«Adrian, nulla finisce. Niente ha una fine» – “Watchmen” – 1×01

Nel buio di una sala cinematografica un bambino di colore sta ammirando con innocente meraviglia le fragili immagini in bianco e nero che scorrono sullo schermo. Accompagnato dalla musica di un pianoforte a muro, suonato da una donna – anch’essa afroamericana – visibilmente rattristata, il film muto prende vita con un tipico inseguimento da cinema degli esordi (quelli che nel gergo si definivano chase film): un uomo vestito di bianco sta cavalcando per scappare da un’inquietante figura incappucciata e vestita di nero. Contro ogni supposizione, dati gli stereotipi dei primi film di genere western (per intenderci quelli con Tom Mix, il primo cowboy cinematografico della storia), si scopre che il cattivo della storia è l’uomo in bianco, uno sceriffo corrotto e ladro, mentre l’eroe è l’altro personaggio in nero, uno sceriffo/giustiziere di colore di discreta fama. Pur sapendolo fin dal principio, il piccolo spettatore si esalta alla vista dello “smascheramento” e in lui nasce quella forma di coinvolgimento in grado di cambiargli per sempre l’esistenza. Purtroppo la realtà non tarda a piombargli addosso quando un uomo, presumibilmente suo padre, irrompe nel cinema per portarlo via assieme alla donna (la moglie). Siamo nel 1921 a Tulsa (Oklahoma) e uno squadrone del Ku Klux Klan sta cacciando e torturando senza nessuna pietà chiunque abbia la pelle nera. La città è in preda al caos e l’unica via di salvezza è cercare di scappare.

Non stupisce che a immaginare un improbabile (pur quanto coerente) sequel di uno dei graphic-novel più importanti del Novecento sia stato Damon Lindelof, co-creatore della rivoluzionaria Lost (senza contare poi la brillantezza di The Leftovers o il suo intervento da produttore nella trilogia reboot di Star Trek); lui che aveva definito la miniserie a fumetti Watchmen (1986-87) di Alan Moore e Dave Gibbons «la più grande opera di narrativa popolare mai prodotta». Così, come non sorprende che a investire su un progetto tanto ambizioso sia stata la HBO, appena uscita (per così dire) dal dirompente fenomeno di Game of Thrones. Ma a parte queste considerazioni, se l’intento di questo episodio pilota era dimostrare intelligenza e inventiva narrativa, Lindelof e HBO sembrano aver raggiunto pienamente l’obbiettivo, sebbene non manchi qualche perplessità.

L’incipit è irruente e chiaro come pochi: da una parte c’è l’idea del cinema come macchina dei sogni e deterrente di una realtà crudele (è nei chase film che va ricercata l’origine del genere supereroistico al cinema), dall’altra però il cinema muto cui fa riferimento non ha mai avuto eroi di colore; un esempio classico è Nascita di una nazione di Griffith, innalzata a lezione razzista nel recente BlacKkKlansman di Spike Lee. Quindi, ancora una volta, per quanto possa essere deviata la linea temporale di qualsiasi versione di Watchmen, c’è sempre un’attinenza molto forte col reale percorso storico dell’umanità (in questo caso, sempre il Novecento), popolato tragicamente da uomini crudeli, violenti ed emissari del Male: è come se non si potesse prescindere dal cuore di tenebra di figure come il colonnello Walter E. Kurtz in Apocalypse Now (1979), citato implicitamente nell’opera di Moore e poi più esplicitamente nella trasposizione del 2009 firmata da Zack Snyder.

Dando per scontato che gli spettatori conoscano gli eventi narrati nel graphic-novel, la serie è principalmente ambientata nel settembre del 2019, ovviamente in un corso temporale totalmente sfasato rispetto alla nostra realtà. In seguito all’apocalisse “extra-dimensionale” causata dall’uomo più intelligente del pianeta Adrian Veidt aka “Ozymandyas”, con la complicità di tutti gli Watchmen (la generazione di eroi degli anni Settanta/Ottanta capitanati dal “divino” Dr. Manhattan, scomparso dopo la distruzione di New York) la Terra ha evitato la Terza Guerra Mondiale grazie a un rinnovato senso di solidarietà e unificazione. Negli Stati Uniti troviamo come presidente Robert Redford (una versione dem di Ronald Reagan, mai esistito), che da trent’anni ha posto fine alla dittatura di Richard Nixon e ha istituito quella che viene definita “Redfordation”: un piano economico volto ad aiutare la popolazione afroamericana soggetta ancora alle insidie di un razzismo non-così-celato, probabilmente per colpa dei mandati di Nixon, per il quale sono stati creati monumenti celebrativi e la città di Nixonville. Nonostante un clima molto meno paranoico e decadente rispetto al passato, sebbene rimanga percepibile una tensione sociale molto densa, gli eroi mascherati (tra cui spicca la sensuale e letale Angela aka “Sorella Notte” di Regina King) operano ancora ma con la complicità della polizia, anch’essa sotto copertura per paura che qualcuno possa attaccarne la sfera privata.

Quello che salta subito all’occhio è un ricercato senso di realismo che allontana il Watchmen targato HBO dagli eccessi ultra-pop del film di Snyder. Ma questa caratteristica non allontana l’episodio dalla sensazione che la semplice e poco innovativa regia di Nicole Kassell non sia particolarmente adatta alla montagna di informazioni e ambiguità scritte da Lindelof. Certo è che non si può ancora dire molto dopo un solo episodio, diventato la première più vista di HBO dai tempi di Westworld, ma la complessità di questo sequel potrà rivelarsi particolarmente insidiosa se la direzione registica continuerà a montarne le parti con un banale principio di accumulo: la locuzione di Giovenale («Quis custodite ispsos custodes?») usata come inno della polizia, le improvvise piogge di calamari “extra-dimensionali” (simili a quella di rospi di Magnolia), dirigibili che sponsorizzano i prodotti mediatici (fuoriusciti da Blade Runner), aereo-velivoli futuristici a forma di gufo, maschere di Rorsharch deformate di senso e usate come forma di protesta per la supremazia bianca. Ed è nei progetti del Settimo Reggimento, il nuovo KKK, che ritorna il fil rouge di Watchmen di Moore: il tema del “conto alla rovescia”, del tempo che scorre verso qualcosa di terribile ed inesorabile (con in sottofondo la magnetica e splendida partitura orchestrata da Trent Reznor e il fido Atticus Ross).

«Adrian, nulla finisce. Niente ha una fine» diceva Dr. Manhattan ad Adrian Veidt, quando quest’ultimo gli aveva chiesto se, dopo la completa realizzazione del suo folle piano omicida, le guerre tra gli uomini avrebbero avuto una conclusione definitiva.

24 Ottobre 2019
24 Ottobre 2019
Leggi tutto
Precedente
Pop senza prefissi. Intervista ai Klippa Kloppa Klippa Kloppa - Pop senza prefissi. Intervista ai Klippa Kloppa
Successivo
Se non hai tempo, non hai niente. Intervista a I Quartieri I Quartieri - Se non hai tempo, non hai niente. Intervista a I Quartieri

articolo

Tu non sai niente, Jon Snow – “Game of Thrones” – 8×06

Articolo

La lezione più importante dell’ultima stagione di Game of Thrones guarda direttamente al nostro presente e suggerisce l’obbligatorietà...

articolo

Westworld, commento all’episodio 2×10 (“The Passenger”)

Articolo

La HBO ha chiarito fin dal primo episodio come lo spettatore ideale delle storie di Jonathan Nolan e Lisa Joy sia più ricercato e attento d...

articolo

“They said they would make a better world”. Cosa ci dice il primo teaser trailer di Westworld 3?

Articolo

È proprio al futuro che guarda questo primo teaser della terza stagione di Westworld, che continua - giustamente - a puntare alto sul fasci...

recensione

artista

Altre notizie suggerite