Musica come responsabilità. Intervista a Cesare Basile

«Il dramma di un’umanità ferita ed esclusa e, allo stesso tempo, fiera e feroce nel sopravvivere all’offesa»: potrebbe bastare questa frase tratta dall’intervista che segue per descrivere l’ultimo, bellissimo album di Cesare BasileU Fujutu su nesci chi fa? (recensito anche su queste pagine). Un disco che parla di crocicchi stilistici immaginari in cui si incontrano stili diversi e visioni («Tagliare una tromba d’aria col coltello. Tutto è partito da questa immagine»), biografie e passioni complementari (il blues, la cultura popolare siciliana, il cantautorato, l’Africa), suoni viscerali e linguaggio. Per poi scoprire che è la geografia a plasmarti, almeno quanto gli ascolti musicali e il senso di responsabilità verso ciò che rappresenti con la tua arte. In allegato all’intervista trovate un video in esclusiva per SENTIREASCOLTARE tratto dal live di Basile dello scorso 25 marzo al TPO di Bologna: una versione entusiasmante di una Strofe della guaritrice estratta dal disco del 2011 Sette pietre per tenere il diavolo a bada.

Hai scritto un disco splendido, frutto di una calligrafia che passa dalle ritmiche dell’Africa agli Stati Uniti, alla Sicilia. Il linguaggio che utilizzi del resto, ovvero il blues, non è solo appannaggio della tradizione statunitense ma è ovunque (a volerlo vedere), cambia solo forma e coordinate geografiche. Il senso profondo tuttavia rimane lo stesso: esprimere gli affanni degli uomini, le loro vicende, il loro essere inevitabilmente umani. Se dovessi compilare una ideale carta di identità di quello che è il “blues” per Cesare Basile, quali musicisti ti sentiresti di citare?

Il blues è refrattario alle carte di identità. Ha mille facce, come il dolore, e una scala che fugge il minore e il maggiore. Il blues ti attraversa e non conosce nome, oppure ne ha tanti. Prova a tirare una linea che va da Blind Willie Johnson e arriva a Frantz Casseus, passando da Nina Simone, Neil Young, Piero Ciampi e Ciccio Busacca. Per una carta del genere avremmo bisogno di un’anagrafe degna di Borges.

Cogli delle analogie confrontando la cultura musicale popolare della tua Sicilia con quella degli afroamericani, responsabile della nascita del blues?

Il dramma di un’umanità ferita ed esclusa e, allo stesso tempo, fiera e feroce nel sopravvivere all’offesa.

Come si arriva a un disco come U Fujutu su nesci chi fa?? C’è un’idea generale che ha indirizzato i brani in scaletta?

Ero partito dalle pratiche magiche e dalla medicina popolare. Da come un’interpretazione irrazionale, fantastica, della natura, delle avversità, dei rapporti economici, della malattia, possa materializzare una condizione al punto da maneggiarla. Tagliare una tromba d’aria col coltello. Tutto è partito da questa immagine.

Dal tuo punto di vista, in cosa U Fujutu su nesci chi fa? – che attualmente stai portando in tour – è diverso dal Tu Prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più uscito nel 2015 e che ti ha fatto vincere la Targa Tenco per il miglior album in dialetto?

Nella radicalità con cui la materia del racconto è stata trattata. Niente è stato concesso all’autore. Forse volevo proprio cancellarlo l’autore.

Il percorso che hai intrapreso negli ultimi anni è stato molto coraggioso. Cantare in dialetto probabilmente allontana gli ascoltatori poco propensi a scendere a patti con qualcosa che i più distratti potrebbero rinchiudere nella definizione “world music”. Il realtà, il paradosso è che più ti cali nella materia di indagine che hai scelto, più i tuoi dischi diventano diretti dal punto di vista del mood, del feeling generale. Insomma, viaggiano su binari che non hanno a che fare soltanto col linguaggio utilizzato dai testi, ma con qualcosa di più profondo…

Abbandonare un linguaggio d’abitudine porta necessariamente all’apertura di un livello di comunicazione solo apparentemente più complesso. Nei fatti la visceralità di un suono supera il concetto di significato del testo e reimposta il meccanismo di intesa con chi ascolta su un codice più immediato che ha a che fare con la memoria delle viscere.

La riscoperta delle tue radici siciliane non è semplicemente una sbornia etnica, ha più le fattezze di un legame di sangue a cui si deve prima o poi rendere conto. Cosa vedi ora nel dialetto siciliano e nella cultura popolare che il dialetto si porta dietro che a inizio carriera non riuscivi a scorgere?

Non credo ai legami di sangue, credo alla geografia, a come le pietre, le acque, la sabbia, i venti di luoghi specifici ti formino a prescindere dalla tua educazione intellettuale. Quando ho iniziato a suonare i miei stimoli venivano da mondi apparentemente lontanissimi da quello della tradizione popolare. Ho dovuto fare il giro dell’oca e ripartire e imparare a mischiare il mazzo di tarocchi che la vita mi ha messo nelle mani e ritornare su caselle che i dadi mi avevano fatto saltare. Tutto qui. La lingua Siciliana è armata. Questa è stata la grande scoperta. Poter riutilizzare un immaginario apparentemente retorico che però ridà un senso al suono delle parole.

La scelta di cantare in dialetto si è portata dietro un diktat preciso anche dal punto di vista della strumentazione che utilizzi nei dischi?

Nessun diktat nei miei dischi. Si suona quello che si ritiene più opportuno suonare, per ispirazione e per necessità, mai per vezzo.

La tua musica non mi pare solo un racconto o la testimonianza di un mondo antico, ma anche una presa di posizione in qualche modo filosofica, ideologica, persino politica. Un riscoprirsi legati a un mondo reale fatto di storie del popolo, in un momento storico in cui l’individuo è diventato un consumatore passivo in cerca di una identità – sfortunatamente – più globalizzata e alienata possibile…

Principalmente politica, nella misura in cui l’individuo rivendica il suo diritto a maneggiare la vita, a tagliare la coda del drago, a farsi coda di drago.

Una ricerca febbrile, quella di cui parlavo nella domanda precedente, che purtroppo rimane spesso in superficie e sfocia nel semplice intrattenimento massificato, nel like istintuale e rapido da social network, e che non risparmia nemmeno chi ascolta musica…

Ascoltare musica e vivere sono concetti ben diversi dallo scaricare file e farsi pisciare in testa.

Gli Afterhours qualche anno fa cantavano versi come «Tradirsi con rispetto, perché vivere è reale, ma vivere così, non somiglia a morire?». È una frase che mi ha sempre colpito, e che ho spesso ricondotto anche al ruolo del musicista. Qualcosa da mettere in relazione con l’onestà di fondo che dovrebbe avere un artista quando produce arte, un’arte intesa prima di tutto come risultato di un’indagine interiore. Cosa ne pensi?

Penso che un artista debba innanzitutto rendere conto alla sua arte, a un dono che ha ricevuto. Io ho responsabilità soltanto nei confronti della musica.

Tra gli esempi illustri di musicisti che hanno fatto percorsi analoghi al tuo riscoprendo la tradizione dei dialetti e la cultura popolare c’è sicuramente il Fabrizio De André di Crêuza de mä. Che idea hai di quel disco?

Quel disco è il risultato della fame e della paura, come tutti i grandi dischi.

Cosa significa essere un cantautore per Cesare Basile?

Non me ne importa un cazzo.

16 maggio 2017
16 maggio 2017
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