25 e non sentirli: il 1993, i dischi imprescindibili e il dramma degli Xennials per Valentina Zona

Dopo le puntate precedenti di questa “rivisitazione” a posteriori degli album usciti nel 1993, quella di Stefano Pifferi e quella di Marco Boscolo, allunghiamo lo sguardo sulla top10 di Valentina Zona.

Chi è nato nei primi anni ’80 vive uno psicodramma sociologico che trae la sua origine dall’appartenenza a un segmento generazionale spurio, ibrido, bastardo o liquido (come dir si voglia). Un tempismo storico anomalo, il nostro, che rende ardua una precisa collocazione: non più ascrivibili alla famigerata generazione “X”, non ancora associabili alla categoria “Millennials”, racchiudiamo in noi il declino di un tempo analogico e i semi ancora incerti della futura era digitale. Una specie di limbo semiotico che ci fa incarnare una transizione perenne e irrisolta da un’epoca all’altra, ma che soprattutto fa sì che tanti fenomeni cruciali del nostro passato prossimo ci abbiano solo sfiorati, per poi dover essere rivissuti e metabolizzati in differita, in certi casi quando quegli stessi fenomeni si erano già anche esauriti. Il 1993 è l’esempio perfetto di questo karma.

Nel 1993, avevamo 10 anni di vita o giù di lì. Ricordiamo perfettamente le camicie di flanella a quadri, i Nirvana alla radio e sulla bocca di tutti. Ricordiamo anche il video di Today con Billy Corgan gelataio, e la copertina di Rid Of Me miracolosamente apparsa nella classifica dei dischi di TV Sorrisi e Canzoni, da dove quella testa di medusa in bianco e nero ci ispirava un senso di inquietudine e angoscia. In quell’anno discografico cruciale, per certi versi esplosivo e per altri seminale, così gravido di conseguenze estetiche e culturali per la nostra stessa formazione, noi eravamo soltanto dei bambini. Quella roba, nostro malgrado interiorizzata, non avevamo potuto maneggiarla con il giusto strumentario di consapevolezze, e avremmo dovuto necessariamente riscoprirla anni dopo, riconciliandoci con vaghi ricordi per dargli sostanza, in cerca di una storia che in qualche modo sentivamo appartenesse anche a noi, ma che di fatto non avevamo vissuto nel suo pieno svolgimento.

Il grunge, prima di tutto. Il ’93 è la vera e propria deflagrazione: In Utero dei Nirvana, Vs dei Pearl Jam, Pablo Honey dei Radiohead. E poi il non-grunge che piaceva al grunge, come Last Splash dei Breeders (che avrebbero aperto il tour dei Nirvana su espressa richiesta di Kurt Cobain) e Houdini dei Melvins (prodotto da Kurt Cobain, ancora lui, che ci aveva suonato pure). E poi l’anti-grunge degli Smashing Pumpkins, con quel Siamese Dream che li confermava convintamente outsider della “scena”. Il 1993 è stato anche il trionfo di un certo cantautorato femminile che avrebbe fatto scuola per svariati decenni successivi (e che tuttora fa proseliti): PJ Harvey, Björk, Hope Sandoval. E ancora: la prima ondata del brit pop “alto”, vale a dire i Suede, i Blur. Il 1993, infine, ha avuto le sue preziose anomalie: il discusso Tabula Rasa degli Einstürzende Neubauten, l’altrettanto controverso In On The Killtaker dei Fugazi, l’incollocabile Cure For Pain dei Morphine.

Tutte queste cose bellissime e irripetibili, le avremmo afferrate solo nella tarda adolescenza, facendo una fatica enorme per metterci in pari, mentre nel frattempo qualcuno era morto, qualcuno era diventato altro, e qualcun altro ancora aveva già stancato. In ogni caso, meglio tardi che mai:

1 PJ Harvey – Rid Of Me

Dopo l’esordio fulminante e scarnificato di Dry, la consacrazione – un po’ scritta nelle stelle e un po’ costruita a tavolino dalla produzione di Sua Maestà Steve Albini – che trasforma Polly Jean Harvey nel prototipo perfetto della femmina disturbata e irresistibile, col suo bagaglio animalesco di emotività elefantiaca e conturbante, il trasformismo, le variazioni di registro, la poetica affilatissima, l’equilibrio impossibile e tutto postmoderno tra il facile e il difficile, il talento nell’essere scomoda, l’orgoglio della singolarità. Un disco imprescindibile e transgenerazionale.

2 Smashing Pumpkins – Siamese Dream

Gish era uscito poche settimane prima di Nevermind, e ne era stato letteralmente fagocitato. Tutto quanto di promettente e di nuovo, di assolutamente inedito e originale che si trovava in quel piccolo gioiello, era stato divorato in un sol boccone da Cobain e soci. Siamese Dream, uscito a due anni da distanza, racconta la storia di un’ostinazione – quella di William Patrick Corgan – a voler essere altro, ma soprattutto a voler essere autenticamente se stesso: pur avendo intuito dove fosse girato il vento, ha continuato imperterrito a seguire la sua rotta, accettando di non essere riconosciuto come il più bravo di tutti, sapendo intimamente di esserlo, e per giunta non facendone alcun mistero.

3 The Breeders – Last Splash

Kim Deal, la sempre troppo retrocessa bassista dei Pixies, nel 1988 si prende una pausa, stanca di avere un ruolo marginale nella band. Chiama a raccolta Tanya Donelly dei Throwing Muses, la bassista Josephine Wiggs, il batterista degli Slint, Britt Wallford e la violinista Carrie Bradley. Ne nasce Pod, registrato a Edimburgo nel 1989 da Steve Albini. Il resto è storia: l’ingresso della gemella Kelley, la registrazione dell’ep Safari, i vari cambi di formazione, l’arrivo del batterista Jim MacPherson e quindi l’incisione di Last Splash, dove si condensano i capisaldi di una straordinaria esperienza artistica, in bilico tra dramma e goliardia, ironia scanzonata e un filo di disperazione. Punk-rock da cameretta: gli albori dell’indie.

4 Björk – Debut

Primo disco solista dopo l’abbandono degli Sugarcubes, Debut rivela al mondo la straordinarietà di un’artista e della sua voce, ma soprattutto di una visione che riesce ad andare oltre i generi, mescolando art-pop, elettronica, jazz e world music, e preannunciando un eclettismo e un’attitudine alla sperimentazione che avrebbero scandito tutta la produzione successiva.

5 PJ Harvey – 4 Track Demos

Ancora lei, che non paga dello scalpore suscitato con quel suo lavoro sporco e a tratti truce, eppur sofisticatissimo, che era stato Rid Of Me, forte di una consapevolezza accresciuta dal riscontro positivo unanime di pubblico e critica, decide di far uscire le demo di quella tracklist, con l’aggiunta di alcuni inediti. Lì si rivela la formula vincente che PJ avrebbe ciclicamente replicato, sia pur in mille forme diverse: la stratificazione. Lì si scopre quanto semplici e scarnificate siano le sue ritmiche e quanto geniali le sue intuizioni melodiche: fare tantissimo con pochissimo, un’arte per pochi predestinati.

6 Mazzy Star – So Tonight I Might See

I Mazzy Star sono la voce delicatissima di Hope Sandoval, una sirena desertica destinata a far scuola a tutte le future interpreti del dream-pop, con le sue melodie indolenti e la malinconia intrinseca, con la poesia polverosa di sussurri suadenti che tracciano traiettorie oniriche e vertigini psichedeliche e light-shoegaze. Fade Into You: inno romantico generazionale.

7 Morphine – Cure For Pain

La parabola dei Morphine è sempre sfuggita a qualsivoglia etichetta, riuscendo nello straordinario intento di confermare ciclicamente la propria deliberata inclassificabilità. Un vero e proprio casus nella storia della musica contemporanea, che dopo l’eccellente Good replica la sua unicità con questo nuovo episodio di “low-rock”, i cui tratti caratteristici sono notturni, decadenti, terreni ma anche metafisici.

8 Einstürzende NeubautenTabula Rasa

Manca la carica eversiva dei tardi anni ’80, ma anche qui Blixa e soci riescono nell’intento di dipingere angosciosi ed epici scenari post-industriali, sospesi tra ambient e musica da camera, in ossequio a una poetica che resta visionaria e immaginifica, puntualmente foriera di grandiose suggestioni senza tempo.

9 Red House Painters – Red House Painters

La giostra abbandonata della copertina dice già tutto: Kozelek canta la desolazione e il buio dell’anima, senza forse la necessità e l’urgenza espressiva del grunge imperante, ma piuttosto con un tono più dimesso e intimista, con un’attitudine che lo avvicina a Nick Drake, Bob Dylan e Simon & Garfunkel. Un cantautorato folk in rilettura ‘90s, capace di raccontare l’altra faccia dell’angoscia di una generazione.

10 NirvanaIn Utero

Doveroso omaggio a un testamento spirituale, secondo molti il vero capolavoro dei Nirvana, ma soprattutto il disco che sancisce la fine di una breve e gloriosa epopea, che a tutt’oggi sembra non essersi ancora del tutto esaurita (per fortuna o purtroppo). Ricordo ancora quando, l’anno dopo, seppi della morte di Kurt Cobain. Avevo 11 anni, conoscevo giusto qualche canzone. Mi veniva un po’ da piangere, non sapevo nemmeno perché. Non avevo la più pallida idea di quanto tutto quello che aveva fatto mi fosse già entrato dentro, né di quanto, a distanza di anni, lo avrei sentito ancora in circolo: volente o nolente, anche lui era parte integrante di una storia collettiva, compresa la mia.

1 ottobre 2018
1 ottobre 2018
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