Fine pena mai. L’America di George Floyd è l’America di Marvin Gaye

Mama, mama”.

George Floyd pronuncia queste parole prima di perdere conoscenza e morire soffocato, con il volto schiacciato a terra, sotto le ginocchia di Derek Chauvin, poliziotto. Sono le stesse parole sussurrate da Federico Aldrovandi, nel settembre del 2005, a Ferrara, come ha ricordato Patrizia Moretti sabato mattina in uno speciale radiofonico che Radio3 ha dedicato ai fatti di Minneapolis. Patrizia Moretti è la mamma di Federico, potrebbe essere la mamma di George, e di tutti coloro che sono morti ammazzati sotto il peso, e la responsabilità di agenti di polizia. Lei che con la voce ferma ma pronta a incrinarsi sull’invocazione più naturale del mondo ha ricordato la morte del figlio, così uguale alle centinaia di uccisioni perpetrate in tutto il mondo da uomini in divisa: “Mio figlio Federico è morto esattamente nello stesso modo di George Floyd, schiacciato sotto le ginocchia e il peso di un poliziotto mentre chiedeva aiuto e diceva Non riesco a respirare, aiutatemi e poi chiamava la mamma”. Le madri, certezza di una memoria che non svanirà mai, ricostruiscono e scavano fino a creare quel tessuto di nomi, fatti, minuti fondamentali a stabilire la verità sebbene spesso sia così palese.

Da qualche giorno tornano a bruciare le mille contraddizioni di una nazione, l’America, che da sempre si ritiene più capace delle altre nell’esportare una fantomatica democrazia, senza riuscire a garantirla veramente a tutti i suoi cittadini.

George Floyd, afroamericano nato a Houston, giace immobilizzato, gemendo sul marciapiede mentre le macchine si precipitano, le radio della polizia emettono un segnale acustico e gli astanti si radunano, fanno notare che il naso di quell’uomo sta sanguinando, qualcuno grida, altri supplicano gli ufficiali di lasciarlo respirare. Il caos di quegli attimi si confonde ai rumori ambientali, nei suoni sconnessi di uno scontro che non è mai equo, nel contrasto assordante di una sovranità ufficiale che impone la propria autorità sui corpi degli altri, e non ne difende l’immunità, premendo ancora e ancora sull’asfalto di Powderhorn, il quartiere a sud di Minneapolis, che ha visto compiersi l’ennesima, sistemica ingiustizia, risultato di un corpo di polizia equipaggiato con gli strumenti della guerra e mai nessuna responsabilità per le violenza perpetrate.

©Mark Clennon

Mama!”, dice l’uomo morente, quarantasei anni, un fisico statuario, una chiamata che è un’invocazione e una preghiera. La madre di George Floyd non c’è più da qualche anno ma la sacralità di quel suono, il bisogno di protezione che impariamo appena nati scandisce quelle quattro lettere come fossero formula magica per la salvezza. Secondo i rapporti sul campo di battaglia della guerra civile, i soldati morenti chiamano sempre le loro madri in quello che è l’ultimo respiro, l’ultimo soffio vitale. Un’àncora o un ancora, il modo – l’unico – quando si è vicini al precipizio di ritrovare la strada di casa, quella sicura e accogliente, la copertura che passa dal ventre in cui nasciamo alle spalle che ci proteggono.

Quell’invocazione, così naturale, così primigenia, è la stessa che usò, quasi mezzo secolo fa, un altro uomo dal fisico statuario, un nero che aveva ricevuto per anni le percosse di un padre violento e possessivo, e che moriva a quarantaquattro anni per due colpi sparati proprio dal padre; quell’uomo ha riscritto i tormenti del soul, e si chiamava Marvin Gaye.

Mother, mother” apre in modo delicatissimo What’s going on, pietra miliare della musica soul e delle sue questioni sociopolitiche. È il 1971 e Marvin Gaye scrive il futuro guardando al presente, all’America in fiamme, ieri come oggi. Quel disco, oltre a presentare in musica tematiche legate all’ambiente (Mercy Mercy Me è un grido lungimirante che denuncia gli orrori dell’inquinamento), ai diritti dei bambini (Save the Children), alla gioventù dei ghetti, al Vietnam, regala al mondo tre minuti e cinquantatré secondi di puro giornalismo e lo fa con la title track che apre il disco, la dichiarazione d’intenti per eccellenza, il brano che sembra trainare tutte le altre tracce. La voce raddoppiata, le sovraincisioni, il tappeto ritmico più bello della storia del soul, il groove sofisticato, quel sax ancestrale, la spiritualità gospel, il rigore e l’emotività soul, il funk, la classica, il jazz, tutto in perfetto equilibrio sulla stessa vibrazione: un altro mondo, un’altra vita. Ma non certo un’altra America.

Marvin Gaye è stato tra i primi artisti neri ad avvicinarsi a un’estetica che possiamo definire alternativa, ai temi di protesta politica, prima più amati dai bianchi, senza mai potersi dimenticare della classe e di una certa coolness anche imposta dalle politiche della Motown, al tempo molto cauta nel politicizzare il proprio sound. What’s going on ne è l’esempio più concreto: una canzone che appena scritta sembra non interessare a nessuno, una canzone che racconta il mondo, e che è anche in grado di farlo ballare. Solo l’incandescente animo di Gaye è pronto a farsene carico, contro il parere di molti. Ma quando e come nasce questo eterno inno di pace?

Nel maggio del 1969 il tour bus dei Four Tops arriva a San Francisco, dove la polizia sta attaccando una folla di hippy su un lotto urbano in disuso chiamato People’s Park. Renaldo “Obie” Benson, cantante della band, descrive l’incidente nel libro uscito nel 2001, What’s Going On: Marvin Gaye and the Last Days of The Motown Sound: “La polizia li picchiava, ma non davano fastidio a nessuno. L’ho visto e ho iniziato a chiedermi che cazzo stesse succedendo. Cosa sta succedendo qui? Una domanda porta ad un’altra. Perché mandano bambini così lontani dalle loro famiglie? Perché stanno attaccando i propri figli nelle strade?”.

A quel punto a Benson non resta che tradurre tutte quelle domande in una canzone che decide di scrivere assieme ad Al Cleveland, un compositore interno alla Motown. Ma i suoi compagni di band, i già famosi Four Tops, non sembrano molto interessati alla musica di protesta. Fortunatamente, arriva Gaye, l’appassionato, il ribelle come lo ricorda Benson, la voce perfetta per dare vita a una domanda tanto semplice quanto irrisolta.

Marvin Gaye sente che è il brano perfetto per esprimere i giorni bui e intricati che lo attanagliano, la morte prematura dell’amica e collega Tammi Terrell, il matrimonio in crisi, l’America sempre più vittima dell’abuso di droghe,  il dolore provato durante i racconti del fratello Frankie, tornato dopo tre anni di servizio in Vietnam. Decide di modificare leggermente testo e melodia, aggiungendo tappeti armonici e un po’ di sax e poi attende il giudizio del produttore Berry Gordy che senza parafrasare troppo confessa seccamente che quella è “la cosa più brutta che abbia mai ascoltato”. Gaye è a un bivio: può autosabotarsi, restando in silenzio come segno di protesta o tentare il tutto per tutto. Decide di far uscire il brano all’insaputa di Gordy e nel gennaio del 1971 il mondo ascolta per la prima volta What’s going on che si rivela un successo scalando le classifiche americane; tutto ciò rende vulnerabile Gordy che torna sui suoi passi e propone a Gaye di lavorare a un album partendo proprio da quella canzone, provando la strada del concept. Sei brani per il lato A, tre per il lato B. What’s Going On, l’album che non doveva vedere la luce, conquista la vetta delle classifiche, diventa disco dell’anno e parla al mondo di cose che fino a quel momento la stessa Motown preferiva non sottolineare. Qualche anno più tardi, sarà proprio l’etichetta di Gaye, Diana Ross, Stevie Wonder una delle poche capaci di trascendere le divisioni razziali, non dimenticandosi mai di intrattenere tutti. Tutti tutti, qualunque fosse il colore della loro pelle.

What’s Going On non è solo il cantico universale sullo stato delle cose ma viene pubblicato nel momento in cui la guerra del Vietnam è ancora in corso, la povertà ha raggiunto livelli altissimi. Siamo nel 1971, tre anni prima, il leader dei diritti civili, Martin Luther King viene assassinato da un proiettile 30-06, e un anno dopo Richard Nixon fa la sua entrata alla Casa Bianca. Un disco che cattura la storia di una nazione mentre quella stessa storia stava accadendo.

What’s going on è la risposta a una guerra che ha fatto più di tre milioni di vittime, più della metà civili vietnamiti. È un’aspra critica all’America degli anni ’70; un disco dai testi tanto semplici quanto insofferenti che sembra parlare in modo eloquente anche del nostro mondo post 11 settembre, un universo sottosopra con leader impreparati a tutto tranne che alla violenza.

Ascoltare quel disco oggi, maggio 2020, scuote e illumina non solo per quello che è successo in America cinque giorni fa ma ritrovare in un brano del 1971 una narrazione così attuale e lungimirante di un paese rotto allora come oggi, ci porta ad alcuni interrogativi che vanno ben oltre l’istantanea giornalista. La musica di questi giorni crudeli non riesce più a inventare, a prevedere, a esorcizzare ciò che sarà?

 ©Mark Clennon

Una apprezzata e necessaria denuncia – senza ipocrisie – arriva nel 2018 dal sempre ottimo Childish Gambino che si serve solo della sua arte per attivare una narrazione pungente e ruvida con This is America, quattro minuti di messaggi politici, ora palesi ora subliminali, sulla violenza armata, sulla brutalità della polizia, sui luoghi comuni della comunità nera. Una canzone che si fa bussola morale dell’America, divenuta ormai una terra di nessuno in cui si spara con freddezza a un coro gospel, innamorati delle armi (più che della vita) che diventano sacre reliquie da proteggere in morbidi panni rossi, con la stessa indifferenza con cui si improvvisa un balletto per strada o si accende una sigaretta. Il videoclip del brano, ma forse dovremo parlare di cortometraggio, diretto da Hiro Murai illumina l’arco narrativo del testo con l’impatto visivo che stanno avendo i fuochi e i corpi rabbiosi che animano le notti di Minneapolis. Il caos di coloro che hanno deciso di non essere più soltanto “a black man in this world/you just a barcode”, come recita il testo. Il terrore che spiana il volto di Gambino durante la corsa finale cattura meglio di molte parole la realtà da incubo che numerose comunità devono ancora fronteggiare, sperando nella potenza liberatoria di una fuga – tesi ripresa a sua volta nell’ottimo horror sulla questione razziale Scappa – Get Out di Jordan Peele in cui l’intero tema narrativo fondante è proprio la fuga (da un incubo tanto imprevedibile quanto teatralmente perfetto) anelata, osteggiata, impossibile.

L’invocazione da cui tutto ha origine, “Mother, mother” che è quella che apre il disco di Marvin Gaye, ed è la stessa di George Floyd, di Eric Garner, di tutti i neri morti ammazzati sotto la protezione dello Stato, pare davvero arrivare dagli anni ‘70 quando il trouble man di Washington cantava:

Picket lines and picket signs
Don’t punish me with brutality
Talk to me,
So you can see
Oh, what’s going on.

Parla con me, ascoltami, non soffocare le mie richieste, così puoi vedere cosa sta accadendo. Intorno a te, dentro di te. L’America di oggi, quella che non cambia mai e che non impara dai propri errori, può fortunatamente contare sul potere narrativo – che ricorda la stessa lucidità di Gaye – degli scritti di Colson Whitehead, quest’anno vincitore per la seconda volta del Premio Pulitzer, con storie che lasciano emergere prospettive inascoltate sull’adolescenza negata, che mettono a nudo il razzismo sistemico e la corruzione radicate nella società americana. Una società che ha imparato a pensare l’impensabile, tirando su così i razzisti di oggi.

La musicalità della scrittura di Whitehead, che assomiglia rap, che ricorda lo spoken word di Gaye durante i concerti, è così nitida e avvolgente che pare di stare dentro la storia, di fronte ai corpi martoriati della Nickel Academy, brandelli di pelle torturata, ossa rotte. I dischi, così come i libri, alla fine ti cercano sempre quando ne hai bisogno, aiutano a somatizzare la paura, sebbene geolocalizzata a km di distanza, per una nazione che ti prende tutto e ti annulla, come recitava una bellissima poesia di Allen Ginsberg. Quella stessa America che ha fatto scrivere Black Messiah a D’Angelo, To Pimp a Butterfly a Lamar, in contesti diversi ma con un focus storico simile nel saper unire diversi generi musicali all’interno di una narrazione concettuale in grado di affrontare la politica razziale e le celebrità nere, come lo era Gaye, riconciliando però musicalmente le crepe tra stili e generazioni di musica afroamericana. E ancora quell’America che faceva scrivere a 2Pac in Keep Ya Head Up una semplice immutabile verità, “I remember Marvin Gaye used to sing to me/he had me feelin’ like black was the thing to be”. Abbiamo bisogno di questa musica per capire questo fottuto mondo.

What’s Going On resta senza dubbio il disco più urgente fatto da un nero che della black music riproduce coordinate, radici e groove, arrivando a definire un nuovo genere, più politico, più commovente, più onesto, più buio. Un disco che non è mai stato così importante come può esserlo in questo tempo che piega uomini dalla pelle nera in formiche da schiacciare, mentre un sibilo adulto chiama per l’ultima volta “mama’’.

The thing to be.

1 Giugno 2020
1 Giugno 2020
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