L’amore per gli estremi

La incontriamo nella hall dell’albergo dove alloggia in vista del concerto, ma anche delle sfilate della settimana della moda milanese. Minuta, senza età, con un velo di trucco e i suoi classici pantaloni a vita alta, Anna Calvi è tanto garbata quanto timida e schiva: l’unica cosa che l’accomuna con la carismatica songwriter che da lì a poche ore apprezzeremo sul palcoscenico del Teatro Franco Parenti di Milano è il suo magnetismo naturale, unito a un’aria enigmatica, sognante, a tratti distaccata. Non è difficile intuire che, nonostante si sforzi di farlo al meglio, questa non è la parte del lavoro che più la fa sentire a suo agio.

Sono passati poco più di due anni dall’omonimo esordio, che l’ha consacrata astro nascente della musica d’autore indipendente europea. One Breath è il suo secondo album, nato sotto la supervisione di John Congleton e registrato in poche, intense settimane presso i BlackBox Studios, in Francia; un lavoro, questo, che si affida a meno collaborazioni eccellenti, fatta eccezione per John Baggott (Portishead) alle tastiere. A tarda sera, dopo aver assistito allo show, i presenti – tra cui Giorgia Poli, un tempo bassista per Scisma e ora alle prese con John Parish, e un rapito Umberto Maria Giardini – non potranno che convenire sul fatto che questo nuovo ingresso abbia aggiunto un tassello importante in quello che si presenta come uno dei live più attesi degli ultimi tempi, accolto con incredibile calore dal pubblico in sala.

Sapresti dirmi quali sono, secondo te, le maggiori differenze tra il tuo primo album e il nuovo One Breath?

Ho voluto sperimentare diverse trame sonore nel nuovo disco, con più forza rispetto al passato. Ho fatto in modo che la chitarra rappresenti, a tratti, il culmine emotivo della canzone. C’è più incisività, credo, anche nell’uso della mia voce: ho capito di poterla usare in modi molto diversi per sottolineare le emozioni che si nascondono dietro ogni canzone, così da rendere le atmosfere il più particolari possibile. Amo gli estremi. Suoni sgraziati, e poi “sublimi”, rumore e melodia.

A proposito delle atmosfere, si è detto che è stato un album ispirato dalla depressione, eppure emana una grande forza…

Quello è stato un fraintendimento di NME. Sicuramente la scrittura del disco è coincisa con un periodo terribile della mia vita. Non si tratta di depressione, ma volevo che questo disco esprimesse, in parte, quelle sensazioni di disperazione e rabbia, ma anche di liberazione. È come ti ho detto, mi piacciono gli estremi.

Cosa cambia nel nuovo tour?

Sarà la stessa band che è sempre stata, con Mally Harpaz ad harmonium e percussioni e Daniel Maiden-Wook alla batteria, ma avremo un tastierista con noi sul palco.

È stato Brian Eno a suggerirti John Baggott per gli arrangiamenti di tastiera in studio? Com’è andata?

Brian mi ha suggerito un paio di nomi che potevano essere in linea con la mia musica. Ho scelto John perché amo molto le atmosfere dei Portishead; devo dire che ha funzionato molto bene.

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Per quanto riguarda la fase di scrittura, come avete lavorato?

Ho scritto e arrangiato i brani, c’è voluto molto tempo. Poi, quando siamo andati in studio, c’è stata una ricerca molto intensa sulle atmosfere e sui suoni. Volevo che ruotasse tutto intorno alle atmosfere. Lavorare insieme non è sempre semplice, devi mostrarti di buon umore e accettare suggerimenti e modifiche…. Però credo di esserci riuscita e quello è stato il momento più divertente.

Parliamo della tua amicizia con Brian Eno… è corretto dire amicizia?

Si, assolutamente. Brian è stata la prima persona che ha avuto in mano tutto il primo disco, che mi ha aiutato a scegliere un produttore, che mi ha incoraggiato ad andare avanti, che si è seduto ad ascoltare il lavoro completo, brano dopo brano. È stato incredibile, per me.

Come ti ha scovata?

Ho suonato nel locale di un suo amico e lui gli ha parlato di me.

Pensi che ci sia una qualche affinità tra la tua musica e la sua? Più in generale, negli articoli che ti riguardano si parla spesso del tuo amore per grandi artisti del passato, da Edith Piaf a Maria Callas e Debussy. Qual è la connessione che senti, se c’è, tra il tuo lavoro e quello dei tuoi artisti di riferimento?

Vedi, quando penso alla musica dei grandi, è come vedere una fessura, una porta aperta, e subito dopo un muro enorme. Credo che la connessione tra qualsiasi genere di musica siano le emozioni, quello che una canzone ti fa sentire. Artisti che hanno una personalità tale da riuscire a trasmetterla alla loro musica, come Edith Piaf o Maria Callas. Ecco, si, credo che la musica debba saper trasmettere emozioni che trascendano i testi, o almeno questo è quello che mi interessa. “La Mer” di Debussy, per esempio, non si limita a parlare del mare…è il mare.

PJ Harvey, Siouxsie, e mi verrebbe da aggiungere la prima Goldfrapp. Sono molte, e brave, le musiciste donne a cui sei stata associata. Ti senti vicina a qualcuna di loro in particolare?

È buffo. Mi accomunano a moltissime grandi artiste…ma molte di loro non le ho praticamente mai ascoltate.

Come spenderai il tuo tempo a Milano?

Andrò ad alcune sfilate. La prossima è Gucci. Amo molto l’Italia e, forse a causa delle mie origini, quando vengo qui o a Roma mi sento a casa. Credo che mi rilasserò un po’.

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