pop da classifica virato sul piatto più danaroso del pianeta, il soul. Soul come parte dell’impianto hip hop americano e sua presa per il culo dall’interno: stessi mezzi utilizzati e una tecnica esasperata a tal punto da sparare il mix cento anni nel futuro. Lo storico video di Chris Cunningham, dal minutaggio faraonico à la Michael Jackson, ne è il completamento ideale: un inno per le masse basato sull’ossessione per il deforme. Lo sfottò prima al gansta rap e poi al pensiero borghese imbrigliato da un background socioculturale a base di Nip & Tuck.

E’ la rivincita degli electro headz, ragazzi che condividono un certo svacco con gli indie kids immersi nell’ascolto ossessivo delle chitarre, ma che diversamente da questi hanno un’attenzione maniacale per il suono, un approccio in rigorosa cuffia paragonabile alla serietà degli ascoltatori degli anni ’70. Sono gli ingegneri smanettoni, quelli che dalla provincia non hanno mai mangiato una pastiglia, quelli che lo sballo ce l’hanno solo davanti al monitor a 16 colori. Sono anche gli altri, che di acidi ne hanno presi troppi e che ora devono far passare la sbornia del dopo rave. Fuori c’è un mondo in rapida evoluzione (internet, laptop, mail..) che ancora permette lentezza, ma di lì a poco la velocità aumenterà di brutto. Tra i tanti cambiamenti, Warp migra da Sheffield a Londra. E non solo per logistica. Identifichiamo dunque nel 1998 l’anno terminale per un certo mondo. L’anno in cui un altopiano ambient dato per morto e sepolto ricomincia a tremare.

Con Music Has The Right To Children, la label e i Boards Of Canada promulgano una nostalgia pastorale come rapiti da una profonda gnosi. Quel pizzico di sinistro che farà scuola ne è una parte fondamentale. Diventerà il suono più imitato tra quelli elettronici della label appunto perché il più essenziale e aggregante una certa sensibilità IDM che guarda a un Nord idealtipico non senza scordarsi gli hippy, gli ufo e i documentari degli anni Settanta. Poi Napster farà saltare tutto. E dalla Summer of Love si passerà alla summer of download. I Novanta sono finiti.

Dieci e non più dieci

Quando trovo artisti unici e autentici nasce una sorta di affinità sentimentale. Quando sono originali e si percepisce un netto rifiuto di parametri preimpostati, insieme a grandi melodie e buona produzione, intuisci che è questo è il cocktail vincente. A quell’epoca [gli anni 90, ndSA] pensavo non esistessero limiti, mentre ora mi rendo conto che il limite delle nuove sonorità è la stessa tecnologia. Si era arrivati a un punto di stallo, ripetitivo. Aphex Twin o Squarepusher avevano esplorato ben oltre i confini. Bisognava andare in direzioni diverse. È per questo che non volevo firmare con artisti elettronici ma lavorare con chi utilizzasse strumenti. Come i Battles: affondano le loro radici nella musica elettronica ma utilizzano gli strumenti in una nuova forma”.

Dopo il coraggioso tiro al bersaglio di pubblico e critica con Drukqs (ancora Aphex Twin), doppio tomo tombale che conclude l’era della complicazione drill, l’eterodossia nell’overloading informativo pare sia la carta migliore per Beckett che, a differenza delle coeve e ortodosse Rephlex, Planet Mu e Ninja Tune, sceglie la via dell’imprenditorialità intelligente e inizia un percorso a doppio canale fatto di acquisti a 360° nel panorama indie rock-pop e contratti garantiti agli storici della scuderia. A chiudere una fase e aprirne un’altra, nel 1999, a 10 anni dalla nascita arriva la compilation ‘monstre’ Warp 10: Influences, Classics, Remixes. La prima celebrazione di un sound, ma anche il tentativo di un revival (come accadrà per l’acid poco più tardi con l’Analord di AFX e la produzione a firma Luke Vibert). Quell’anno, abbracciando l’eredità street, Beckett inaugura la Lex, costola devota ai suoni hip-hop based (Subtle e gli eredi dispersi del suono Anticon), e ricongiungendosi così, senza artefazioni, con il breaking che porterà poi a Hudson Mohawke e Harmonic 313. E’ una delle tante rivincite dei tanto disprezzati ardkorer giustamente osannati da Simon Reynolds. Il breakbeat continua a rappresentare una fonte creativa per le nuove generazioni.

Di lì appresso si apriranno le porte su Warp all’hip-hop mutante degli Anti-pop Consortium, ai mondi elettro-hop di Prefuse 73 e ai rimasugli dell’elettronica con le macchine a 8 bit fino ad arrivare a gente che con l’elettronica non ha nulla a che fare come i Maxïmo Park. Il trasloco da Sheffield a Londra è stato cruciale. Ha significato il nuovo negozio Warpmart ma anche un’espansione nel settore dei clip indipendenti con la Warp Films (già pionerizzata nel VHS Motion che accompagnava la seconda Artificial Intelligence) e un duplice approdo online sia attraverso il portale Bleep, uno dei primi siti a tralasciare il Digital Rights Management delle tracce scaricate (non come la multinazionale iTunes),  sia attraverso il sito ufficiale che aggiorna look e interfacce allineandosi al miglior 2.0 possibile (www.warp20.net). Infine, per celebrare il ventennale, una vera tournée marchiata Warp20 sta girando il pianeta.

10 dischi fondamentali

LFO – Frequencies (1991)

E all’inizio era filo Detroit. E all’inizio la variante brit era una e faceva tremare i vetri. Si chiamava bleep and bass e i suoi protagonisti warp erano un commando a prova di test tone. Tricky Disco, Kid Unknown, Nightmares On Wax e naturalmente LFO con l’ormai leggendario Frequencies. Le sentite quelle voci deformi in intro? Ci cresceranno Richie Hawtin (a nome Fuse lo troviamo dal 1993 su Warp). E sempre lì, all’inizio dell’album, li sentite quelle laserate verdi? In pratica forgiarono un modo di ballare e un’illuminazione precisa sul dancefloor. E infine il settaggio della Roland è o non è quello devotissimo a Detroit?

Già. Detroit-Sheffield sola andata. La traccia numero due fa la storia del ballo sballo made in UK e si chiama come la ragione sociale del duo, LFO. Dei bleep dicevamo, mancano i bass. Il giro di basso in contrappunto è un’altra Roland. Poi però c’è la specialità della casa: il SUB-basso contrappuntato a colpetti di silicio che fa anthem. E non solo: sotto alle devozioni ritmiche anche per gli LFO c’è la tradizione sci-fi che diventerà marchio della Warp post-balearica e post-party. Cinema di genere che si popola dei replicanti di Scott nell’altro singolaccio We Are Back, numero sul lettore 6 e Underworld sintonizzatissimi sul canale. Brek. Il resto dell’album si muove su ferree linee electro con altre lezioni ben servite ai posteri: Simon From Sydney, da un po’ di consigli agli Orbital su come assestare la maturità 5 anni dopo (In Sides). Nurture con i lustrini e quel fare kitch e la raffinata Tan Ta Ha parlano ai Mouse On Mars. In pratica queste frequenze non solo sono la bibbia per l’elettronica europea, ma anche la sintesi più efficace per comprendere quanto la Warp volesse un marchio interdipendente e poi autonomo rispetto sia a Detroit sia al ballo. Ci dispiace per A Word Of Science di Nightmares On Wax, dovendo scegliere tra i due al primo posto c’è Frequencies.

Sabres Of Paradise – Haunted Dancehall (1994)

Il nome dietro a questo dimenticato trio è Andrew Weatherall. L’album è per forza Haunted Dancehall anche perché Sabresonic uno e due non lasciano granché dietro di sé. Anno di grazia 1994. L’anno di re Aphex e Black Dog, ma anche l’anno di un album come questo che ha saputo promulgare il verbo dell’uomo di Screamadelia anche in territori meticciati idm come questo. Ingrediente must oltre ai soliti sci-fi, il dance hall robotico e robotizzato messo in mezzo alle sciabole e rigorosamente servito crudo in salsa house (con qualche spezia latina). Da riscoprire.

Black Dog – Spanners (1994)

1 Autechre 2 Aphex Twin 3 Black Dog. Il gruppo numero tre se vogliamo fare le scalette come una volta all’interno dello stesso genere o casa. La scelta cade su Spanners, album cruciale per certa exotica d’alta classe ficcata in breakbeat pruriginosi e afosi tessuti sintetici. Black Dog imporanti anche per il cordone con gli Ottanta di un Thomas Leer e profondi anticipatori di quella nostalgia da futuro (vedi David Toop) che influenzerà umori e filosofia del suonare con l’avvento dell’internet e del digitale. Lezioni infinite per Mouse On Mars e tutta la scuola che va da Parigi (Air) e il down tempo di casa Ninja Tune annesse e connesse senza farsi mancare l’aggancio devoto a Detroit. In pratica, è quel nome che con l’etichetta anticipa numerose direzioni future e sul lettore non pare invecchiato di una nota. Provare per credere.

Aphex Twin – I Care Because You Do (1995)

Una scelta non facile ma alla fine naturale che cade sull’album più ‘cantautorale’ (se ci passate il termine) di James. Un canzoniere, anzi una raccolta di ritratti e sketch fatti con elettroniche analogiche povere e synth aperti e modificati durante notti insonni. A riascoltarlo ora sembra così artigianale e vintage quanto allora sembrò geniale e avanti. A maggior ragione un album con la firma in maiuscolo. Momenti di buio pesto e robot nell’iniziale Come On You Slags, e poi agrodolci con la classicheggiante Waxed Pitch o l’aquerello naif di Alberto Balsam e il suo riff entrato nella storia, la sublimazione del lato bambino in Mookid, l’apologia della droga che fa bene per eccellenza con il campionamento della boccata del Ventolin per asmatici (altro mito), e i cantieri da videogioco al sapor di funk di Cow Cud Is A Twin, altri momenti d’affetto e ricordo dell’infanzia cornovagliese e l’overture finale Next Heap With. Se non ce l’avete in casa siete nati prima dei ’70 ed è meglio che vi dedichiate al progressive. Complicazioni a cui l’Aphex poi non saprà imbrigliare, firmando con Drukqs il suo album da dinosauro elettro precoce.

Squarepusher – Hard Normal Daddy (1997)

Quando Jenkinson fa sul serio e invece di atteggiarsi col suo basso slappato porta di brutto la sua passione per il jazz dentro alla drum’n’ambient del pre-Boards. In più qui c’è un gusto melodico che avrà una pletora di amanti su Ninja con quelle ingellate di brillantina che sono state la generazione Funky Porcini. La senti tutta la maturità nella suite Papalon con quella perfezione jazz che di nu ha solo l’idea, ci vai a nozze poi anche col popolo dei fan di Aphex quando senti quelle sintesi in Anirog D9 che sarebbero state colonna sonora del dopo Trainspotting (uscito nel 1996) o quel drum’n’bass senza sosta di Chin Hippy e il bbreaking acido dell’inno Fat Controller. In più lo storico booklet dedicato alle grafiche a 8 bit del Vic 20, con i ravers pixellosi di Chelmsford (paese natale di Jenkinson) che scappano dalla polizia. Oggi fa un po’ quello che gli pare, ma una volta quando era nel tunnel dell’acido (Vic Acid), Squarepusher ci consigliava il trip giusto.

Autechre – LP 5 (1998)

Uno dei gruppi della triade di culto della compila Artificial Intelligence assieme a Black Dog e l’impareggiabile Aphex erano gli Autechre. Avete presente? A distanza tre lustri il duo è finito per identificare non solo l’IDM britannica e il suono Warp, ma anche l’idea più evoluta di cibernetica in musica. I loro glifi sonori, incastri caustici, l’eleganza impersonale e quel modo di farti crescere la melodia astratta dietro ai loop ritmici hanno fatto non scuola ma paradigma. Fra tutta la produzione Novanta la scelta è stata dura ma probabilmente LP 5 è il sunto. L’album più organico in tutti i sensi e il più complicato da realizzare. Più di 300 ore di nastri accumulate ed elaborate e più di un anno d’attività per completarlo. Un lavoro incredibile che contiene pure vertici assoluti sul versante minimal ambient (Melve, Caliper Remote e Drane2), incubi antemici in bassa battuta (Arch Carrier), sci-fi d’alta classe (Fold4, Wrap5) e uno dei loro finali imperdibili, la japonesata di Drane2 (23 minuti!)

Boards Of Canada – Music Has The Right To Children (1998)

Sono la coda della stirpe degli idiemmers su Warp. E che gran finale. Contenente brani già apparsi nei loro eppì precedenti, Music… è l’esordio datato 1998 che si presenta come un monolite. Proporzioni totali. Sci-fi, ambient, ingredienti sciolti nella consueta melassa break beat. L’aggiunta di un richiamo psych e un immaginario che valica i confini e si piazza nella storia. Grazie a un lavoro sulla nostalgia, attraverso una patina sepia da documentario televisivo che è poi la metafora per eccellenza dei nostri, l’album gioca sull’infanzia polarizzandosi esattamente tra angelico/demoniaco, onirico e ultraterreno. Ecco perché lo mettiamo in top 10 al posto del grandioso Soccur dei Seefeel. Etichette come la Ghost Box non faranno poi che rendere più scientifico e speleologico questo approccio. La mano perfetta su questo mondo rimane però di Mike Sandison e Marcus Eoin.

Mira Calix – Eyes Set Against The Sun (2006)

Terzo album su Warp e piena maturità per Mira Calix che traghetta la sezione ritmica Warp post Detroit e post AFX in una dimensione panteistica all’insegna dell’electroshifting. Emblematico lo spostamento, suo e di molti elettronici nei Duemila, verso una mimesi analogica sempre più diffusa. Sempre più comune trovare nelle campagne weird e psych un ideale terreno di confronto che sfocerà in un vero ritorno al Popol Vuh in tutti i sensi. Eyes Set Against The Sun è popolato da una fauna fantastica in un paradiso terrestre senza tempo tra rigagnoli e cinguettii, cori di bambini e concretismi attinti dal mondo animale e minerale a interferire continuamente sulla traccia sonora.

Battles – Mirrored (2007)

Più dei !!! e dei Maxïmo Park -che con l’etichetta hanno una coerenza piuttosto dubbia-, i Battles lontanissimi da Autechre e Black Dog, non sfigurano in un certo fiuto per le mutazioni elettrock che contano. In pratica è il segno dei tempi: dai loop programmati sulle macchine dei ’90 si passa ai loop manipolati dal vivo e riprendendosi pure certe correnti americane coeve alla nascita dell’etichetta, certo post e math. Frastagli di ritmi che agli amanti degli Autechre potrebbero far pensare paradossalmente agli Storm & Stress. Lì c’erano le chitarre e le batterie, qui i sampler e le tastiere. Con Mirrored il mutante dei due corpi ha una testa sola. E non sculetta per niente male.

Harmonic 313 – When Machines Exceed Human Intelligence (2009)

Dopo aver fiutato un buon cavallo di razza come Flying Lotus, Warp sbanca con un vecchio amico e si porta a casa l’album per eccellenza del wonky sound. Sound che peraltro ha una storia lunga che riporta indietro a gente altrettanto navigata come Neil Landstrumm e a “rivals” come la Planet Mu, sempre più sobria e attenta alle cose più puriste dell’elettronica. When Machines Exceed Human Intelligence è il colpaccio,  perché è l’album da consigliare al pubblico più allargato e quello che il pubblico di nicchia erge a culto assoluto. E’ inoltre una quadratura che rappresenta un ritorno al Kraftwerk sound (che animò la techno dell’anno zero) e al ritmo zoppicato e dispari del post-step (che ha dominato i rivoli di una scena brit stanca delle drillate di Aphex e Squarepusher di fine novanta).