Acre Stil Post

Come i nomi di band

Come i nomi di band che hai inciso sulle braccia e su cui non hai mai scritto nulla…
Quest’estate abbiamo incontrato i Massimo Volume a Urbino, durante Frequenze Disturbate, e abbiamo parlato un po’ con loro. Atmosfera strana, per chi li incontra quasi ogni giorno nel proprio bar preferito, nella propria città. Un bar, appunto, come quello che, dopo l’intervista ufficiale, ha ospitato, in una piazzetta urbinate, le nostre conversazioni. Ci è venuto in mente di scrivere qualcosa su di loro, ma senza strutturare l’articolo sulla storia, sui fatti, sugli aneddoti, sulle vicissitudini dei dischi. Non abbiamo dovuto molto vagare alla ricerca di un pretesto per impostare un discorso meno convenzionale, in verità. Si è trattato di esprimere pensieri e ragionamenti che qui a SA sono da tempo argomento di discussione, e ogni tanto risalgono in superficie.Una reunion, un’intervista, una serie di date dal vivo, per molti l’occasione di vederli per la prima volta; molto più che un pretesto per pescare con l’amo a galla. La considerazione basilare è che i Massimo Volume, seppure rivisti come nella più classica – e non sempre salutare – delle reunion di gruppi storici e di sicura presa, raccontano ancora qualcosa di estremamente significativo. Il piccolo passo successivo è la constatazione per la quale questo qualcosa non può che avere a che fare anche con il rapporto tra la musica e la parola, quella parola italiana che poi ha fatto di Emidio Clementi uno scrittore riconosciuto, oltre che un musicista. Un uso della lingua madre che non solo non ci lascia indifferenti per l’efficacia espressiva, ma perché – abbiamo pensato poi – può mettere in risonanza i tanto amati Massimo Volume con un gorgoglio esteso a scala più ampia, andando a racimolare affinità e divergenze in altre band accomunate dall’italiano usato nei testi.

Ci diverte creare collegamenti, fare costrutti di somiglianze e vederli crollare quando non funzionano. Ma soprattutto ci piace parlare di quello che succede ora; ecco che questo articolo si rivela con il suo doppio pretesto; il primo legato alla band bolognese; il secondo ben disposto dall’accoglienza che abbiamo dato a uno dei gruppi italiani attualmente più convincenti; i Bachi Da Pietra di Succi e Dorella – anch’essi intervistati e interrogati direttamente sui nostri temi.
I due argini che ci siamo scelti ci servono anche a incanalare la discussione non sulle band con testi in italiano tout court, ma di alcune band che dall’italiano hanno fatto un uso non cantato, o almeno non formalmente intonato secondo note e melodie. Il pensiero va ovviamente ai CCCP, ma anche, più recentemente, a Offlaga Disco Pax. La si chiami declamazione (termine già di per sé limitante, come vedremo), teatro di narrazione, spoken word, o come si vuole. Di fatto ci interessa indagare in questo speciale il rapporto tra certa musica – anche qui, per approssimazione definiamola post-rock – e la parola non cantata che la accompagna. Abbiamo in testa un’ipotesi, cioè che il formato di cui ci occuperemo ha prodotto risultati così buoni perché forse trova una specificità alla nostra lingua all’interno di una musica per nascita e sviluppo anglosassoni. Ma siamo certi che questo tipo di idee non possono avere un riscontro verificabile, ma solo casi esemplari. Ecco il motivo per cui ci occuperemo principalmente di due pilastri, non solo per la loro importanza ma per la loro validità puntuale, che esprime esempi tipici, oltre che flussi e fenomeni di passaggio.
Sono due poli di quel dolce stile della deframmentazione del rock; episodi che convochiamo perché ci illustrino dei rapporti. Massimo Volume e Bachi Da Pietra hanno e hanno avuto la capacità di aggregare tipi, fenomeni, scene; accanto a loro, a titolo d’elenco, non mancheranno di essere citati Starfuckers e Sinistri, i Madrigali Magri, ma anche uno dei personaggi che coglie gli anni Novanta come colse i primi Ottanta sotto altro pseudonimo: Fausto Rossi.
Riassumendo: perché tante cose – attorno a “quelle” due – che ci piacciono e troviamo convincenti non “cantano” in italiano, ma in un certo senso lo declamano, lo leggono, come in un teatro di narrazione, come in quella cosa che chiamiamo generalmente spoken-word?

È possibile parlarne insieme? Che classi di somiglianza si trovano?
(GC)

Massimo Volume

Giri di persone

Prima, anche a livello psicologico, eravamo molto più coinvolti, anche perché siamo cresciuti insieme o comunque abbiamo passato moltissimi anni della nostra vita appiccicati. Negli ultimi anni abbiamo avuto modo di fare esperienze ognuno per conto nostro che ci hanno reso più autonomi. Per quanto mi riguarda, devo dire che il periodo che ho passato con i Franklin Delano mi ha molto alleggerito nei confronti della dimensione del concerto. Con loro ho fatto una tournè negli Stati Uniti abbastanza lunga, più o meno quaranta date in due mesi e mezzo, e il fatto di dover risolvere per forza i problemi che ti si presentavano mi ha spinto, per forza di cose, ad accelerare e ad affrontare il concerto in maniera più rilassata.

È così che Vittoria Burattini, batterista dei Massimo Volume, racconta il prima e il dopo di un coinvolgimento che metteva pienamente in gioco personalità, esperienze, forme esistenziali; troppo importante da manifestare nel modo giusto. Quel che ci interessa dei Massimo Volume, tra le altre cose, è l’intersezione di contesti di riferimento, che concentrarono nella loro vicenda. Ne parliamo al passato remoto non perché non abbiamo fiducia in una nuova loro uscita, ma perché, alla luce di quanto sottolineato da Vittoria, oggi quella sorta di “apprensione”, non può più forse esistere come dieci anni fa. Vittoria racconta della vicenda Franklin Delano, ma non è l’unica ad aver operato, da quel 2002 in cui si suole posizionare lo scioglimento dei Massimo Volume, una decompressione dalla band. Egle Sommacal – chitarrista dei Massimo Volume, dopo la parentesi inaugurale di Umberto Palazzo – coltiverà poi la propria passione per la chitarra e John Fahey in un progetto solista (con un album all’attivo, Legno), ma contribuirà anche alla vicenda post rock italo-francese degli Ulan Bator. E oggi suona la chitarra in quei Blake/e/e/e che continuano non senza discontinuità la parabola Franklin Delano. È proprio lui a rimarcare il concetto di Vittoria: In questi ultimi anni ognuno di noi ha visto che per conto suo riesce, più o meno, ad andare avanti. Potrebbe essere considerato un limite per una band ma in fondo non lo è, nel senso che proprio per questo, certe tensioni vengono evitate e si vive tutto in maniera più leggera.

Emidio Clementi dal canto suo aveva già iniziato la sua carriera di scrittore mentre i MV erano in attività, e dopo il loro scioglimento partecipò al progetto El Muniria, con Massimo Carozzi e – almeno su disco – Dario Parisini, già Disciplinatha e… ancora una volta Massimo Volume. Insomma una delle chiavi di ciò di cui stiamo parlando è la scala del giro di persone – che vanno e che vengono, che tornano, si ritrovano – che stava attorno a MV; un giro che tutt’oggi si alimenta, ma che una quindicina d’anni fa aveva un epicentro nel quartiere del Pratello di Bologna, un tempo sede delle balere e del divertimento felsineo, poi fulcro della vita studentesca bolognese – e oggi messo in discussione da deliri amministrativi. In effetti stiamo mettendo moltissime carte sul tavolo. È un modo ovviamente di dare conto di una scena che tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta ebbe un’effervescenza culturale, creativa, sociale alimentata dalla provincia italiana che si spostava nel capoluogo emiliano e lì trovava una sede fisica dove esprimersi. C’era coesione in un ambiente che produsse l’occupazione proprio del Pratello della prima metà dei Novanta – raccontata, soprattutto nelle sue fasi conclusive – e di sgombero – da Mimì Clementi nel suo libro La notte del Pratello. Ma abbiamo anche accennato al post rock; è da qui che vogliamo riprendere il discorso musicale che stiamo cercando di fare, attraverso le parole di Mimì e la musica dei MV. Certi che, se quanto evocato ha una validità, quelle parole non ci parleranno solo di una persona o di un’esperienza, ma avranno una forza risultante che pulserà anche di quella scena bolognese che ha dato i natali alla band.

C’è forza nel tuo post-rock

Cos’era quella cosa che i MV mettevano in gioco, con tutti loro stessi? Era un’esperienza totalizzante, uno sguardo dal di dentro. In questo senso è più facile per i MV raccontare oggi il coinvolgimento di allora. Ma in quegli anni i MV furono fautori di una volontà di auto-rappresentazione che finì con l’esprimersi con uno spoken-word che potremmo definire declamatorio. A testimonianza si cita spesso la tensione che viveva nei primissimi MV – quelli prima di Stanze – tra la “lettura” di testi di Emidio Clementi e la voce “cantante” di Palazzo, poi superata proprio con l’arrivo di Sommacal e con la presenza vocale del solo Mimì.
Ma cos’è la declamazione? Sfogliando il dizionario figurano definizioni come “recitazione con tono solenne”, se non specificazioni della tradizione retorica che ha individuato e promosso questa forma di espressione. La declamazione sembra comunque un modo di esporre le cose che trae la propria linfa dalla coerenza di un discorso, di un mondo, di una narrazione. Sembrerebbe un escamotage del foro per sbobinare con massima convinzione davanti all’interlocutore il proprio sistema di idee, forte e chiaro.

Se c’è qualcosa di chiaro, qui, è che invece i Massimo Volume avevano tutt’altro obiettivo. Per delinearlo dobbiamo probabilmente riferirci a qualcosa di non troppo lontano da loro – ma neanche troppo vicino, a ben vedere – eppure oltreoceano. Si parla naturalmente del post-rock di Louisville, e quindi di Slint, Rodan, June of ’44; e delle band a queste connesse, in primis i For Carnation di McMahan. Si diceva infatti degli Slint che in qualche misura facessero musica “narrativa”, quando ancora “post-rock” era un termine reynoldsiano legato ad altre dinamiche musicali, altre ibridazioni. Effettivamente, ripensando oggi al post rock ormai storicizzato, non è inefficace usare concetti come quello della narratività; non dobbiamo però pensare a storie concrete, ma a una suspence legata alla destrutturazione che al tempo stesso veniva prodotta con armonie e melodie, riff e soli. Del resto però lo stesso Brian McMahan ha più di una volta sostenuto che il passaggio Slint-For Carnation ha significato per lui una maggiore attenzione alle lyrics, all’elemento linguistico.

Ma torniamo ai MV. Ci ha confessato Egle Sommacal che “per anni” le persone hanno detto ai MV che assomigliavano agli Slint, “ma allora, gli Slint, io non li conoscevo nemmeno. Provenendo però dalla stessa generazione probabilmente ci siamo dissetati dalla stessa sorgente”. Il che meriterebbe una riflessione a parte, sulla capacità del post-hard-core di produrre risultati non dissimili a scala mondiale, in situazioni del tutto differenti. Non si può negare una certa somiglianza tra le strutture ritmiche e di accompagnamento alla voce di Mimì e le de-strutture slintiane; fenomeno ancor più evidente – in primis per l’uso della parola – se pensiamo appunto ai For Carnation.
Il punto è che però quelle dei Massimo Volume sono “vere” storie, narrazioni più tradizionali e comunque sicuramente più intenzionali. Il che vuol dire che nella musica dei Massimo Volume era presente uno di quegli elementi cardine della struttura narrativa: la catarsi. Mimì ci raccontava i suoi incubi, la sua quotidianità, il mondo suo e dei suoi amici, con la forza delle sue metafore sanguinanti (pensate alle “corna del toro” in Fuoco Fatuo); ed è il caso di trovare una specifica versione di declamazione che faccia al caso nostro, ovvero al caso dei MV.

Non si può parlare di declamazione pura per quell’esperienza totalizzante che furono i Massimo Volume; non c’era infatti l’arroganza della certezza nel mondo descritto da Clementi; c’era però una forza coesa; la declamazione, quasi strozzata nella voce, era un modo per sfondare il proprio mondo intimista – condiviso coi propri cari, ma comunque intimo – altrimenti inaccessibile, sbattendolo addosso all’ascoltatore. È per questo che quell’esperienza totalizzante era fatta di catarsi generazionali, declamate, scandite, perentorie. Ma non fatte di un contenuto forte; anzi forti proprio per superare la debolezza esistenziale della propria condizione.
Se le lyrics dei MV sono quindi così propriamente narrative, allora possiamo pensare alla loro musica come cornice di un genere. Non è un modo per sminuirla, al contrario; è una lettura che la vede come quella serie di indizi ambientali, di modo di rappresentare, che per esempio ci fanno percepire, leggendo un romanzo, le tonalità, i toni foschi del noir…

Altre parole

Altri toni, quasi marziali fino alla parodia, furono quelli della band degli anni Ottanta che più di ogni altra, probabilmente, e che lo si voglia o no, ha lasciato il solco nel panorama italiano. Ricordate la maniera specifica con cui Giovanni Ferretti presentava ed elaborava i testi dei CCCP? Quei testi fatti di tanta cultura (un esempio; alcuni dei versi di Mi Ami sono voci dell’indice dei Frammenti del discorso amoroso di Roland Barthes, e lo spirito proviene dall’antipsichiatria di Leing) ma pure di tante frasi basse, provinciali, automatiche, popolari e retoricamente politiche. Musica per un socialismo popolare messo in un calderone di contraddizione ma, in virtù della recitazione sovratona di Ferretti, assolutamente non dubitative, nella forma.

I CCCP scandivano perentori una provincia nata dalla differenza con Berlino, e non solo; la loro cultura era sistematicamente la ricerca della confusione delle idee dell’ascoltatore e del pubblico. Quel pazzo schizzato di Danilo Fatur, che si trascinavano ai concerti per le parti performative, insieme alla “benemerita soubrette” Annarella, era parafascista, forse, ma non importava. Si veda, per avere casi concreti del loro rifuggire la chiarezza, Tempi Moderni, documentario che racconta la storia della band proprio quando questa stava per disgregarsi, alla fine degli anni Ottanta.

Di un socialismo solo apparentemente simile nutrono le loro liriche gli Offlaga Disco Pax; ma il loro socialismo tascabile è in via di disgregazione, e il loro sforzo linguistico è proprio di presentarlo come se potesse stare in piedi. È tascabile perché non ha più un mondo sotto, ma è ormai fatto solo di parole. Parole che sono declamate, anzi lette da Collini – facciata strumentale al pensiero offlaghiano – proprio perché, come nel caso Clementi/MV, esse sono letteratura; nascono come racconti e come tali vengono riproposti/offerti a chi ascolta. Ma possiamo solo sfiorare lateralmente l’universo socialista in disgregazione degli Offlaga, per il semplice motivo che esso richiederebbe una indagine approfondita e circostanziata del procedere dei tre troppo ampia in questa sede. Limitiamoci soltanto ad accennare all’aspetto letterario dei testi di Collini e all’intromettere nel cuore del nostro discorso la declamazione – a volte sommessa, spesso quasi timida, sempre sarcastica e feroce – dei suoi scritti.
Certo a noi non interessa tessere altre parafrasi sul rosso in Italia; esso si presta al nostro discorso nella misura in cui riflette un mondo intatto, certo, declamabile, eppure necessariamente colmo di debolezze, di contraddizioni collettive.

Il passaggio tra MV e CCCP è brusco proprio per questo. Vi si nasconde il rapporto tra espressione individuale e collettiva. Su un altro piano stava invece un altro fenomeno coevo – e coesistente geograficamente – ai Massimo. Una band che non si preoccupava forse di esprimere un sistema ma di lasciare che i particolari – i frammenti – lavorassero a questo, nell’ottica della destrutturazione vera e propria; parliamo degli Starfuckers.

La nostra disamina non segue un filo storico o biografico, come dicevamo. Siamo infatti ancora nel 1991 quando esce un capitolo importante, anche se breve, che a pieno titolo può essere citato in questa disamina. Si tratta di un mini intitolato Brodo Di Cagne Strategico; quindici minuti scarsi di pura rivoluzione dei costumi con cui gli Starfuckers iniziarono a dire la loro sull’uso della lingua italiana. Fu forse di uno degli urli del post hard-core italiano più significativi; qualcosa di non troppo distante del valore aurorale – dentro al tramonto core – che nel post-rock degli States furono i due EP degli Squirrel Bait. I collegamenti tra il gruppo bolognese – poi diventato Sinistri – e i Massimo Volume non sono solo relativi alla lingua con cui ci si esprimeva per comprare il pane; la collaborazione dei membri dei Massimo Volume ai dischi degli Starfuckers fu costante. Non solo; i fottitori di stelle erano tra quelle band che suonavano e si aggregavano attorno all’esperienza del Pratello bolognese. E ciò che gli stessi protagonisti di Lungo I Bordi riferiscono a proposito di una scena bolognese si riferisce anche e soprattutto al gruppo di Manuele Giannini, Alessandro Bocci e Roberto Bertacchini.

Dopo i primi passi (in inglese, nelle liriche e nelle musiche) di Metallic Diseases, in Brodo gli Starfuckers esordivano proprio suggerendo di alzare il volume, con tono di certo declamatorio, di quella spavalderia disperata che ha tanto del rigetto, del riot anglosassone, ma mai derivativo, copiato e incollato. La somiglianza con gli altrettanto nascenti Massimo è abbastanza evidente; ma è un vagito dopo il quale il percorso intrapreso sarà completamente diverso, o meglio; sarà un tracciato dritto dritto verso la cultura del frammento. Da Sinistri a Infrantumi, fino alle uscite sotto la ragione sociale Sinistri la direzione è netta e coerentissima al suo interno. E però tutto ciò non è una negazione del mondo collettivo pratelliano che i MV esprimevano con le loro immagini individuali. Ascoltando i dischi “maturi” degli Starfuckers, infatti, ci rendiamo conto che le parole resistono, non diventano espressione astratta della frammentazione della consistenza musicale, non veicolano l’incertezza che, come vedremo, è cara all’altro pilastro del nostro ragionamento. Semplicemente, le parole di Sinistri si diradano; al tempo stesso il tipo di cultura del frammento scelta da Giannini e soci è perentoria, testarda, è destrutturazione metodica, completa, deliberata, a 360 gradi.

Il referente di questo frammento è ancora il post-hard-core, lo stesso che si decostruì nel free-jazz schizzato, anche qui in italiano, dei Detriti, la band del Nord-Ovest avant-core di cui Egle Sommacal fu chitarrista negli anni Ottanta, prima di arrivare a Bologna e iniziare l’avventura Massimo Volume. Era quello dei Detriti un frammento causato dalla distruzione, dalla rottura, dal piatto lanciato contro il muro e finito in mille pezzi; anche l’italiano usato, per quanto genuinamente studiato per essere non di certo un semplice accompagnamento vocale – di gola – è sparato a zero senza lasciare spazio alla comprensione, spesso, attraverso una decostruzione dei simboli del ventennio fascista che sapevano – criticamente parlando, ancora per reazione – parecchio di CCCP.

Non abbiamo parlato di dischi, nel caso di MV. Pur continuando a non volerne tracciare una biografia citiamo però il primo album della band di Clementi, Sommacal e Burattini; e di quell’LP, Stanze, prenderemo l’ultima traccia. Ci fa parlare di un personaggio che andrebbe approfondito senza posa. È un testo di Faust’O che i Massimo Volume usano per Cinque Strade, appunto il brano conclusivo del loro primo disco. I MV consideravano Fausto Rossi una figura di riferimento; gli affidarono la produzione di Lungo I Bordi, che, a parte screzi in fase di esecuzione del lavoro, fa respirare i sospiri nichilisti del Fausto Rossi di Exit, suo splendido disco – e forse il migliore con tale moniker. Proprio da Exit traiamo l’ultimo esempio prima di passare all’altro polo della nostra disamina. Scegliamo la lunga Blues perché ci sembra si attesti in un punto mediano tra MV e Bachi da Pietra. Ha dentro un’impostazione vocale da teatro di narrazione, è spoken-word da definizione, narra le profonde certezze di un uomo senza più fiducia nell’umanità, a cui si perviene coltivando la complessità.

Un esempio che ci porta a una domanda, andando a fondo della frammentazione del rock italiano degli ultimi tempi, che ci fa chiedere se la voce in italiano, lo spoken word, possa avere una valenza ritmica. Le rade parole degli Starfuckers probabilmente avevano funzioni “percussive”; ma è solo con la seconda parte del nostro discorso che ora andremo a scoprire come delle parole possano provocare, come un ritmo, un andirivieni di mondi semantici a cui appellarci senza mettere tutto insieme, coerentemente.
(GC)

Bachi da Pietra. Instant book dell’esistente…

Affrontare un benché minimo discorso che ambisca a toccare anche marginalmente l’uso della lingua italiana nel “rock italiano” degli ultimi 10 anni non può assolutamente prescindere da due esperienze strettamente connesse l’una con l’altra. Per filiazione diretta, si direbbe in prima istanza, ma anche per un ovvio legame di continuità poetica e per il livello di eccellenza raggiunto in entrambi i casi.

Madrigali Magri e Bachi Da Pietra – questi i nomi – sono realtà che sembrano intersecarsi non per l’ovvia presenza di un membro in comune, quanto piuttosto per una comune tendenza alla vita carsica, apparentemente sottotraccia, dal profilo (volutamente?) basso che però, a ben vedere, nasconde una lucidità di intenti e una evidenza di risultati a dir poco stupefacenti. Giambeppe (ora Giovanni) Succi è il trait d’union visibile. L’anello concreto che accomuna, incastra due esperienze musicalmente diverse eppure dal mood simile. Capaci di creare un livello di tensione incredibile nell’ascoltatore ad ogni prova lasciata su pentagramma.

Madrigali Magri. Nome bizzarro. Contemporaneamente colto e punk. Che tratteggia da subito un immaginario emaciato, asciutto, urgente e insieme classico, antico, demodé. Tre personalità diverse (Giambeppe Succi, voce/chitarra; Valerio Rossi, batteria; Nicoletta Parodi, basso) per tre dischi appena, o poco più. Tre capolavori. Tre raccolte nervose e lucide che sono un inabissamento/emersione nel buio primordiale ed arcaico dell’io. Da Lische (scarnificazioni sonore + minimalismo testuale) a Malacarne (l’opera al nero del definitivo sprofondamento), passando per il grido soffocato e polveroso di Negarville, arido nell’animo.
Tutto nell’universo MM si fa pressione senza rilascio. Tensione in accumulo che sfocia (si sfoga?) nelle liriche del Succi. Nella sua intima necessità di dire che è fondamento essenziale, strutturale di ogni prova MM e BdP.

In identica misura tre sono le prove finora rilasciate da Bachi Da Pietra. Un duo stavolta, sempre formato da personalità diverse, formalmente contrastanti, antitetiche quasi; ma solo in apparenza, dato che null’altro sono se non le due facce dell’inesplicabile dicotomia dell’esistente. Tre dischi anche per BdP; tre opere che sono dimostrazione dello sguardo dal basso e dal di dentro. Dalla terra (nella terra) e dalle viscere (nelle viscere). È stato detto tanto, ma non abbastanza su quelle tre prove. Avremmo voluto provare qui a darne, o meglio ci sarebbe piaciuto ipotizzarne un’altra di lettura. Incompleta, per forza di cose, ma per lo meno ulteriore. Avremmo voluto tentare una indagine nei segni extramusicali che i bachi della pietra, questi animali ominidi che scavano solchi profondi nella sensibilità di chi vuole ascoltare, vanno ormai lasciando con una regolarità e una eccellenza impressionanti. Ma ci sarebbe sembrata, in primo luogo, una intrusione in un mondo (in un sogno) privato; una intrusione troppo audace e per forza di cose troppo sbilanciata soggettivamente dalla parte di chi ascolta. Ma allo stesso tempo ci appariva anche come una privazione. La privazione cioè della possibilità, per i neri segni letterari gettati dalle dita-aratro di Succi, di germinare sul bianco campo della sensibilità di chiunque legga.
A volte, insomma, bisogna sottrarre più che sovrapporre parole.

Impossibile, perciò, parlare della poetica succiana. Impossibile farlo in uno spazio così breve che giocoforza escluderebbe sfaccettature di un uomo che è un prisma infinito. Dobbiamo perciò necessariamente lasciare che siano le sue parole a penetrare nel lettore, come esse sono a fissarsi – complice una musica in estrema consonanza – nell’orecchio di chi ascolta. Se ad un certo punto della discografia BdP bisognava perdere gli occhi per poter vedere, ora è obbligatorio privarci della parola per poter permettere alla Parola di uscire fuori e librarsi nel mondo.

Identikit emotivo in una manciata di parole

Pudore. Che è più purezza che vergogna. Questo emana Giovanni Succi. E umiltà. Tanta, troppa. “Io punto sempre più alle viscere: mie, degli altri, del mondo, del cosmo. …dire la mia da qui, dal basso, umilmente”. Così parlava di sé in una intervista di qualche tempo fa. Ed è un concetto che torna e tornerà quello delle viscere, del basso, della terra. Nella terra. Dell’humus della terra. Dell’uomo. Nella terra. Roba organica. Materica. Essenziale. Quella di MM e BdP. Per capirla bisogna mettercele le mani nella terra. Bisogna infilarci le dita e tirarne fuori una manciata. Ché è da lì che si viene e lì che si torna.

BdP & BeG: Bruno e Giovanni

Se MM era triangolo (amoroso?), BdP è entità doppia. Non solo Giovanni. Cosa da non dimenticare, anzi da tenere bene a mente. Bruno Dorella è l’altra esatta metà. Le pelli. L’uomo in nero. Il silenzioso. Il nervo – a volte coperto, spesso scoperto – del suono disidratato di BdP. Un metronomo emozionale. Rude e docile; aggressivo e spazzolato. Camaleontico. Mai sopra le righe. Silenzioso tanto da sfiorare il limite della timidezza. Anche se quando parla, son sempre verità. Lucide e lineari.
Bruno è un fine intenditore di musica. E di partner. Capace di definire, sempre timidamente, il suo compagno di avventure sonore il miglior paroliere in Italia in questo momento prima di defilarsi, perché la parola è di Giovanni.

Sussurri più che grida, ma laceranti

La parola va dunque a Giovanni. Gli appartiene. E ce ne fa dono. Con un profilo basso che mal si sposa con la fermezza e la lucidità con le quali espone al pubblico il suo io.
Ma è un uscire fuori cadenzato. Sospeso. Ritmato. Ascoltare la sua voce, le sue pause, il suo fluire pacato è una ulteriore chiave interpretativa per approcciarsi alla poetica dei BdP. C’è fermezza nella sua esposizione (nel suo esporsi?), ma è palpabile la difficoltà, la non-volontà di aprirsi il costato in pubblico. Le frasi sono spezzate. I puntini sospensivi visibili. La tensione è presente, come in ogni confessione che si rispetti.

Questione di feeling

Questione di dna, quella letteraria. Cita Caproni e il Dante petroso, l’Iliade di Omero, il volgare italico e l’Indovinello Veronese. Soprattutto il conterraneo Paolo Conte al quale dedica un sentito omaggio (In ogni disco che ho fatto ci sono dei riferimenti e citazioni di Paolo Conte…una o più di una, anche per una questione geografica). Ma quello di Succi non è il gusto intellettual-onanistico del citazionismo da cabaret, quanto piuttosto una questione di pura appartenenza. ([…] io non ho nessun interesse per il citazionismo, non ho nessun interesse alla divulgazione…io ho interesse a dire qualcosa…). Escono nomi altisonanti dalla nostra conversazione. Mai violentemente; piuttosto in maniera sincera, quasi fraterna. Rispettosa e umile. L’umiltà, la virtù dei saggi.

Carver, ad esempio. Ai tempi di MM più di un riferimento, almeno per la stampa – primo tra tutti chi scrive ora. La prosa asciutta. Sinestetica. Il taglio obliquo sul quotidiano. E invece una pura coincidenza, nulla più di uno di quegli imponderabili incroci del destino che capitano sulla strada della vita: Carver: è un grosso abbaglio, una coincidenza. L’ho aperto per la prima volta facendo le prove del microfono nella sessione di Lische (1998) per leggere mentre il tecnico faceva i suoni. Certo mi è piaciuto molto, mi ci sono ritrovato. Se riascolto la mia voce di allora riconosco una vaga incertezza e stupore nei toni, leggevo quei versi ad alta voce per la prima volta. Poi abbiamo usato stralci di quella lettura per comporre uno dei pezzi del disco, ed era perfetto (pareva anzi dire cose che coincidevano incredibilmente con episodi reali della nostra vita).

Nient’altro che un (ennesimo) solco, stavolta poco profondo. E di un abbaglio della stampa, come candidamente Succi stesso ammette: La questione del minimalismo… faceva apparire i MM come un progetto a tavolino, un intellettualismo di maniera. Per questo non solo non abbiamo cavalcato la cosa, ma l’abbiamo nascosta come ladri, e dichiarato sempre la verità: è stata una coincidenza. Quella citazione è una delle poche cose che auto-censurerei se potessi tornare indietro al 1998.
Nascondere come ladri qualcosa su cui molti altri gruppi avrebbero costruito una intera carriera. Qualcuno la chiama integrità. A noi piace pensarla come onestà intellettuale.

Cantato

Riflettere sul cantato e nello stesso tempo fornire una disamina arguta e feroce sull’essere italiani. Il cantato è nel nostro DNA culturale, noi tiriamo tutto in melodramma, esasperazione del gesto, tutto è lirica ottocentesca, sceneggiata, tripudio, fuoco d’artificio, volemosebbene, ancora oggi, a tutti i livelli. E’ la nostra arretratezza dell’animo, la nostra interminabile infanzia come popolo. Un popolo di innocenti, sempre, in tutti i sensi. Il cantato quindi ci appartiene e appartiene a Succi. E come tale egli lo rivendica. Ma non nella maniera patetica e insostenibile da nazione fringuella e cialtrona qual è quella italica: Quando sento la melassa colare a chili dall’ugola dei bravi cantanti con la faccia da bambini e con i loro cuori infranti (per citare un Eugenio Finardi d’annata) accuso conati…l’ascolto mi risulta ostico e difficile…l’aria si fa pesante e mi viene voglia di essere cattivo.

C’è una mancanza, uno scollamento tra quel cantare enfatico e zuccheroso e il mondo reale e, a volte, crudele che è l’universo in continuo mutamento di ognuno di noi.
Musica che per me è l’arena vera dove affronto il toro a mani nude. La maggior parte della musica italiana mi pare la sigla di un cartone animato che ho smesso di guardare all’età di undici anni. Mi pare una zuccherosa e sciatta pantomima che deve rappresentare in modo elementare sentimenti fasulli, per dimostrare, alla fine, sempre quanto cuore abbiamo noi. Accendi la radio, la tv: è tutto finto, tutto è pura rappresentazione, un teatrino di marionette, alcune col sorriso dipinto altre con la faccetta triste…Non una forma virale rara o una qualche disfunzione grave della percezione. Semplicemente la dimostrazione – l’ennesima se ce ne fosse ancora bisogno – di una sensibilità altra.

Declamatio non petita…

La posizione di Giovanni sull’argomento centrale di questo articolo è abbastanza chiara e netta. Rifiuto della declamazione. Intesa etimologicamente come il chiamare fuori. Prova di certezza. Affermazione di evidenza. Convinzione ferma. Altisonante. Io ti dico subito che la declamazione fa venire l’orticaria. È un modo enfatico di portare la parola che non mi piace. E tutte le volte che mi dicono, ah tu declami i testi, mi dico porcaputtana devo essere ancora più…andare ancora più…sotto? Cioè devo ancora togliere delle cose?

Quella della declamazione applicata alla maniera di sentire/trasmettere i testi di Succi dopotutto è una fissa tutta italiana. Forse data dalla tremebonda ricerca di appigli di un uditorio debole, che ha la infantile necessità di sentirsi gridare in faccia verità e certezze. Nessun recensore straniero dei Bachi o dei Madrigali, ad esempio, ha mai usato l’espressione “declamato” o “recitato” per riferire del modo in cui canto, come invece fanno la maggior parte dei recensori nazionali. Ed è corretto: infatti non declamo; altri declamano. Non recito; altri recitano. Succi canta. E a riprova di ciò c’è l’attenzione quasi maniacale allo studio delle sonorità, dell’incastro perfetto tra parola (sussurrata, bisbigliata, cantata, strozzata…) e suono: Prova su una canzone nostra a fare un finto inglese…vedrai che funziona…sono comunque metriche studiate, sono comunque sonorità studiate, posizioni e toni studiati…questo non è parlato, non è declamato…parlato è quello che sto facendo adesso in cui do fiato senza modulare a fini riproduttivi su qualche supporto sonoro…

Poetica dell’incertezza

Appurato che il declamare in senso etimologico non è quello che abbiano mai fatto i MM o quello che fanno i BdP…, ci piacerebbe avventurarci nel cuore dell’argomento di questo articolo. La declamazione nel rock italiano dell’ultimo ventennio: quella linea sottile, più o meno visibile che lega trasversalmente esperienze diverse per genesi, obiettivi e risultati, tutte però accomunate da un modus comunicandi diretto, possente, stentoreo: CCCP, Massimo Volume, alcuni momenti degli Starfuckers, gli Offlaga Disco Pax. Ma a ben vedere c’è anche qualcos’altro, un minimo comune denominatore: la comune origine geografica. La rossa Emilia. Secondo me fa molto parte dell’indole romagnola…non so se…probabilmente è una cazzata…tu facci caso questi atteggiamenti sono tutti in gruppi che vengono da quell’area…alla radice di questo atteggiamento secondo me c’è da qualche parte una idea comunque una ideologia, una idea o una certezza forte che…io non ho…una comunicazione basata, fondata su qualcosa di certo…a me da quell’impressione, non ti sto dicendo che è assolutamente così…la declamazione a me da l’idea di una comunicazione fondata su un dato di certezza, invece io voglio comunicare un dato di incertezza… e di spaesamento… Il caro e vecchio Todorov e i formalisti russi.

Non c’è nulla, in definitiva, nel cantare succiano che possa in qualche modo ricollegarsi alla declamazione. Non è teatro di narrazione. Non è spoken word. BdP e prima ancora MM accedono al rock non con il tramite della declamazione enfatica; ma con quello puro dell’uso musicale della lingua italiana e di un cantato sofferto, sentito, limitrofo all’implosione, in certi momenti. Se c’è catarsi e/o liberazione è da intendersi più vicina al travaglio del blues che alle altre sigle presenti in questo articolo. Alle quali però si accosta per la ricercata raffinatezza linguistica e per la fitta e colta trama di riferimenti. A volte nascosti, a volte mascherati; quasi mai sbandierati.
Secondo me l’arte è più interessante quando ti dice che non ha risposte che non quando te ne da…non ci credo mai, non riesco…

La scrittura, un terreno da arare

Una scrittura forse unica nell’attuale panorama italiano, quella di Succi. Fortemente “contadina” nel suo scavare nel testo. Nel suo coltivare il testo affinché germogli e produca. Piega la metrica al messaggio e alle musiche con (apparente) facilità; disarmante quando si trova a fornire una visuale lucida sull’esistenza e sulla contemporaneità: […] alla tua domanda ho il dovere di essere sincero…ogni volta che sento i testi c’è qualcosa che toglierei o qualcosa che mi stona perché magari non è ragionato […].

“Porsi di fronte alla scrittura senza leggere è come cucinare senza aver mai mangiato”, diceva tempo addietro il nostro. Così che la padronanza della lingua italiana è questione per pochi oggigiorno (Tra chi scrive canzoni, quelli che la usano con cognizione di causa sono pochissimi). Ma la sua non è presunzione, però, quanto attenzione maniacale al dettaglio: […] io sono troppo pretenzioso su questo tema…perché secondo me in una canzone in italiano di genere rock esce fuori una cosa tipo “di cui” secondo me fa cacare…se esce fuori un’espressione tipo…un costrutto della frase che ne so con un…congiuntivo imperfetto che poteva essere semplificato o potevi smontare la frase e metterla in un altro modo per dir la stessa cosa molto più immediato, secondo me non c’hai pensato abbastanza oppure vuoi veramente parlare con quell’italiano lì? Con lo stesso italiano che senti quando sei all’ufficio postale o nella caserma dei carabinieri? Non ci posso credere…

Quella di Giovanni è una scelta consapevole. La scelta di una lingua che sia il più poetica possibile; non polverosamente arcaica, né sterilmente esotica. Non artefatta ma comunicativa in maniera alta. Sfrutta stilemi letterari con consapevolezza. Enjambements, assonanze, calembour. Dopotutto è Paolo Conte uno degli snodi fondamentali per il Succi paroliere; lo ricorda egli stesso quando lo definisce (anche per questioni affettive) il massimo esempio di utilizzo della lingua italiana in una canzone. Del linguaggio così fuori dall’ordinario dell’avvocato piemontese la scrittura succiana ricalca quell’essere naturalmente borderline, privo cioè di una appartenenza riconoscibile e immune all’ideologia, senza parlare della classica e complessa strutturazione linguistica proposta con una estrema semplicità comunicativa. Non a caso Conte è uno che viene dalle stesse terre e nello stesso modo – seppur coi dovuti distinguo stilistici e generazionali – è capace di far convivere canzonetta e letteratura. Esattamente come nei dischi da leggere di MM e BdP.

Quella di Succi è, però, apparentemente una scrittura di getto. Che procede per flash minimi e fermo-immagine immediati. Immagini forti costantemente sottoposte però ad un processo di essiccamento radicale. Tattica, strategia, abnegazione, forza, forse. Ma i CCCP non c’entrano. È più semplicemente la passione che trasuda dal mettersi in gioco – in prima persona – che presuppone un continuo lavorio sul se stesso fatto segno. In primo luogo il distacco da cosa si è scritto: “…poi viene l’autocensura, il cesello, il riutilizzo, il vedere se effettivamente quella cosa può calzare con una qualche…musica in grado di sposarla…ci sono anche cose che ho scritto e che effettivamente non ci stanno e quindi non escono, o altre cose che escono perché effettivamente calzano con quella musica lì perché sennò non sarebbero magari uscite…il mio sforzo di ricerca è quello di tornare al medioevo nel senso di produrre componimenti – passami il termine – poetici…” Lo passiamo eccome il termine. Perché niente meglio di poetica (un termine che oggi bisogna usare con molto pudore, ci tiene a sottolineare) si addice a quella messa in mostra da Succi.

Poetica e sogni

“Il mio sogno è di rivoluzionare in qualche modo l’uso della lingua italiana in questo ambito ridare piena dignità alla lingua in questo ambito e dire quello che non è mai stato detto…sennò non sognerei…” La sensazione dopo una chiacchierata che poteva essere infinita, è che MM, BdP, Giovanni Succi, non resteranno mai al di sotto della soglia del ricordo
Stefano Pifferi

Quei mondi possibili

Di certo però quel ricordo – per chi ascolta i dischi dei Bachi – non potrà essere legato a un ritaglio di tempo e spazio preciso. Non legherà le proprie immagini a una scena, a un ambiente, a una località. Nella musica dei Massimo Volume c’è Bologna, come abbiamo detto, e c’è l’esperienza della provincia – varia, stratificata, comunque italiana – che da varie provenienze trova un epicentro dove esprimersi. I CCCP fondavano la loro genialità nella capacità di confondere le idee proprio appellandosi a un’identità emiliana che andava declamata, sentenziata, messa in risonanza con le sue contraddizioni e ostentata come se esse fossero forme di coerenza.
Nei Madrigali Magri ci sono ancora storie, forse, ma non c’è la provincia, non ci sono luoghi, non ci sono milieu culturali riconoscibili. Nei Bachi nemmeno. Dopotutto – Succi docet – sprovincializzarsi è importante, venire da nessun posto è venire da ogni posto: ogni posto è nessun posto. Nessun posto è il posto giusto. Ogni posto è giusto. Succi ci ha suggerito come chiave delle proprie liriche la poetica dell’incertezza, da opporre a quella della certezza che qualificava a sua opinione una linea rossa che va da CCCP a Massimo Volume. Eppure anche Succi si sceglie una linea rossa, che prende corpo dalle liriche di Conte, per esempio, come da mille riferimenti letterari. Non c’è un mondo incarnato ma una serie di particolari che a loro volta si possono incarnare, e che forse lo hanno già fatto ognuno per conto loro.

Sembra allora che nei due poli che abbiamo affrontato sopra ci sia una tensione (non conflittuale, certo) tra la provincia italiana e la letteratura italiana, tra un contesto compatto – anche se problematico – e una astrazione sanguigna che non ha un corpo individuabile e segmentabile.
La metafora è quella dell’alito della pantera, di quell’italiano che respira dentro la musica di Bachi Da Pietra e prima di Madrigali Magri, è una lingua seducente che al contempo apre metafore e mondi interi ma dall’altro funziona come una coperta troppo corta, che scopre da un lato coprendone un altro; senza coerenza e coesione di un “mondo”. È la misura della sensualità strisciante, che si insinua nel valore ritmico di uno spoken word che sposa musiche scarnificate e figlie del pensiero debole. E al contempo sussurra e disegna mondi mai completi, mai determinati.

Se per Massimo Volume e prima ancora per i CCCP la voce dello spoken word italiano era quella di una provincia che dipinge se stessa, nelle parole di Succi vive qualcosa di vicino a quella che chiameremmo letteratura. Che lascia scoperti gli elementi basilari per dare alle parole un mondo preciso, che non ritaglia un momento storico, un ambito, una scena, una condizione esistenziale collettiva. Ci torna utile la teoria dei mondi possibili, secondo cui quando leggiamo un romanzo, tutto quello che non ci viene detto del contesto raccontato lo aggiungiamo attingendo al nostro mondo, cosa che rende credibile un libro di fantascienza, per esempio, o che ne giustifica gli stravolgimenti, quando chi parla in prima persona, e a cui ci siamo affezionati, non è un terrestre ma un marziano fatto di scaglie ma anche di sentimenti, di repulsione verso il nemico – il quale però ha la pelle e respira.

Clementi ci parla del suo mondo, della completezza di un mondo irrequieto che ha confini e che ispira immedesimazione. Succi scava in un’altra direzione, cioè nell’impossibilità di prendere una sua canzone e disegnare un possibile mondo di immedesimazione attorno. È solo il particolare che può essere isolato, preso dall’ascoltatore e fatto diventare portavoce di una situazione, di un mondo attorno che artificialmente gli associamo.

Rimane un’impressione; che la lingua italiana scandita riesca lì dove quella “cantata” non possa. Probabilmente è un fatto di abitudine culturale. Chi frequenta la musica di cui parla SA è forse più avvezzo a leggere l’italiano, più che ascoltarlo. Perché lavora proprio sulle potenzialità narrative fornite dalla “lettura”, pur ritmica, oppure declamata, oppure sussurrata, oppure scagliata nelle orecchie dell’ascoltatore. E se proprio non vogliamo parlare di maggiore o minore efficacia possiamo concludere questa serie di supposizioni con l’orecchio puntato a un discorso che lega le band a cui abbiamo fatto riferimento con la letteratura che un tempo si sarebbe detta “alta”, e che in quei tempi semplicemente era espressione di cose che volevano essere dette e condivise nel modo che appariva più indicato.
Noi, per concludere, indichiamo questi ascolti, per i mondi più o meno frammentati che ci ritroviamo contenuti.
(GC)

1 Dicembre 2008
1 Dicembre 2008
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