Art pop on the top. Intervista agli Alt-J

Gli Alt-J si sono rivelati tra le migliori – la migliore ? – art pop band dell’anno grazie ad un ingegnoso equilibrio tra folk, rock e richiami electro. An Awesome Wave, il loro album d’esordio frutto dell’incontro tra le esperienze musicali più svariate – e recensito positivamente anche in queste pagine – ha scalato le classifiche britanniche, conquistando la top ten dei 40 album indie più venduti in Inghilterra (secondo la BBC) e portando in poco tempo i quattro di Leeds a calcare alcuni tra i palchi dei festival più importanti d’Europa.

Recensiti positivamente dalle maggiori testate musicali internazionali, gli Alt-J, ovvero la combinazione di tasti necessaria a formare il simbolo del delta, devono sicuramente molto ai mentori Wild Beasts, che hanno affiancato in tour, ma sicuramente l’album An Awesome Wave è anche un ottimo esempio di come il citazionismo, se ben dosato, possa generare una proposta fresca e fantasiosa. Numerosi, infatti, i tributi a cinema e letteratura, da Besson a Sendak.

La band inglese si è appena esibita sul palco del terzo giorno dell’A Perfect Day Festival quando incontriamo il tastierista Gus Unger-Hamilton nel backstage. Dopo l’acclamata performance nella suggestiva cornice dell’Ypsigrock di Castelbuono, anche l’esibizione odierna conferma il successo della formazione di Leeds tra il pubblico italiano, che avrà – notizia fresca del 5 settembre – occasione di rivederli il 28 novembre al Bronson di Madonna dell’Albero e il 29 novembre al Circolo degli Artisti di Roma.

Non appena ci sediamo i dEUS attaccano a suonare e ci rassegniamo all’idea di un’intervista che si preannuncia piuttosto rumorosa. Gus non sembra particolarmente scosso e sorride dietro un paio d’occhiali neri.

Questa è la seconda volta che vi esibite in Italia dopo l’Ypsigrock Festival. Cosa ne pensate della risposta italiana al vostro album d’esordio An Awesome Wave?

È stato bellissimo perché non avremmo mai pensato che l’Italia ci avrebbe accolto così. Solitamente se sei una nuova band il successo arriva principalmente in Inghilterra e poi in Francia, Belgio e Germania, quindi per i primi mesi ci siamo esibiti in questi paesi senza nemmeno prendere in considerazione l’Italia. Venire qua e vedere che abbiamo così tanti fan è stato bellissimo e anche molto inaspettato. Anche oggi a Verona non avevamo idea che il pubblico avrebbe saputo i testi delle canzoni. È stato incredibile.

Vi aspettavate un successo così grande per il vostro primo album?

Quando abbiamo finito “An Awesome Wave” eravamo davvero contenti. Non sapevamo ancora se avrebbe avuto successo, perché era un disco molto inusuale e strano e pensavamo che magari sarebbe piaciuto solo a noi … ma fortunatamente le cose hanno preso una piega diversa. In realtà abbiamo creato esattamente l’album che avevamo in mente. Non abbiamo subito le pressioni di un’etichetta, abbiamo semplicemente assemblato le canzoni esattamente come volevamo che fossero, senza pensare alla coerenza. Credo che alla fine l’album risulti abbastanza coerente, e questo magari è uno dei motivi del suo successo.

A cosa si riferisce la canzone “Matilda”? Perché le citazioni a Johnny Flynn e al film Léon?

La canzone a cui ci riferiamo nel testo è “The Wrote and the Writ” ed è tratta dal primo album di Johnny Flynn. Io sono un suo grande fan e penso che anche Joe (chitarra e voci) lo apprezzi molto. Quando leggiamo un libro, guardiamo un film o ascoltiamo un pezzo e lo troviamo interessante ci piace prendere in prestito qualcosa, ma la regola numero uno è citare da dove proviene quello che si è rielaborato. Trarre ispirazione è legittimo solo se la fonte è citata. In “Matilda” abbiamo letteralmente preso il testo di Johnny dicendo: “Just like Johnny Flynn said”. Non si tratta di nulla di metafisico dunque… magari solo un po’ postmoderno! (Ride) La canzone si riferisce anche al film “Léon” perchè è nata proprio mentre Joe lo stava guardando strimpellando la chitarra. Per questo cantiamo “This is from Matilda”.

Anche “Breezeblocks” contiene una citazione, questa volta dal capolavoro di Maurice Sendak “Nel paese dei mostri selvaggi”, e parla di amore come una forma di cannibalismo. Che ne pensi di questa idea?

La trovo molto interessante. Penso che quando una relazione finisce a volte una delle due persone coinvolte non vuole che l’altra se ne vada, e l’amore diventa violento e aggressivo. Il rapporto che si viene a creare è molto interessante. Abbiamo preso quest’idea di base per la canzone e l’abbiamo in qualche modo “imprigionata culturalmente” nelle parole di un libro, in questo caso proprio “Nel paese dei mostri selvaggi”. Quindi invece di limitarci a scrivere una canzone su una storia finita male l’abbiamo filtrata attraverso l’opera di qualcun altro, e penso che questa formula funzioni.

Quali band ascoltavate ai tempi del liceo? Pensi che abbiano in qualche modo influenzato la vostra musica?

Io ascoltavo principalmente indie, band come gli Strokes e i The Libertines. Joe (chitarra e voci) e Gwil (basso) ascoltavano per lo più hip hop, mentre Tom (batteria) era un patito di metal, Lamb of God e band simili, quindi proveniamo tutti da background musicali molto diversi. Questo è stato un bene per la nostra musica: quando abbiamo iniziato con gli Alt-J ci siamo limitati a vedere cosa succedeva mettendo insieme le nostre diverse esperienze musicali. Penso che per questo il nostro sound è così naturale e spontaneo.

Pochi giorni fa vi siete esibiti su uno dei palchi del Leeds Festival. Com’è stato? Quali sono le band che vi hanno colpito maggiormente?

Noi siamo di Leeds, che è una città molto vivibile e a misura di studente. Quando eravamo al liceo in realtà non eravamo molto coinvolti nella sfera musicale, pensavamo per lo più alle cose a cui pensano tutti i ragazzini. Ma Leeds è casa nostra, e suonare sul palco del Leeds Festival è stato incredibile. Ci sentivamo a nostro agio e abbiamo incontrato moltissimi amici. Nonostante la portata del festival, è stata un’esperienza molto intima.
A me sono piaciuti moltissimo i Jeff the Brotherwood, penso che i loro pezzi siano davvero interessanti. Ho apprezzato anche Lucy Rose, che sta avendo un successo incredibile nella sfera dell’indie inglese. È un’artista molto sensibile.

Siete stati in tour con i Wild Beasts. È stata un’esperienza positiva?

Dire positiva è poco: è stato incredibile. Non avevamo mai suonato di fronte a un pubblico così vasto, si parla di migliaia di persone. Dopo il nostro show rimanevamo sempre a guardare i Wild Beasts suonare per imparare da loro: sono degli ottimi musicisti e riescono a ottenere una forte unità sul palco. Essere in tour con loro è stato una specie di utilissimo apprendistato, abbiamo imparato tante cose e dobbiamo loro moltissimo.

Lo sapevate che digitando Alt + J sulle tastiere italiane dei Macbook non si ottiene la vostra Delta?

Davvero?! Mi dispiace tantissimo, mi immagino tutti i nostri fan a digitare Alt+J cercando di fare Delta senza successo. Perdonateci!

A proposito del nome, originariamente avevate deciso di chiamarvi “Films”, ma poi avete optato per il simbolo del delta, che rappresenta il cambiamento. Ci sono dei cambiamenti che vorreste avvenissero nel futuro della vostra band?

In realtà il cambiamento del nome è dovuto esclusivamente al fatto che già esisteva una band americana chiamata “The Films”. Abbiamo cambiato solamente il nome, niente’altro. Non credo vogliamo apportare consciamente cambiamenti, le cose per ora vanno bene così. Il cambiamento deve essere un processo naturale, le cose devono modificarsi con il corso del tempo.
In ogni caso, abbiamo una formula fissa per quanto riguarda il nostro modus operandi: semplicemente ci incontriamo tutti insieme e scriviamo la musica a seconda di quello che ci piace. E non abbiamo la minima intenzione di cambiare. Non stiamo ancora pensando a un nuovo album, è troppo presto. Ci aspetta un lungo tour che approderà negli Stati Uniti e toccherà vari paesi europei. Torneremo in Italia per altre tre date, vi terremo aggiornati.

5 Settembre 2012
5 Settembre 2012
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