Achille Lauro e la grande bolla

C’era una volta un Festival che in molti – intendo: milioni di persone, anzi di telespettatori – aspettavano come un evento stagionale, televisivo sì ma anche e soprattutto musicale. Lo aspettavano come se fosse un riflesso puntuale, oracolo e resoconto, dello stato delle cose musicali italiane. Con in più uno spiraglio sul mondo, grazie ai “super ospiti internazionali” (mi pare che li chiamassero così). Tra quei milioni di telespettatori e gli appassionati di musica, tra chi cioè dedicava un po’ di tempo all’ascolto e alla consocenza di quanto accadeva in Italia e nel mondo musicalmente parlando, non c’era granché di sovrapponibile. Erano due mondi diversi, mossi da istanze e attitudini agli antipodi, perlopiù disinteressati al cosa e al come inerenti l’altro. In ragione di ciò, il tipico telespettatore sanremese (un’astrazione, lo so, ma ci siamo capiti) era legittimamente convinto che ciò a cui assisteva – la parata dei “big” e i “giovani” – corrispondesse a quanto di meglio si stesse muovendo nel nostro Paese in ambito canzonettistico. Una cosa tipo: se non passi da Sanremo, non esisti. Le playlist radiofoniche commerciali – quelle su cui si sintonizzavano i telespettatori sanremesi – tendevano ad assecondare questa percezione delle cose. I canali televisivi, ovviamente, pure. La stampa generalista, non ne parliamo.

Uscito dalla crisi degli anni della contestazione e del punk, Sanremo a partire dagli Eighties seppe recuperare un appeal vasto e profondo, divenne ingrediente irrinunciabile del nazionalpopolarismo che bene o male teneva unito l’immaginario collettivo, come la pizza, gli spaghetti, la Nazionale di calcio e la famigerata arte di arrangiarsi. Funzionava. Alla grande. Era una bolla perfetta, con le sue regole, le sue formule, i suoi cliché. Uno di questi prevedeva la presenza funzionale del bizzarro, dell’outsider che giustificava con la sua anomalia la formula conservatrice. Accadeva a livello di “nuove proposte” – come la sbeffeggiatissima Sibilla di Oppio o il pressoché dimenticato Santandrea, che comunque si guadagnò l’ineffabile Premio della Critica del 1984 – ma anche tra i “big”, vedi la quasi vittoria di Arbore (dove il “quasi” faceva la differenza) o i pessimi piazzamenti di Vasco Rossi. La bolla festivaliera era il riflesso di una fruizione familiare in una cultura familistica, dove l’esterno col suo oscuro ribollire (musica alternativa? Musica indipendente?) semplicemente non aveva senso, non importava, non esisteva. Per i più consapevoli, si trattava di una auto-illusione accettabile e perciò accettata, un gioco consolatorio e in fondo innocuo.

Poi è cambiato tutto.

I talent da una parte, la liquefazione e la portabilità della musica dall’altra, hanno fatto scoppiare la bolla sanremese. Altre bolle, più estese e pianificate, sono calate su un pubblico più vasto e trasversale, generando un palco di consumatori musicali svincolati dalla stagionalità di Sanremo perché sottoposti ad altre (e più remunerative) periodicità. Il pubblico si è abituato ormai a guardare oltre Sanremo. A saperne oltre Sanremo. A non cercare più in Sanremo il report sullo stato delle cose ma un riflesso, una passerella solo un po’ più prestigiosa. Degli outsider sanremesi oggi si sa molto, la reazione nei loro confronti non è più il divertito “e questo chi cazzo è?”, ma un “vediamo come se la cava xxxx a Sanremo”, o qualcosa di simile. Gli outsider una volta procuravano un effetto weird, erano incongrui rispetto al festival, sembravano piovuti da Marte. Gli outsider di oggi sono invece una sorta di “familiare aumentato”, ti pare di conoscerli da sempre, sembrano prelevati dal privé di quel club cittadino dove forse vai o forse vorresti andare, ma anche no casomai. La differenza è enorme.

In primo luogo perché è un meccanismo che attira pubblico, un magnete per seguaci di talent e scene variamente indipendenti (sempre meno rock, sempre più neo-soul, hip hop e trap). In secondo luogo perché questi outsider di fatto non lo sono più, come la dimensione indipendente non è più “indipendente”, almeno non nel senso romantico di – sto semplificando moltissimo, lo so – “svincolato da logiche economiche e produttive di alto livello”. Al contrario, l’outsider sanremese si porta dietro una consapevolezza dei meccanismi che lo pongono in una posizione di avanguardia. L’alto livello produttivo rappresentato dai “big” ha ben poco da insegnare ormai in termini di strategia comunicativa e proposta espressiva alle piccole realtà produttive che dettano/cavalcano da anni il gusto di un pubblico dinamico, liquido, trasversale, catodico e social. Anzi: gli outsider sanremesi sono proprio quelli da cui ci si aspetta il nuovo in termini di strategia, di spettacolo, di prodotto. Ed ecco che come per magia scompare proprio quest’anno la divisione tra “giovani” e “big”. Una rivoluzione? No: una semplice presa d’atto.

E qui entra in gioco Achille Lauro. Pochi secondi dopo la sua prima esibizione, i social avevano sentenziato: Rolls Royce è una Vita spericolata dei nostri giorni e lui un Vasco 2.0. Il brano è in effetti un gioco scopertissimo: recupera forme rock un pizzico nostalgiche ma incalzanti e in questo senso consolatorie, si aggancia all’immaginario di quella canzone di Vasco (che arrivò penultima a Sanremo ma di fatto ne decretò la definitiva affermazione) e di altre che hanno provato a farsi testimoni di un’epoca, la voce stessa di una generazione alle prese coi dubbi e i timori di una difficile congiuntura o di una fase di passaggio problematica. Lo fa in maniera sbrigativa, sfacciata (la parata di correlativi oggettivi rockisti) e un po’ goffa (il bridge melanconico, con quel “di noi che sarà” che rimanda al Raf di Cosa resterà ma in chiave depressa/disagiata), e quindi – quindi – lo fa in maniera efficace, perché mentre svela il cuore trepido di quella pantomima che è l’hip-hop italico nelle sue varie declinazioni – simile alle pantomime generazionali di ogni tempo – continua ad alimentare un personaggio (Achille Lauro) sbruffone e persino minaccioso per quel senso di decadenza esistenziale tendente all’autolesionismo, alla “vita spericolata” appunto. Una pasta di Rolls Royce via l’altra.

E bene fa, Achille Lauro. Mi spingerei a dire: chapeau. Ma c’è una cosa che manca, a mio avviso, ed è l’errore. Lo sbaraglio. La possibilità di farla fuori dal vaso. Tutto è rigorosamente calcolato. La scelta di una Vita spericolata 2.0, le “parti utili” rock per costruire un pezzo che è pop dalla prima all’ultima nota. Tutto pianificato: ogni parola-feticcio, le pose. L’impegno e il disimpegno.  Persino il codazzo polemico sull’esaltazione dell’ecstasy (Rolls Royce è appunto anche il nome di una pasticca di MDMA) è evidentemente il frutto di un calcolo, cosa che è ben nota a chi sta alimentando questa polemica già vecchia prima di nascere. Tutto è sotto controllo, ragazzi. Quello che state ascoltando e vedendo, quello per cui vi scandalizzate, quello che dimenticherete. Tutto. Sotto. Controllo. Vasco Rossi aveva almeno il merito di provenire da una dimensione davvero precaria, raffazzonata e pure un po’ selvaggia, che doveva dimostrare di saper stare al mondo così come di saper stare di fronte al grande pubblico catodico (e Vasco NON ci sapeva stare: era il suo bello). L’outsider contemporaneo à la Achille Lauro invece sa fin troppo bene ciò che vuole e come ottenerlo. Non solo, potrebbe persino farti un tutorial su come si deve stare davanti al pubblico, catodico e social. Un po’ come quelle adolescenti che potrebbero tenere un workshop sul make-up della Ferragni*.

Di male in tutto questo non c’è quasi nulla, forse solo una cosa: il pubblico interessato alla musica proposta a/da Sanremo coincide sempre più con quanti oggi ascoltano musica, intendo ovviamente la musica-ovunque delle playlist talent-uose e rap/trapperiste. La tecnologia ha ampliato a dismisura il palco degli ascoltatori, uno tsunami che sommerge gli atolli degli appassionati e schiaccia l’immaginario sui parametri delle playlist di Spotify, Youtube e compagnia streameggiante. Tutta la scena musicale si sta adeguando, e Sanremo ne è appunto e puntualmente un riflesso. Con buona pace degli appassionati indie-rock (sto ancora semplificando) che oggi finalmente possono vedere Zen Circus e Motta giocarsela senza timori reverenziali come ieri hanno fatto Afterhours e Marlene Kuntz**, la massa critica dello share sanremese è tutta lì, tra gli Ultimo e – appunto – gli Achille Lauro, i veri ultracorpi della kermesse, i benedetti dalla consacrazione catodica che fa esplodere nella dimensione familiare/familistica un fenomeno vissuto e cresciuto (esponenzialmente) tra le playlist liquide dei dispositivi mobili adolescenziali.

Lo spazio per una musica che esista al di fuori di questa iper-bolla, che cioè non si conformi alla prospettiva di potersela giocare su un palco simile (eventuali riferimenti anche all’itpop sono voluti, e gli Ex-Otago stanno lì a dimostrarlo), è sempre più esiguo. L’alternativa in musica è un concetto che il pensiero non considera (quasi più). Possiamo ascoltare quante volte vogliamo i bei dischi di Nada (pure lei ospite sanremese, comunque) e dei Massimo Volume, ma il discorso non cambia. Il pubblico che di tutto potrebbe ascoltare si è fatto un’idea precisa di quel “tutto”, e ha deciso che deve coincidere con un confortevole “poco”.

 

 

*Nota a margine: è uscito un pezzo sul web che spara forte per acchiappare click, sostenendo cioè che Achille Lauro sarebbe il “nostro” David Bowie. Tra i motivi ci sarebbe che Achille Lauro, come Bowie, non ha inventato nulla, e che Achille Lauro, come Bowie, ha attraversato stili musicali diversi mantenendo con forza il proprio personaggio. Non aggiungo altro, se non che mi era passato per la testa di intitolare questo pezzo “Achille Lauro tra Vasco Rossi e Chiara Ferragni”: sarebbe stato buono per il clickbaiting e credo anche abbastanza attendibile.

**Niente male i pezzi di Zen Circus e Motta, soprattutto quello degli Zen.

8 Febbraio 2019
8 Febbraio 2019
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