Back to the battle field

Un’isterica fusione di math-rock ed elettronica glaciale, l’indie-rock passato al vaglio dell’IDM e quindi traslato nel futuro: era questa la formula alla base di Mirrored, fulminante biglietto da visita con cui quattro anni or sono Warp Records presentò quello che sarebbe poi divenuto uno degli acts più brillanti degli anni 00. Dietro ai misteriosi Battles si celava un supergruppo formato da math-rockers vecchio stampo diretti e coadiuvati da una mente tanto fresca quanto schizofrenica come quella di Tyondai Braxton. Poi, qualche mese fa, la separazione a sorpresa di quest’ultimo dal resto del gruppo; e poco dopo ecco i membri superstiti sul sito della Warp, a promettere un ritorno in una nuova veste. Un vero e proprio terremoto avvenuto nell’arco di pochissimi giorni, che minava in partenza le aspettative future di quanti, conquistati da Mirrored e dal successivo tour, credevano di aver trovato nei Battles una nuova band di riferimento.

Alla prova del secondo disco, l’oggi trio di New York sembra effettivamente cambiato. Il nuovo Gloss Drop si muove in un colorato amalgama di math elettronico e variopinte influenze esterne: colonne sonore, dub, e molto altro. Gli esiti a nostro giudizio non sembrano all’altezza della prova precedente, ma siamo in ogni caso di fronte a un’uscita importante, che farà discutere e che non potevamo evitare di approfondire.

Da parte sua Ian Williams, raggiunto al telefono, non vede l’ora di aprire il libro. Il tono di voce è quello di una persona alla mano, giunta al termine di un lavoro dichiaratamente realizzato con maggiore sicurezza, ma che pure non deve essere stato facile portare a compimento; e nondimeno, una fatica per cui l’ex Don Caballero vuole sentirsi ripagato, e di cui ci parla quindi con grande spontaneità. L’unico tasto dolente sembra proprio quello che riguarda Tyondai: per quanto Ian e compagni abbiano già girato pagina, trapela un po’ di amarezza nel guardarsi indietro. L’intervista.

Quando Tyondai se ne è andato, avete dichiarato che i Battles sarebbero stati una band diversa. Ascoltando Gloss Drop direi che è proprio così

Sapevamo che qualcosa sarebbe cambiato, un po’ perchè era inevitabile e un po’ perchè noi per primi desideravamo evolverci in qualche misura. Quindi abbiamo fatto quella dichiarazione, ma non era niente più di una dichiarazione di intenti. Al punto in cui eravamo in quel momento non credo che nessuno avrebbe potuto prevedere cosa esattamente sarebbe cambiato. Senza contare che la registrazione di ogni brano di questo disco ci ha condotto a risultati spesso molto diversi: difficile quindi parlare di un cambiamento ben definito. Il nostro modo di comporre consiste semplicemente nel registrare i ritmi, le melodie, le dinamiche, e metterli insieme. Mi piace molto, in particolare, ritrovarmi ad ascoltare due tracce che suonano quasi in opposizione l’una con l’altra, inserirle nello stesso brano e ascoltarne l’effetto. La visione completa di ciò che hai creato, in ogni caso, arriva sempre per ultima: il sound di un determinato brano è qualcosa che crei inconsciamente, non qualcosa che puoi pianificare. O almeno, noi non ci riusciamo.

Una linea comune tra i brani comunque la si ritrova: sembrate più positivi in questi nuovi brani, meno Warp nel senso elettronico-futuristico e molto più solari e divertiti

Penso che questa sensazione di maggior positività in Gloss Drop sia dovuta al fatto che rispetto a Mirrored abbiamo preso ulteriormente confidenza con questo progetto, e non parlo solo di strumenti ma anche di interazione tra i membri del gruppo. Con questo disco ci siamo resi conto che non avevamo più paura di fare queste cose e di farle in questo modo. A parte questo abbiamo sempre avuto un certo senso dell’umorismo. Ho il sospetto che la gente in generale ci prenda troppo sul serio rispetto alle persone che siamo oltre la musica.

Probabilmente questo è anche dovuto al tipo di immagine che avete reso con l’album precedente. Se ripensi al video di Atlas, devi ammettere che era davvero claustrofobico con questa specie di cubo trasparente immerso nel nulla. Tutt’altra cosa rispetto a un singolo come Ice Cream

E’ vero, Ice Cream è una canzone molto stupida. Ma ha uno sfondo di serietà. Quando l’abbiamo registrata eravamo in studio a Providence, Rhodes Island, e c’erano questi video di Bollywood alla televisione: football, gente che ballava, ecc. Abbiamo pensato che quelle sarebbero state le immagini giuste per Ice Cream: uno strano ascolto legato a un’atmosfera allegra, come se qualcuno ti dicesse che dietro quella felicità apparente tutto stava andando nel senso sbagliato: e abbiamo giocato su questo aspetto. L’apporto di Matias Aguayo nel brano è in equilibrio perfetto su tutto questo, concentrato sul modo in cui questa trappola omicida americana ti uccide mentre ci stai seduto davanti. Ha portato lo spirito giusto nel pezzo.

Parlando in senso strettamente musicale, invece, ritieni che ci sia anche un po’ di influenza glo-psichedelica a rendere Ice Cream così ‘solare’ e ‘diversa’?

Non saprei. Penso che in generale ciò che ci piace fare sia sovvertire determinati meccanismi, e non essere prevedibili nè tra un brano e un altro, nè all’interno dello stesso brano: penso ad esempio a White Electric, che procede ‘seria’ per poi esplodere in quel divertente finale con la tastiera. Credo che questo punto sia per certi versi la sintesi di ciò che vogliono essere i Battles: portare l’ascoltatore a credere che la nostra musica segua un determinato schema per poi di colpo stravolgere contesti e aspettative. Nel caso di Ice Cream l’intervento di un artista personale come Matias ha certamente giocato un ruolo decisivo nell’economia del brano. Dubito che la gente si aspettasse un singolo del genere dai Battles, e questa cosa ci conferma che il ragionamento di cui sopra ha senso.

Ci sono brani come Africastle che hanno un’atmosfera cinematografica, in particolare nella seconda parte sembra di ascoltare la colonna sonora di qualche pulp-movie

E’ vero, ci siamo fatti un po’ prendere la mano. Il fatto è che adoriamo le colonne sonore in generale, soprattutto quelle dei vecchi film. E’ una sorta di nostalgia verso un tempo antico che sembra impossibile riprodurre oggi: da un lato soffriamo questo aspetto, ma al tempo stesso questa impossibilità rende tutto molto romantico.

Ci sono dischi, magari anche recenti, che vi hanno influenzato nella creazione di alcuni brani, anche solo sul piano degli arrangiamenti o di certe scelte di suono?

Non saprei. Ascoltiamo musica di ogni genere ma non sapremmo dire cosa precisamente ci influenzi. Ci sono tanti gruppi che ci piacciono, a cominciare da quelli che abbiamo coinvolto nel nostro disco ma, per quanto possano piacerci, loro hanno il loro percorso e noi il nostro e non credo, al di là della reciproca stima, che ci influenzino più di quanto noi possiamo influenzare loro. A parte questo ci capita spesso di ritrovarci ad ascoltare cose molto distanti da noi, essenzialmente quelle che passano per radio, come reggaeton e cose così: di base non ci dispiacerebbero, ma sono in larga parte di qualità scadente. Così quando ci ritroviamo in studio prendiamo in considerazione solo noi stessi, con la massima serietà, e cerchiamo di costruire da soli il nostro sfondo lasciando tutte le altre influenze contemporanee a ruotare intorno a noi, ispirandoci magari sul piano dei contenuti ma non su quello prettamente tecnico.

Hai accennato agli ospiti del disco. Di Matias Aguayo abbiamo già parlato. Raccontaci qualcosa sugli altri, a partire da quella leggenda vivente che è Gary Numan

Gary aveva una data del suo tour a Boston lo scorso autunno, e casualmente in quel momento noi eravamo a Providence a registrare il disco. Siccome siamo tutti suoi fans e siccome Boston dista solo 45 minuti da Providence, siamo andati a vederlo dal vivo. Siamo rimasti impressionati dal suo live e gli abbiamo chiesto di partecipare al disco. Lui ha accettato con grande entusiasmo. E’ venuto in studio e ha registrato il suo intervento in My Machines tra una data e l’altra, quindi un po’ di fretta, ma il risultato ci ha comunque convinto. Quando hai a che fare con un artista del genere non hai bisogno di tempi particolarmente lunghi per produrre qualcosa che ti soddisfi.

Kazu Makino

La sfida in questo caso era metterci alla prova con una voce femminile. Quella di Kazu è molto particolare, così pensavamo sarebbe stato ancora più difficile nel caso specifico. In realtà, invece, tutto è stato molto più facile del previsto perchè a dispetto della sua timbrica Kazu ha uno stile molto naturale, e suonare intorno alla sua voce è venuto spontaneo anche a noi.

E per finire, Yamantaka Eye

Non lo conoscevamo personalmente ma conoscevamo gente che lo conosce e che ci ha messo in contatto con lui. E’ una sorta di leggenda vivente, ci piacciono molto i Boredoms e ci piaceva ancora di più l’idea di avere una voce giapponese sul disco: un po’ perchè siamo stati in tour in Giappone e abbiamo ricevuto forse la miglior accoglienza di sempre in termini di pubblico, e un po’ perchè ci piaceva l’idea di avere un album ‘poliglotta’, con gli ospiti che cantano ciascuno nel proprio idioma. Non ci siamo propriamente riusciti, a dire il vero, ma ci abbiamo provato.

Avete mai considerato la possibilità di trovare un sostituto per Tyondai, ovvero un nuovo cantante fisso?

Sì, ci abbiamo pensato lì per lì ma poi abbiamo rinunciato. Tyondai era parte del gruppo fin dall’inizio e, a parte il fatto che non è facile sostituire un elemento così caratteristico, trovare un nuovo membro fisso per un progetto già avviato non era una cosa che ci allettava. Inoltre come ho detto prima era prioritario per noi guardarci in faccia e capire come potevamo portare le cose avanti rispetto al disco precedente. Ed era qualcosa che sentivamo di dover risolvere tra di noi.

Cosa ti manca di più di Tyondai?

(lungo silenzio, NdR) E’ un ottimo musicista.

8 Maggio 2011
8 Maggio 2011
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