Arto Lindsay – Artologia
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Tommaso Iannini
- 16 Giugno 2014
Questa doppia antologia ha un bel titolo, Encyclopedia of Arto. L’hai scelto tu?
L’ho scelto ma non sono stato io a suggerirlo, l’idea è venuta da Titti Santini di Ponderosa. Stavamo parlando di un concerto antologico e non mi piaceva l’idea, ma ci siamo trovati d’accordo su una compilation retrospettiva. Il titolo è piuttosto ironico.
La scelta di brani copre la tua carriera solista dal 1996 al 2004. È anche un sunto della tua idea di musica?
Sicuramente il rapporto tra i due CD significa qualcosa.
Come hai scelto la tracklist per il CD antologico?
Ho scelto i brani migliori di ogni disco, come in un tradizionale greatest hits. Ho preso le canzoni che mi piacevano di più o che consideravo più forti. Piuttosto che imbastire un racconto, un brano unico o un concept album, ho semplicemente selezionato i pezzi che mi sembravano davvero buoni.
Nei brani scelti ci sono molti ospiti: in senso lato, questa retrospettiva è anche un tributo a chi ha collaborato con te sui tuoi dischi?
Non è una cosa voluta. Può darsi. Puoi vederla così. Le collaborazioni sono qualcosa che faccio normalmente.
Il secondo CD è una performance live in solitaria, solo voce e chitarra, molto minimalista, molto rumorosa. Possiamo fare una sorta di paragone con la musica nuda e spigolosa dei tuoi esordi con i DNA?
Sì, certo, anche perché la chitarra è così predominante. Le idee musicali sono molto diverse ma possiamo sicuramente fare un confronto.
Quali sono le maggiori differenze, invece?
Agli esordi avevo una band e qui sono da solo, e questa è la grande differenza. Le strutture una volta erano molto più serrate, le canzoni più brevi, con i DNA cercavamo soprattutto di concentrare e ridurre tutto all’osso, alcune delle idee sono le stesse come l’“on/off” – cioè tutto quello che serve per fare musica è premere “on” o “off” –, princìpi molto semplici per sviluppare una musica complessa, ma suono così da troppo tempo per vantare una sorta di “innocenza”, se capisci ciò che voglio dire.
“Accendere” e “spegnere” nel senso di una chitarra accesa o spenta e niente altro?
Nel senso di suono/silenzio.
Il secondo disco fa pensare a un blues astratto e primitivo…
Sì, certo.
Mi chiedevo che rapporto hai con il blues, visto che delle tue fonti d’ispirazione ricordiamo sempre il jazz e la musica sudamericana…
Oh ma c’è anche il blues. Ci sono molte analogie tra la musica della regione dove sono cresciuto in Brasile e il blues, oltre al fatto che sono contemporanee. È una questione di suono, di pattern ritmici, di variazioni su schemi che sono abbastanza elastici, di fisicità, sono tutte e due musiche tristi e contengono molti elementi di origine africana. Sono cresciuto in Brasile ma con mamma e papà americani, mio padre ascoltava quella che lui chiamava hillbilly music, che è stata all’origine del country ma era anche molto vicina al blues. Mentre a mia madre piaceva Nat King Cole…
Com’è stato crescere in Brasile in quel periodo?
Splendido, vivevo in una piccola città ed era meravigliosa, sai. O meglio, nella cittadina dove ho abitato prima di andare alle superiori stavo benissimo ma sembrava quasi di vivere ancora nell’Ottocento, c’era un solo padrone che possedeva un’enorme quantità di terra e tutti lavoravano per lui in uno stato di semi-schiavitù. Però con l’inizio degli anni ’60 in Brasile si era diffuso un clima di ottimismo, sembrava che davvero le cose potessero cambiare. Poi è arrivato il golpe militare e la dittatura ha bloccato tutto, anche se non lo ha fatto subito in modo drastico. I militari hanno preso il potere nel 1964 ma non hanno inasprito la dittatura fino al 1968, quando la situazione ha cominciato davvero a prendere una brutta piega. In quel periodo c’era molta musica interessante, insieme all’arte.
Una rinascita dell’arte popolare, mi viene in mente anche il cinéma nôvo…
Sì, c’erano molte cose interessanti nel mondo dell’arte, della poesia, è stato un periodo entusiasmante.
Penso per esempio a Glauber Rocha, che cosa ne pensi di lui?
Non ho guardato molti suoi film, se non più tardi. Da giovane avevo visto solo Antonio Das Mortes, che è fantastico. Alle superiori mi ricordo di aver guardato più che altro film americani degli anni ’70 come Gangster Story ma anche Teorema di Pasolini o Giulietta degli spiriti di Fellini; sono questi i tre film che mi sono rimasti più impressi nella memoria.
Come hai avuto l’intuizione di coniugare un approccio concettuale alla chitarra con forme di musica folk e popolare come la samba o la bossa nova? È stata una sfida o qualcosa che ti è venuto naturale?
It’s just the way I do it, do you know what I mean? Quando ho cominciato a suonare volevo creare qualcosa di veramente nuovo ma allo stesso tempo trovo che sia naturale fare una cosa del genere perché alla high school e al college ho ascoltato Jimi Hendrix, Miles Davis – tantissimo Miles Davis – e anche la bossa nova a suo modo era molto radicale. Pensavo che la musica pop dovesse essere innovativa, come i Beatles che avevano un certo feeling d’avanguardia, era lo spirito dei tempi e spesso ce ne dimentichiamo, quella sembrava essere la via giusta. Ero anche molto naïf, con i DNA pensavamo che ci avrebbero scoperti prima o poi perché eravamo un grande gruppo ma non sapevamo niente di come funziona il music business.
Come sei diventato un musicista?
Alle superiori cantavo in un gruppo, dopo il college mi sono trasferito a New York. Ascoltavo tantissima musica ma non suonavo più. Pensavo di diventare un poeta, un artista concettuale o un ballerino: mi interessavano tantissime cose diverse; la musica mi sembrava un modo per mettere tutto insieme, e intorno alla musica c’era moltissima energia, si aprivano tantissime possibilità.
Hai cominciato la tua carriera di musicista alla fine degli anni ’70 nella scena no wave newyorchese. Che ricordi hai di quel periodo o che cosa ne pensi adesso?
È stato un periodo molto intenso. In parte sicuramente perché ero così giovane e agli esordi. Sono stati anni intensi. Sembra tutto più grande, ora, di quanto non lo fosse a quei tempi. È la domanda che mi fanno in tutte le interviste, su New York e gli anni ’70. Che cosa posso dire? È stato intenso.
Ascoltando la tua musica più recente, che cosa credi che ti abbiano lasciato in dote quegli anni, da compositore e da performer?
La fiducia in me stesso. Abbiamo lavorato sodo e ce l’abbiamo fatta, in una stanza… perché non abbiamo sfondato di certo nel business discografico o nelle classifiche. Abbiamo fatto tutto in una stanza e l’impatto della nostra musica si è fatto sentire molto al di là di New York, il che è sorprendente. Qualche anno dopo, se non ricordo male era il 1984, sono stato per la prima volta in Giappone. Non ci avevo mai suonato, né avevo preso in considerazione l’idea, ma quando sono arrivato lì mi sono accorto che tantissima gente conosceva i DNA e ogni mio piccolo progetto, sapevano tutto, e c’era un’ondata di gruppi noise giapponesi straordinari che venivano da Tokyo, Osaka e da tutto il Paese, ed erano stati ispirati dalla scena di New York. E’ stato interessante rendersi conto di come una scena così piccola abbia potuto avere un impatto così grande. Suonavamo l’uno per l’altro in una stanza ma c’era anche tantissima attenzione a New York e su New York, in un modo molto stimolante per i tempi. Oggi tutto è cambiato. Amo ancora New York, è sempre una città interessante, ma è come una Venezia o un’Amsterdam che rivende il suo passato.
New York oggi?
Sì, se vai a New York ti raccontano che «qui è successo questo» e «qui quest’altro». Ma una volta non era così. Allora le cose semplicemente accadevano. Non c’è più un posto che ti faccia provare quella sensazione, specialmente oggi. Erano altri tempi.
Ci sono musicisti giovani di cui sei un ammiratore e che consiglieresti di ascoltare?
Sì certo, ce ne sono tanti. Penso che l’ultimo ad avere portato un grande cambiamento sia James Blake. Il suono dei suoi primi dischi era davvero eccitante, fresco. Adoro D’Angelo e il suo ultimo disco suona in modo incredibile. Ci sono tantissimi bravi musicisti giovani. Kendrick Lamar, mi piace molto, mi piace l’hip-hop. Non so se conosci Earl Sweatshirt. Fa parte di un gruppo californiano, gli Odd Future, è il più giovane di loro ed è un genio. Frank Ocean. Mi piacciono molto il soul e l’hip-hop.
Che cosa pensi del rock di oggi?
Non sento molti grandi gruppi, nuovi. Ma devo anche dire che abito in una città dove non ho molte opportunità. Non vivo a New York o Londra, negli States e neppure in Italia, dove è più facile che vengano i gruppi a suonare rispetto al Brasile.
Dove vivi adesso?
A Rio. È molto dura. Una città bellissima, meravigliosa, però il Brasile sta vivendo un momento difficile. Sembrava che le cose dovessero mettersi per il verso giusto ma ora si sta cominciando di nuovo a peggiorare, i Mondiali sono stati un danno. Per carità, amo il calcio, ma la situazione generale è piuttosto brutta.
Davvero pensi che stia peggiorando?
È un brutto momento per il Brasile. Tutti si aspettavano di stare molto meglio ma non sta andando così.
Fino a poco tempo fa qui in Europa avevamo la percezione di un Paese in crescita economica…
In effetti sta crescendo, qualcosa è cambiato in meglio, ma la gente ora si sta rendendo conto di essere stata troppo ottimista.
Ho scoperto che hai scritto una postfazione per un libro sugli Einstürzende Neubauten. Ti è mai capitato di collaborare con loro?
Ero amico, anzi, sono ancora amico di Blixa. Non li incontro da un po’, sono stato a Berlino da loro e abbiamo suonato insieme, non ricordo se abbiamo registrato qualcosa. Sono bravi, un gruppo incredibile.
Pensi di condividere lo stesso approccio alla musica?
Abbiamo cose in comune. C’è una certa fisicità, un’equivalenza che entrambi facciamo tra gli oggetti e i suoni, gli oggetti grandi emettono suoni forti, o suoni che hanno la concretezza delle cose perché sono rumorosi e grezzi. Anche un uso astratto del linguaggio. Eppure siamo diversissimi, loro sono lenti, tedeschi, non hanno swing mentre i DNA erano molto ritmici in una maniera un po’ americana e un po’ brasiliana.
Che cosa intendi con la parola physicality?
Musica che ti connette con il corpo, in parte attraverso il volume ma anche con il ritmo. Il ritmo è un riflesso delle relazioni interne tra i diversi organi da cui è formato il tuo corpo. Una musica sensuale, non troppo cerebrale o meditativa. Non dipende solo dal registro, perché un bordone può essere anche molto fisico.
Ma anche astratto…
Sì, è vero. I drones sono diventati molto popolari negli ultimi anni con diversi tipi di wall of sound, dai SunnO))) ai giapponesi come Merzbow. In tanti lavorano con queste idee.
Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi nuovi progetti?
Voglio registrare un disco nuovo. Ho sperimentato con i suoni in surround durante i concerti, una cosa che non si può sempre fare quando sei in tour con una band, ci vuole una situazione speciale come Live City, per cui ho collaborato con un musicista di Berlino che lavora per la Cycling ‘74, la compagnia che produce il software Max MSP. Abbiamo sperimentato con le nostre rispettive idee cercando di far muovere i suoni nello spazio ma connettendoli alla musica. È un progetto a cui ho lavorato per un po’, adesso vorrei mettere su una band e fare un disco, anche se non so ancora che direzione prenderà. Ho un po’ di idee da sviluppare.
Hai anche nuove canzoni?
Ho scritto dei testi e spero di farne delle canzoni una volta che avrò finito di lavorare alle musiche che sto scrivendo con altri in stile candomblé.
Stai scrivendo per qualcun altro?
Non proprio, c’è un musicista di Rio, Lucas Santtana, con cui sto scrivendo dei pezzi, ma per adesso sto pensando al gruppo che voglio formare.
Hai già in mente che tipo di gruppo sarà? Una big band?
No, solo cinque persone. Ho anche intrapreso alcuni progetti insieme a percussionisti di candomblé, il culto di origine afro-brasiliana; è una cosa molto interessante.
Quel genere di ritmo ha mai influenzato i DNA?
Certamente. Con i DNA ho sperimentato anche sull’idea di possessione, sul come la musica possa impartire ordini o porre delle domande. Adesso ho voglia di formare un nuovo gruppo, tra un po’ dovrei andare a New York a provare con alcuni musicisti.
Suonerai dal vivo ora?
A luglio ci saranno sicuramente date in Italia, anche se non so ancora dove [è previsto il 2 a La Spezia, il 12 a Monforte (CN), il 13 a Modigliana (FC), il 15 a Catania il 16 a Villa Arconati (Bollate, MI), il 18 a Roma, NdSA].


