BEAT dot IT

Con un focus aperto su una novantina (91 per l’esattezza) di persone tra artisti, label manager e addetti ai lavori a vario titolo (blogger, broadcaster, giornalisti) e con alle spalle una quarantina (38 per l’esattezza) di interviste — ai produttori di Beat.it e a molti altri ancora, a nomi storici del mondo delle produzioni italiane (il guru techno Marco Passarani, Mario Pierro dei mitici Jolly Music, il turntablista DjMyke dei Men In Scratch, Fabrizio Pollice/Bioshi Kun), a nomi storici tra gli addetti ai lavori (David Nerattini) e a osservatori nazionali (Rico degli Uochi Toki) e internazionali (Laurent Fintoni aka Dj Kper) outsider e d’eccezione — questo articolo ha rischiato seriamente di non vedere mai la luce o, peggio, di venir fuori come un lungo e noioso elenco telefonico*. Per quagliare, siamo stati costretti a fare come Edward Mani di Forbice: tagliare tutto. Tanta, troppa la carne al fuoco, la materia presa in esame un magma ancora troppo fresco, dai percorsi ancora troppo poco definiti per potere sistematizzare qui e ora. Ci siamo limitati a unire qualche punto, a tracciare qualche segmento, a fare qualche nome, gettare qualche ipotesi, raccontare qualche retroscena – di una storia ancora tutta da farsi figuriamoci da scriversi.

Spalmati tra rece e articoli, a partire dalla fine del 2009 (in principio furono Uxo e Digi G’Alessio; “qualcosa si sta muovendo”, dicevamo presentando Planet Soap), qui su SA abbiamo cominciato a ritagliare brandelli di appunti su quella scena/non scena che ci è piaciuto e ci piace chiamare Italian beats o wonkytalia, e cioè i produttori italiani di hip hop strumentale in tutte le sue possibili filiazioni, derivazioni e infiltrazioni electroniche (trovate una piccola guida a fine testo). In un articolo che cercava di fare il punto sul grande sole nero del dubstep che splendidamente ha illuminato gli ultimi anni (Under the Big Black Sun of Dubstep) dicevamo che dubstep e wonky, pur nelle loro diversità, ma soprattutto nei loro incroci, al di là quindi delle elettroniche propriamente dance (techno e house) e di quelle autodefinitesi sperimentali (le eredi dei suoni Warp, Mille Plateaux, ma anche – sul versante HH – Anticon) sono le due vie privilegiate di “una koiné elettronica internazionale sempre alla ricerca dell’equilibrio, tra cristallizzazione del linguaggio e suo rinnovamento”. Affermazione forte, ma che i fatti (e rimandiamo ancora a quella antologica di remix di portata sul serio internazionale che è stata After Silkworm) e le dichiarazioni di estetica come questa del collettivo/label Finest Ego ci sembrano confermare: The new generation of beat smiths understands Hip Hop, Techno and the diverse new styles between electronic and organic grooves evolving from them, not as a mere pose, but as an aesthetic principle, exploring the boundaries of these musical styles (http://finestego.com/).

La scena italiana si inserisce perfettamente in questo macro-contesto e nella dialettica tra internazionalizzazione spinta – e necessaria – e volontà di fare emergere le specificità – o almeno le dimensioni – localistiche.

* Una cosa del genere, ma forse è meglio non dirlo a voce alta, c’è successa con un articolo-monstre dedicato ai Neomelodici. Vi interessa?

A glocal sound?

In un articolo sullo stato delle cose hip hop (2009: Odissea nell’hip hop), rintracciavamo l’origine di quello che è stato chiamato glitch-, abstract- e adesso wonky nelle produzioni strumentali di metà anni Duemila firmate Prefuse 73, Dabrye e – soprattutto, per quel che ci riguarda – J Dilla**: nella riscoperta cioè dell’hip hop come electronic music for mind and body, delle sue radici elettroniche ed electroniche (dub, electro e avanti), nell’impiego sistematico di “pulsazioni irregolari, sporche, umane (le batterie non tagliate dal metronomo, non-quantizzate, fibrillanti) e fonti sonore frutto del ritorno prepotente dell’immaginario Ottanta, della diffusione dell’elettronica nel rock e di fascinazioni esotiche e primitiviste”. L’hip hop ha contagiato/si è contaminato con le altre musiche ritmiche-prodotte (vedi il rap UK, il grime), con la musica “bianca” (produttori non hip hop-nativi, il pop da classifica), è arrivato fino alla provincia dell’impero (e noi siamo qui), diventando una materia duttile e malleabile, una piattaforma plastica e plurilingue, globalizzata e globalizzante: soprattutto, un affare non di rapper ma di producer.

Una persona molto informata sui fatti come il dj e giornalista freelance Laurent Fintoni aka Kper (ricordate il fondamentale mixtapone di fine 2009 A Boom Bap Continuum?) pare non lasciare spiragli alle specificità delle singole realtà nazionali-locali: l’internazionalizzazione avrebbe portato a una forte omogeneizzazione del suono. Aggiungiamo noi, col rischio che ci si perda nella cosmesi ritmico-timbrica (lo standard fatto di ritmi scollati, loop e sopra stratificazioni di tastierine, campioni da videogame ecc.) e in tentazioni eclettiche ed enciclopediche difficili da padroneggiare (ne sa qualcosa il pur bravissimo Mochipet). Esiste quindi un wonky italiano? Sì, ma solo nella misura in cui esistono dei produttori italiani.

** Non citiamo la Anticon per lo stesso motivo per cui i cLOUDDEAD non hanno trovato spazio su A Boom Bap Continuum: fondamentale e fondamentali sul versante abstract, ininfluenti sul discorso propriamente ritmico, tutto incentrato sul beat, in ultima analisi sul funk, portato avanti dal wonky.

Una questione di etichetta

Wonky: c’è chi, pur di non sentire questa parola (figuriamoci farsi etichettare in questo modo) si farebbe tagliare le orecchie. La questione l’abbiamo sperimentata sulla nostra pelle e ve lo diremo più avanti. È interessante registrare ancora l’opinione di Kper: “Questa cosa del wonky è proprio una stronzata. Ci sono i beat hip hop, c’è l’elettronica, ma non esiste nessun wonky. È un termine che è stato usato una volta per scherzo da un giornalista inglese… e adesso siamo qui a parlare di wonky”. Si sa quanto quella delle etichette sia una vexata quaestio. A noi piace pensarle come a un male necessario. Per descrivere e soprattutto per fare paragoni, costruire differenze, evidenziare affinità, non abbiamo altro strumento che le parole, e con quelle ci dobbiamo arrangiare. Quella del wonky è una questione di etichetta. “Con wonky metti in risalto il discorso del ritmo zoppicante [in giro ho trovato spesso l’uso del termine off-kilter, cioè sbilenco, sproporzionato, squilibrato]; con abstract il fatto che la parte strumentale rimanda a scenari molto diversi dal classico quattro quarti funk (peraltro facendo ricorso spesso a frammenti di musica cosiddetta concreta); con glitch hop metti in risalto le sporcature laptop e il taglia e cuci; con chiptune metti in risalto il discorso videogame” (da una conversazione su Facebook). La musica è un continuum, una questione di sfumature: l’importante è capirsi.

Ma le etichette sono un vero ginepraio, soprattutto per chi di musica non scrive, ma ci campa, la fa. Abbiamo chiesto ad esempio a Rico cosa ne pensasse della scena wonky italiana e lui ha sciorinato nomi a noi sconosciuti che abbiamo scoperto solo poi essere produttori underground elettronici sperimentali, rumoristici, post-industriali, in perfetta sintonia coi suoi interessi e il suo background. Per dirla con l’amico Andrea Mi, wonky è “musica per nerd ‘drogati’ che hanno J Dilla nel cuore, compongono senza griglia scolpendo sull’Mpc ritmi continuamente spezzati e mutanti, frullano batterie singhiozzanti, fanno viaggiare i synth verso lisergiche vallate retro-futuribili e, alla fine, escono dalla cameretta con oggetti sonori letteralmente ‘traballanti’”. Pur nelle loro anche enormi diversità di attitudine, stile, suono, consideriamo wonky (buona parte delle produzioni di) Madlib, Flying Lotus, Hudson Mohawke, Rustie, Starkey, Lukid, Ikonika, Dimlite.

Wonkynternational

Macroscopicamente da metà anni Duemila, internet e il web, e specialmente i primi social network (l’adesso praticamente defunto Myspace), hanno rivoluzionato le modalità di comunicazione tra musicisti e il modo di fare e distribuire musica. Superato il concetto HH di crew, si sono formati dei collettivi delocalizzati e, come loro diretta emanazione, le prime netlabel specializzate nei suoni di cui ci stiamo occupando. La quasi totalità delle uscite viene distribuita in free download in regime Creative Commons.

Tra quelle che abbiamo censito e mappato, la più antica e strutturata tra le label è la Tokyo Dawn (http://www.tokyodawn.net/), fondata nel 1997 a Monaco da Marc Wallowy, target soul futurism e nel roster big come Dudley Perkins, Georgia Anne Muldrow, Opolopo, Amalia (il freschissimo Art Slave) e il nostro Ad Bourke.

Finest Ego (http://finestego.com/) è un collettivo internazionale di produttori attivo nel 2002, coordinato dal nucleo formato da Jinna Morocha, Malte Tarnow, Simon Walter, Gordon Gieseking, Keegan Fepuleai, Laurent Fintoni/Kper e PacsOnWax, che dal 2010, attraverso la label-emanazione Project: Mooncircle (http://www.projectmooncircle.com/), ha prodotto una serie di importanti compile-vetrina dedicate alle diverse scene nazionali (Giappone, Russia, Nuova Zelanda e Australia, Regno Unito e Irlanda). Alcuni producer del collettivo: Robert Koch (degli Jahcoozi), Suff Daddy, JohnnyBoy, Pixelord, DZA, Moa Pillar, Paul White, Floating Points.

Phonocake (con l’accento sulla golosità quasi palatabile delle prod http://www.phonocake.org/), label nata a Dresda nel 2003, pubblica principalmente artisti russi, sudamericani e norderuropei. Un’eccezione? Il nostro Digi G’Alessio, presente in catalogo con Love, Beats and Pina Coladas e The Brown Book.

Car Crash Set (dall’omonimo gruppo electro neozelandese degli anni ’80 http://www.carcrashset.com/), nata nel 2009 con base a Seattle. Per loro Esko, +verb, Pixelord, Planet Soap (After Silkworm, Escape from Supernova 500).

Bedroom Research (nome che dipinge perfettamente l’estetica e la pragmatica di molti artisti http://www.bedroomresearch.com/), label francese nata nel 2002. Tra i vari produttori del roster, spicca per notorietà e qualità l’ubiquo Digi G’Alessio (per loro ha pubblicato Cinar Session e i recenti Disco Zambra e Oh SP Days!).

Plynt Records (http://plynt.be/), con base a Bruxelles, nata nel 2010 dalle ceneri della Aeclectrick (nata nel 2003) per dare asilo a tutti i “wonky rockers, jazzy dubbers and electro plasticians”. Su Plynt troviamo Raw Meat di Uxo e The Yellow Book di mastro Digi (taggato sotto il divertente Spagetthi – sic – wobble).

Error Broadcast (torna l’accento sulla componente ‘sbagliata’ di queste musiche http://error-broadcast.com/) è un collettivo nato nel 2008, formalizzatosi label nel 2009, fondato dal modenese Filippo Aldovini e dal berlinese Sven Swift. In catalogo Taprikk Sweezee, Shlohmo, ancora i russi Pixelord e DZA, e una miriade di altri artisti a gravitare lì intorno, come Costa, Ad Bourke, Apes on Tapes, Damscray, Demokracy, Moa Pillar, Morpheground, Railster. Anche EB ha prodotto una compila nazionale, Fly Russia (settembre 2010), anticipando di qualche mese la sovrapponibile e complementare omologa targata Finest Ego (Russian Beatmaker Compilation).

Fresh Yo! (http://freshyolabel.com/), altra label per metà italiana (Simone Brillarelli aka Masci, producer assieme a Digi nel progetto multimediale A Smile For Timbuktu), per l’altra metà svedese (Suzywan). Nata nell’estate 2010. Troviamo dentro Digi (Dogma 7; EP Telefono casa, assieme a Colossius) e l’ottima compila collettiva A Love Continuum.

Da segnalare anche Mad Hop (http://mad-hop.com/), attivo dal 2009 come gruppo di Last.fm e dal 2011 diventato un blog; come tantissimi altri, fa girare le release dei produttori, ma ha prodotto anche qualche compila esclusiva. Particolarmente attiva – e quindi immaginiamo anche somewhere out there based – su materiali dell’Europa dell’est: la prima delle compile è stata infatti realizzata in collaborazione con le label U Know Me (Polonia), Gimme5 (Russa) e Svetlana Industries (Belgrado).

Ne voglio ancora (NB: piccole e grandi label e netlabel tutte italiane): la ReddArmy (http://www.reddarmy.com/) del friulano Fulvio ‘ReddKaa’ Romanin, nata come associazione culturale nel 2007; in catalogo, tra gli altri, Christian ‘Kappah’ Pevere, Andrea ‘Railster’ Uliana e – da pochissimo – gli Smania Uagliuns. La Lil Pitch (http://lilpitch.altervista.org), nata nel 2011 come emanazione del festival marchigiano-bolognese electro/ravey Electregra portato avanti da Paolo ‘Ldgu’ Rossi e Riccardo ‘Qwark’ Viozzi; prima uscita, Ether + Pinch. La misteriosa Signora Franca (http://www.signorafranca.com/) di Michele ‘dubmode’ Casanova e Marcello ‘mantaraffu’ Cualbu; tante uscite disordinate e anche una perla di Digi G’Alessio. Stesso discorso per la Pitjamajusto (http://www.pitjamajusto.com/), attiva dal 2007 e gestita da Cuervo Jones e Toddy. Più orientata a suoni & modi IDM, tra Warp e Mille Plateaux, la QuantumBit (http://www.quantum-bit.it/) di Paolo Mauro e Marco Tassone, attiva dal 2006; in catalogo, per quel che più qui ci interessa, una compila collettiva con dentro Digi e Digi & Atzeni a nome Tes.La.

Into the buzz

Che questo fitto e brulicante nugolo di produttori e la relativa valanga di materiali in free download (album, EP, mixtape, remix, collaborazioni, pezzi sciolti, eccetera; sulla questione del free torneremo più avanti) stesse cominciando a circolare fuori dal giro degli stessi beat maker e dei cultori, scavalcando il recinto dell’underground, acquisendo una prima (potenziale) visibilità, è stato chiaro quando l’indie web magazine musicale più fico e potente (occhio, non quindi un magazine specializzato come XL8R o Resident Advisor), Pitchfork, ovviamente, ha dedicato un focus on di quattro pagine, con tanto di stream e mix esclusivi, alla scena russa. L’articolo (Beg, Steal or Borrow: New Beats from Moscow, novembre 2010) approfondisce particolarmente le figure – per noi ricorrenti – dei due big indiscussi Pixelord e DZA, cita la compila Fly Russia (misattribuendola alla Gimme5) e passa in rassegna molti altri wonkers russi (Mujuice, EightThirteen/813), e fa il paio con una rece molto positiva (febbraio 2011) di Fish Touch di Pixelord, sempre su Error Broadcast. I pezzi sono entrambi firmati da tale Finn Cohen (dato inquietante: sono i suoi unici testi presenti su Pitchfork).

La mossa di Pitch è un piccolo ma forte segnale e fa smuovere in qualche modo le acque anche qui da noi. Sul numero 680 del Mucchio Selvaggio, marzo 2011 (in un tripudio di italianità: copertina dedicata al film di Boris), all’interno della rubrica Soundlab curata da Damir Ivic, appare un rapido ma sapido profilo della scena nostrana a firma di Andrea Mi (lo ri-incontreremo più avanti), intitolato Italia Goes Wonky!. I nomi in campo sono praticamente gli stessi che dal dicembre 2009 cerchiamo di documentare anche qui su SA: “Apes On Tapes ed Ether (riconosciuti un po’ come gli iniziatori), Digi G’Alessio, Atzeni, Johnny Boy, Colossius e il resto della crew di Overknights, Railster, Kappah, Uxo, Herrera, Planet Soap, Morpheground, Grillo”. Vediamo più da vicino qualcuno di questi nomi.

Italians do it… good

A metà dei Duemila il boom del wonky a livello internazionale. L’Italia stranamente non si muove troppo in ritardo, ma l’eco dei prime mover nostrani e delle loro produzioni sta cominciando a diffondersi oltre la cerchia ristretta degli intenditori soltanto adesso.

Dopo una prima incarnazione attiva – pare, le fonti su questo punto sono parzialmente contraddittorie – a fine anni Novanta, con autoproduzioni datate già 2001, tra i primi a muoversi ci sono sicuramente i fiorentini Ether, e cioè Andrea Bracali (Colossius) e Francesco Bigazzi (Biga/El Climatico). Bracali, classe ’76, comincia a produrre nel 2002, ma bisogna aspettare il 2005 perché i due vedano pubblicato il primo lavoro: i 4 pezzi dell’EP Quasi Quasar, su Persistencebit Records. Nel 2006 arriva il primo long, Intimo Personelles, 11 pezzi sulla napoletana Mousike Lab. Nel 2008 un secondo album, autoprodotto, Ecco: C. Lo stile dei due fiorentini, veterani della scena e membri della crew OverKnights, tornati in pista sia come Ether (Prejanka, la prima uscita della neonata Lil Pitch) che coi rispettivi progetti solisti (Biga: Only 4 the Bambine, 2011), è asciutto, secco, austero, elegantemente minimale, intriso di ricordi IDM e addirittura industrial. Gli Ether fanno parte della crew radiofonica Ragnampiza (vedi sotto).

I bolognesi Apes on Tapes, Luca Garuffi aka Lagàr e Giordano Dini aka Antani, sono attivi dal 2005, folgorati sulla via del beat della produzioni inaudite di Prefuse 73. Sono i patron della label (fondata nel 2006, gestita da Garuffi assieme a Michele Giovannini e Vincenzo Pacella; in catalogo, tra gli altri, oltre ai padroni di casa, il mitico Andrea Sartori, Ether e Grillo) e del fondamentale festival Homework (http://www.homeworkrecords.net/; I edizione nel 2008). Hanno pubblicato un EP (Ape Re Thieves, 2006) e due album (You Open, 2008, e Foreplays, 2011). Il loro è un suono morbido e curato, un trip hop sinuoso sporcato di sbilanciamenti wonky, una raffinata ed evoluta downtempo.

Cristiano Crisci aka Digi G’Alessio, fiorentino classe ’81, un passato come sassofonista jazz e poi jazz-punk (Trio Cane), scopre il mondo delle produzioni nel 2004, prima col progetto multimediale A Smile For Timbuktu (assieme al Simone Brillarelli di Fresh Yo!; 3 dischi sul mercato anglosassone, 2005-2008), poi, dal 2008, come solista a nome Digi G’Alessio (il moniker individua alla perfezione il sense of humour che pervade la musica del nostro). È uno dei produttori più prolifici della scena, ma anche quello che soffre meno il calo fisiologico: tutte le sue cose che abbiamo ascoltato finora non sono mai state meno che buone. Digi pubblica e collabora con chiunque: nella sua discografia sconfinata selezioniamo L’attentato ai mondiali (2010, un disco che fa scattare subito il paragone con il Madlib terzomondista più generoso; ma il nostro sembra essere giunto a quegli stessi risultati con un percorso indipendente e parallelo), Cinar Session (2010), The Yellow Book e Disco Zambra (entrambi 2011).

Versatile, eclettico, deep, gommoso e giocoso, Digi è la punta di diamante del collettivo più interessante, ricco di stimoli e meglio organizzato della scena italiana: i fiorentini OverKnights (http://www.overknights.blogspot.com/). Oltre ai già citati Ether (Colossius e Biga) e a Digi, gli OK sono: Johnny Spataro aka JohnnyBoy (sorprendentemente fresco il suo debutto sampledelico Meat My Beats, 2011), Manuele Atzeni (decisamente orientato a suoni e spazi dubstep; 3 EP, tutti ottimi, 2009-2011), i due rapper Lientur Henriquez aka Daretta (speciale l’hardcore cerebrale di Heavy Mental, 2011) e Francesco Morini aka Millelemmi (accento toscano fortissimo, incisivo sui pezzi sparsi, vedi A Love Continuum o la title track di Nosocomio Tungsteno, un po’ meno sulla lunga distanza; due EP e un LP all’attivo, 2009-2011), gli scratcher Jacopo Magrini aka Jaja e Antonio Vellucci aka Franco Crudo/Dekon, il grafico Simone Zaccagnini aka Low’n’Zac (anche produttore; ottima ad esempio Dissenso su Minisampler #0). Tantissime per loro le incursioni collettive; da ultima il giocoso Stylophone Overdose, con gli OK che si divertono da matti con l’eponimo mini-sintetizzatore.

Marco Acquaviva aka Uxo, livornese classe ’75, milanese di adozione, ha cominciato a produrre nel 2005. Nel cassetto un disco dubstep datato 2006. Il debutto come solista nel 2009 con i brevi quadretti dell’ottimo Uxo1; poi l’ispirata jam sampledelica Raw Meat (2011) e collaborazioni (Furtherset, Grillo a nome Go Savant), remix (Versus), compile. Quale che sia il genere o il mood (dub, ambient, funk), il suono di Uxo è fortemente spacey e a tratti prepotentemente psichedelico. Uno dei producer più versatili e riconosciuti. Uxo gestisce anche la label personale Queespectra (http://queenspectra.bandcamp.com/).

Adam Bourke, romano di padre inglese, trent’anni, dj, polistrumentista, produttore legato al suono analogico e caldo delle tastiere vintage, è uno dei nomi che contano (costituendo, assieme a Digi e Uxo, la trimurti di quelli in assoluto più citati e riconosciuti fuori e dentro la scena). L’apprendistato con Marco Passarani, una raccolta di sue produzioni in mp3 per la Treble-O-Records nel 2008, i suoi pezzi passati da Gilles Peterson, set in festival come Dissonanze, un workshop alla Redbull Music Academy, collaborazioni con nomi come i mitologici Jolly Music, opener per l’unica data italiana di Flying Lotus. Debutta su supporto fisico con il “long EP” Mirage su Citinite (accostabile al boogie-funk di Dam Funk); in lavorazione il debut LP.

Planet Soap, e cioè Federico ‘Dsm’ Monguzzi e Luca ‘Snooze’ De Giuli (dopo una prima incarnazione Fede + Filippo Papetti), classi ’85-’86, dall’hinterland milanese. Fede comincia a produrre a metà Duemila, ma il debutto arriva nel 2010, con Silkworm su Car Crash Set (parole chiave: trip Nintendo, cybertronica, grime, Mochipet, J Dilla), da cui deriva la remixorama internazionale esagerata di After Silkworm (e la più recente OverKnights Edition), segnale di una collocazione e di un primo riconoscimento internazionale delle produzioni nostrane. Seguono gli spostamenti verso forme e strutture techno coi due brani di Escape from Supernova500 e la collab con il russo Darmscray dei Demokracy a nome Planet Terror. In sintesi: traguardi già importanti e scenari futuri superpromettenti.

Andrea Uliana aka Railster, classe ’83 da Udine, prime produzioni nei primi Duemila per accompagnare gli amici rapper del liceo, poi lo spostamento verso lo strumentale, una marea di remix, di podcast e nel 2009 il debutto su LP per ReddArmy con Patchwork Anthems, lavoro timbricamente coloratissimo, quasi barocco, molto attento ai fermenti now, solo un po’ troppo legato ai modelli di riferimento. Railster è il selezionatore dei pezzi di Beat.it, primo grosso passo della scena verso l’autocoscienza e la cosciente comunicazione di sé. Railster produce un wonky molto stratificato, farcito di tastierine, molto influenzato dai suoni della scena UK (si sentano ad esempio i passaggi di rullante ragga su Andromeda, il suo pezzo featurato in Beat.it).

Matteo Grilli aka Grillo, classe ’81, nativo di Ancora, di stanza a Milano, un altro produttore spesso citato come big dagli altri produttori; su disco reperibile dal 2007, con vari lavori brevi e lunghi tra i quali segnaliamo Fireworks (Homework, 2009) e l’ultimo Claws EP (per la Made in Glitch di Matt B, 2010). Il suo è un suono tastieroso, arioso e pulito, lucido, di chiara origine cosmica/Kraut (passione questa che condivide con Uxo, vedi la già citata collab a nome Go Savant, 2011).

Chiudiamo questa nostra sicuramente parziale (sia rispetto agli artisti trattati, che in riferimento alla totalità della scena) rassegna di big (leggi: artisti bravi, artisti importanti, artisti rappresentativi ecc.), parlando di AvantHopperz (http://www.avanthopperz.tk/). Progetto nato nel 2007 per iniziativa di Marco Helphetoz, siciliano, e di Carlo Pusceddu aka Grovekingsley, sardo, l’idea guida è quella di coagulare attorno a questa sigla tutti gli esponenti di un possibile out/abstract hip hop italiano, di Anticon-iana memoria. Ne viene fuori una crew delocalizzata che opera e produce sul web. Escono con la sigla Avanthopperz dischi di Zona Mc, Carmine De Maria nelle sue varie incarnazioni (DMC, J. Cardema, Robot Kaard), Mar Delle Blatte e gli stessi Alitotetro (il gruppo di Helphetoz) e Grovekingley. Dopo una pausa di riflessione, dovuta anche all’accasamento presso label vere e proprie di Zona (Trovarobato) e Carlo/Grove (Milled Pavement), Avanthopperz torna attivo sul web, spostando estetica e interessi dall’Anticon-mood alla più vitale e variopinta giungla wonky, proponendosi principalmente come vetrina per i materiali della scena italiana e internazionale.

Dentro la rete

Abbiamo proposto una carrellata dei profili bio-discografici di alcuni artisti chiave (alcuni storici, altri ormai affermati, altri ancora già molto promettenti) della scena ‘wonky’ italiana, un quadro di massima delle personalità di spicco che fosse anche l’indicazione di un possibile best of dei materiali usciti finora (rimandiamo di nuovo all’elenco a fine testo). Ma la scena non è fatta solo da chi la musica la fa, ma anche – e soprattutto? – da chi quella musica la rende disponibile, la fa girare, l’ascolta, ne parla. Precisiamo subito allora quali sono le parole chiave attorno a cui si definisce il nostro contesto: web, netlabel, social, free download, gate-keeping.

Di web e netlabel abbiamo già detto. Con social, oggi come oggi, intendiamo il livello spinto del 2.0 oltre i blog e oltre Myspace e quindi Soundcloud e Facebook. Sono questi, assieme a Bandcamp (che consente la fruizione libera ma non il feedback e l’interazione in tempo reale) e Youtube (lo straclassico, ormai già ‘di servizio’; per certi versi ancora imbattibile e di fatto uno dei più grandi bacini di musica vecchia e nuova del web, ma sostanzialmente poco innovativo e sempre più insidiato per operazioni ‘di fino’ da Vimeo), i luoghi cui si svolgono i discorsi della e sulla musica. Tutti e quattro offrono lo streaming e da tutti e quattro, più o meno di default, si può scaricare.

Veniamo così alla spinosa questione del free download legale (e quindi del Creative Commons), male necessario, croce e delizia. Male necessario perché l’impossibilità di vivere della propria musica comporta la necessità di economizzare al massimo – per potersele permettere – sulle sue modalità di delivering. Via allora alla digitalizzazione (la famosa ‘smaterializzazione’), che, non costando ‘nulla’ sul lato-produttore, può anche non costare nulla sul lato-fruitore (‘nulla’: chiedere agli operatori telefonici, ai produttori di HD, di lettori mp3, alla Apple eccetera). Fruitore che, se così non fosse, se cioè dovesse pagare, probabilmente non l’ascolterebbe quella musica: semplicemente perché non la comprerebbe. Arriviamo al croce e delizia. Questo meccanismo fa sì che distribuire musica diventi un’attività praticamente alla portata di tutti; per cui, anche appoggiandosi in molti casi a strutture specializzate (le netlabel), gli artisti oggi sono diventati sostanzialmente gli editori di se stessi. Tutto diventa (giocoforza, perché deve costare poco) più facile e più veloce, col risultato che la quantità di musica in free download, con visibilità anche abbastanza simile, che si riversa quotidianamente sul web cresce esponenzialmente. Come con gli e-book, i blog, la cultura wiki eccetera, tutti possono passare dall’altro lato della barricata, tutti possono diventare creatori e distributori di contenuti e così pure tutti possono accedere a più contenuti. È proprio in un contesto del genere che il ruolo dei filtri editoriali (le label appunto, ma in un certo senso anche la critica, e qui ovviamente portiamo acqua al nostro mulino) torna, per paradosso (perché proprio nel momento in cui apparentemente ne viene sancita l’inutilità: che me ne frega della ‘mediazione giornalistica’ se adesso la filiera è così corta che in un passaggio solo arrivo dal produttore – in tutti i sensi – al consumatore?), ad essere importante, anzi diventa centrale. Cioè: se, per essere ‘pubblicati’ oggi, non è più materialmente necessario avere dietro un’etichetta discografica, quest’ultima resta comunque, e anzi lo diventa ancor più di prima (quando invece il suo ruolo era necessario, quindi dato per scontato, non eludibile: insomma, o si passava da lì oppure cazzi), una garanzia sulla (almeno maggiore) qualità del prodotto “x”, nel mare magnum e incontrollabile del web.

Esemplare, da questo punto di vista, il caso – lo si dovrebbe proprio analizzare semioticamente – del sito TheWaveInvasion (http://www.canforaaa.com/thewaveinvasion/) creato e gestito dal grafico Pierpaolo Corso che, forte della retorica del free download legale, fa di tutta l’erba un fascio, appiattisce tutto e tutti sullo stesso livello (soprattutto linguistico, con tutti i cliché deformati del caso), scambiando la promozione con la critica, l’ufficio stampa con il giornalismo musicale, frullando allo stesso modo il ragazzino che fa musica dalla propria cameretta copiando quel che ascolta su last.fm e (occhio, perché è solo questo il punto) fa cagare (scusate il tecnicismo) con big di profilo come Digi G’Alessio o Deepalso/Andrea Sartori, che al primo sono accostabili e vengono quindi accostati solo perché anche loro pubblicano in free download. La possibilità di produrre e distribuire facile è un’arma a doppio taglio, grande libertà e grande imbarazzo (di chi produce + nella scelta + di chi ascolta), a cui sfuggono davvero in pochissimi. Inevitabilmente e significativamente i migliori: gente come i pur iperprolifici Uxo o l’onnipresente paradigmatico Digi G’Alessio.

Geo(web)grafie

Per le sue stesse modalità tecniche di produzione (se non si possiedono sampler, giradischi, batterie elettroniche, synth eccetera, basta anche solo un pc) e per il suo stesso orizzonte estetico (musica sintetizzata, campionata, manipolata; musica transnazionale; musica fatta oggi), la musica di cui ci stiamo occupando trova nel web il proprio spazio naturale, con la sua economicità, velocità, ubiquità. È sul web, allora, che oltre a trovarla, se ne parla.

È, in un misto di geografia tradizionale e geografia immateriale, che è d’obbligo citare alcuni dei nodi chiave attorno a cui gira la scena italiana (da affiancare alle label-crew già tirate in ballo e cioè: Lil Pitch, Error Broadcast, Homework, Fresh Yo!, ReddArmy, Pitjamajusto, Quantum Bit, Signora Franca, Queenspectra).

A Firenze ci sono gli OverKnights e c’è anche Ragnampiza (http://ragnampiza.blogspot.com/), blog dal 2009, poi (anche) trasmissione su ControRadio (http://www.controradio.it/), crew di appassionati superesperti ed insider composta da Andrea (Lu)Mi (con il suo Mixology; vedi il già citato articolo sull’italo-wonky apparso sul Mucchio), Duccio Mazzanti (uno che sulla scena di San Diego, Gonjasufi, Gaslamp Killer e affini ne sa più degli stessi protagonisti), Tommaso Ricciotti e i due Ether (Andrea Bracali e Francesco Bigazzi).

C’è Passion Junkies (http://www.passionjunkies.it/), il sito personale del napoletano Fabio ‘Fugu’ Festa, nato nel 2008 e posizionato esattamente all’estremo opposto di un contenitore alla WaveInvasion: Fabio ascolta, seleziona e propone con taglio critico release fisiche e in free download. Il suo ruolo di scouting nella scena è ben testimoniato da operazioni come l’antologica collettiva Dolphyn Surround, primo volume di una annunciata serie di omaggi beats ai grandi nomi del jazz e della black music voluti e prodotti proprio da Fabio/Junkies.

A Bologna c’è il giro degli Apes on Tapes, della label e del festival Homework. E c’è anche Cristian Adamo e il suo Vinilificio (http://www.vinilificio.com/), che dal 2004 fa esattamente quello che il nome promette: realizzare vinili ‘su misura’ e completamente personalizzati. Il Vinilificio è un punto di riferimento importante, partner degli eventi e dei contest nazionali dell’IDA Italy (http://idaitaly.tumblr.com/, dove IDA sta per International Dj Association; grande meeting obbligatorio per tutti i beaters italiani e che fa in un certo senso il paio con gli eventi romani della Redbull Music Academy, http://www.redbull.it/).

A Vicenza c’è la Get Beat (http://www.getbeat.it/) di Filippo Mursia, blog, message board ma soprattutto agenzia concerti nata nel 2006, fortemente supportata dai producer Luca Sammartin (che assieme a Stefano Milella – metà dei Big Charlie, con Matteo De Ruggieri – gestisce anche la label Snowy Peach, nata nel 2010; http://www.snowypeach.com/) e Alessio Magenta e cioè il duo ContaineR (http://container2072.tumblr.com) e Giordano Morpheground (http://soundcloud.com/morpheground) (ContaineR e Morpheground li trovate su Beat.it, peraltro con due dei pezzi migliori della raccolta; Giordano è appena uscito con un ottimo primo LP, Enfuse).

Molto attento ai fermenti (anche e soprattutto) italiani in ambito ritmi/black Luca Gricinella col suo blog BlaLuca (http://blaluca.wordpress.com/), espressione dell’omonimo ufficio stampa, nato nel 2005. BlaLuca ospita regolarmente mix realizzati in esclusiva dai producer.

Anche PTW School (http://www.ptwschool.com/) propone regolarmente, con la rubrica The Mixie, podcast e – appunto – mix/videomix realizzati in esclusiva dai producer.

Da qualche mese sulla piazza anche Deeds (http://deeds.it/), primo magazine online siciliano dedicato alla scena dei ritmi abstract hip hop e derivati, gestito da Andrea Montalto, Enrico De Leo e Mauro Sodano (produttore col nome di Knobbuttons prima e TwelveForever poi; trovate una sua traccia su Dolphyn Surround).

Behind the Beat(.it)

Nell’estate del 2010, dopo avere ascoltato l’ennesimo disco in free download del produttore instrumental hip hop italiano di turno, con dentro un pezzo fico e altri otto tra esercizio, mediocrità e riempitivo, ci sfogavamo in una lunga chattata notturna con Marco Acquaviva (Uxo). Lo sfogo – perché mai pubblicare a tutti i costi una marea di materiale che un po’ per limiti intrinseci un po’ per la mancanza delle giuste strutture di comunicazione non avrà mai visibilità al di fuori della solita nicchia? – divenne ben presto una proposta: perché non vi mettete assieme e tirate su (voi produttori) una bella compila collettiva che raccolta il meglio delle vostre produzioni, con buona probabilità sfuggite ai più (ai quali pure potrebbero piacere: visto il buzz oltre la cerchia scatenato dal suono Flying Lotus eccetera)? L’idea (lo capiamo da soli, niente di rivoluzionario: ma semplicemente una cosa del genere mancava) era quella di approntare un best of della scena italiana, di creare una vetrina che potesse funzionare tanto a livello nazionale, al di fuori dai soliti giri in cui produttori e consumatori coincidono, quanto soprattutto internazionale, sull’esempio di quanto stavano facendo già da qualche tempo alcune prolifiche scene nazionali come quella russa, in un contesto in ogni caso fortemente internazionalizzato (si veda quanto già detto a proposito delle etichette-collettivo Finest Ego/ProjectMooncircle e Mad Hop, di Fly Russia, dell’articolo di Pitchfork eccetera).

L’idea piacque, ma come spesso accade, restò nel cassetto. Passarono i mesi, finì l’estate e il 27 novembre vedemmo materializzarsi su Facebook un gruppo chiamato ‘Wonky / Abstract Hip Hop Italia producers’ (http://www.facebook.com/groups/119309671448048/), fondato da Andrea Railster Uliana. Andrea aveva molto apprezzato l’idea della compila collettiva ed era deciso a realizzarla, coagulando attorno al gruppo FB prima e a un canale Soundcloud poi (molto poi, marzo 2011; http://soundcloud.com/groups/italian-beats-scene) il meglio della frastagliata scena di produttori italiani a cavallo tra hip hop ed elettronica. Ad Andrea affidammo la nostra idea, delegandogli praticamente tutto: definizione del concept ed effettiva realizzazione del progetto, dalla scelta delle produzioni (con il supporto fondamentale di Filippo Aldovini di Error Broadcast), fino alla realizzazione ‘fisica’ del prodotto e alla promozione. Delega con doppia motivazione: altruisticamente, non avevamo la possibilità di dedicare ad un progetto del genere tutto il tempo necessario; egoisticamente, ci insultavano già per una rece in meno o in più, figuriamoci quello sarebbe accaduto se ci fossimo messi a prendere o scartare pezzi e artisti.

Ben presto si decise che le produzioni avrebbero dovuto essere degli inediti realizzati appositamente e in esclusiva per il progetto (non quindi, come avevamo inizialmente pensato noi, un best of del già fatto); poi che avrebbero dovuto avere un filo conduttore che li tematizzasse in qualche modo, facendo percepire l’italianità degli artisti coinvolti (ad esempio con l’obbligo che ciascuno campionasse una canzone o un brano di musica di autore italiano), idea questa poi abbandonata. Noi siamo rimasti ‘consulenti esterni’ (per dire, nella diatriba se utilizzare o meno la dicitura wonky, da alcuni artisti fortemente ostracizzata, ci siamo schierati a favore) di un progetto nato sì da una nostra idea, ma di fatto poi maturato in totale indipendenza e autonomia. Il risultato lo avete sentito su Beat.it.

Sociologismi a margine. Produttori: precari, grafici, onnivori

I sociologismi in musica sono sempre un rischio, ma, anche in onore a una delle primigenie componenti di SA (fino al 2009 questo sito ospitava una sezione dedicata a lavori, anche accademici, di taglio appunto sociologico), ci siamo divertiti a incrociare alcuni dati ricorrenti nel nostro in deep (e specialmente nelle 38 interviste che abbiamo raccolto tra artisti, label manager e addetti ai lavori a vario titolo) sulla scena di produttori hip hop strumentali italiani.

Ecco: chi sono i nostri producer? Sono produttori certamente a tempo indeterminato (passion junkies), ma sono comunque produttori precari. Quasi nessuno di loro (salvo incrociare l’attività di produttore con quella di dj e speaker radiofonico) campa della propria arte. E questo era anche abbastanza scontato. Più interessante notare come praticamente quasi tutti abbiano a che fare, forse per ‘deformazione generazionale’ (siamo sulla media dei 30 anni: mettete insieme prime competenze informatiche, smanettonismo nerd, immaginario videogame eccetera), con la grafica e/o col web: tantissimi grafici ‘puri’ e pubblicitari, web-designer, tecnici informatici, web-master, visual&video editor, broadcaster. Un fotografo, un paio di tecnici del suono. C’è forse sotto una qualche omologia che lavora in profondo tra funzionamento tecnico (e persino estetica di fondo) tra programmi con cui si produce la musica oggi e mondo della creazione e delle manipolazione grafica: beh, gli editor musicali più diffusi sono praticamente tutti degli editor visuali che richiedono di mettere in campo, se non proprio le stesse identiche competenze e sensibilità, competenze e sensibilità in qualche modo sovrapponibili. A questo prêt-à-porter-ismo tecnico-estetico si oppongono fieramente, ma tutto sommato in sordina, le scelte di ‘artiginato manuale’ di gente come (sempre loro) Digi o Uxo: che tutto usano per produrre la loro musica tranne il laptop.

E come formazioni, gusti, influenze musicali? Come sintetizzava bene il motto della Finest Ego che abbiamo riportato, il melting pot sonoro del boom discografico, specialmente dopo gli anni Sessanta, e – oggi – del download istantaneo, ubiquo e onnipotente, hanno forgiato una generazione di producer capace – grazie a dio – di ripensare le proprie radici street, fino agli albori Sangue Misto, alla luce del free visionario di Sun Ra, della techno (visionaria) di Aphex Twin, dei micro-cosmi glitch e della nuova-fusion di Flying Lotus.

So much ado about…

Perché tutto questo sbattimento nell’approfondire questa scena? Perché ci siamo accorti che esisteva un sottobosco lussureggiante così vicino a noi eppure allo stesso tempo così lontano che nascondeva forze, artisti e opere anche di grande valore e capaci di collocarsi senza complessi di inferiorità in un contesto internazionale.

Ce lo hanno fatto capire per primissimi i Planet Soap del remixorama da stato dell’arte di After Silkworm e continuano a confermarcelo tantissime collab italo-estere, a vario titolo e in varia forma. Qualcosa si è mosso, e tra balzi in avanti e fisiologici inciampi, speriamo anche grazie al nostro piccolo contributo di ‘dissodamento del terreno’, sono venute e stanno venendo fuori cose come il disco di Digi G’Alessio sulla LuckyBeard di Phra dei Crookers (ecco: questo disco, visto il label-target, potrebbe davvero essere il disco che squarcia il velo della scena, da botto per il ‘grande pubblico’), lo split da intenditori Digi+Uxo (per la belga Plynt Records; ci concedete peraltro di vantarci di essere stati noi a mettere in contatto Cristiano e Marco ormai quasi due anni fa?), la compila di materiali italiani curata da Andrea Mi e JohnnyBoy per Finest Ego (in lavorazione).

Ne sono successe e ne stanno succedendo delle belle. E altre ancora ne verranno – ancora più belle, scommettiamo – quando l’attuale buzz attorno a questa scena in ebollizione e autodefinizione si stabilizzerà, tracciando un solco oltre il quale, sia a livello di artisti che di pubblico, resteranno solo quelli che vorranno e dovranno restare nel tempo.

Come ha ben sintetizzato Carmine De Maria/RobotKaard (produttore napoletano della cerchia AvantHopperz con cui abbiamo avuto scambi anche burrascosi e che pecca spesso degli stessi peccati che nomina), di bravi ce ne sono molti, ma sono in pochissimi a poter andare oltre l’allineamento al suono-moda internazionale e vantare una carriera infiammata da uno stile personale, subito riconoscibile, maturo e allo stesso tempo in evoluzione.

L’immediato domani, dopo il tentativo di mappatura che qui abbiamo abbozzato, sarà forse meno difficile da seguire, valutare, capire? Speriamo. Restano aperte moltissime questioni cruciali, dalle e alle quali siamo un po’ tutti imbrigliati, e che non a caso sono a un tempo questioni poetiche, creative, e questioni critiche. Una su tutte, la più banale e per questo forse la più radicale: ha ancora senso pretendere che il formato sul quale misurare il valore di un artista sia l’album (a questa domanda, in qualche modo, sembra voler dare risposta  la nuovissima rubrica SA (un)known Pleasures)? E ancora: ha ancora senso distinguere in base alle diverse nazionalità? E tra free download, digitale, fisico e a pagamento?

‘Gli altri’

Eccoci arrivati alla tanto denegata, bistrattata e quindi in fondo (e al fondo) attesissima sezione ‘elenco telefonico’. Forse evitabile, eppure in qualche modo necessaria, e – speriamo – non del tutto inutile. NB: i link rimandano ai siti (Soundcloud, Facebook, Bandcamp) degli artisti.

Dubstep & dintorni: nella Firenze degli OverKnights, è importante la presenza di Numa Crew (http://soundcloud.com/arge-numa-crew), collettivo di 7 elementi tra dj, produttori ed MC, orientato a un dubstep con solide basi nel ragga. Altrettanto importante e anzi, ancora più interessante ai fini del nostro discorso wonky-steps, il milanese Aaron Aquadrop Airaghi (http://www.facebook.com/Aquadrop), figura – di culto, soprattutto all’estero, dove è molto più noto che in Italia – perfetta di raccordo tra dubstep e wonky come grandi direttrici della koiné electronica contemporanea.

Gli altri (di Beat.it): Matt B / Bass Science (Matteo Baggiani, di stanza a Tokyo, dj, produttore, organizzatore, label master di Made In Glitch, etichetta nata nel 2007, molto sbilanciata su un suono electro gommoso e futuristico, con in catalogo gente come Demokracy, Grillo e Mochipet; oltre ad avere prodotto un pezzo, dal titolo perfettamente autodescrittivo di Wax Slash, MattB ha curato il mastering dell’intera compila), MoR-Master Of Ribongia (Antonio Rosselli), Fitness Bitch (Michele Lafiandra), Max Newton / Dj 2phast, Bain Mass, HelloMyNameIsRa (Raimondo Taibi, siciliano di stanza a Londra), Titus Tamai / A N.I.Q. Joint (Nicola Semprini), Costa (Raffaele Costantino), Kappah (Christian Pevere).

Ne voglio ancora / Da approfondire: Populous (Andrea Mangia, accasato Morr Music), Gianluca Tayone, 3 Is a Crowd (trio milanese hiphop/dance oriented), Smania Uagliuns (Enzo Lofrano/The Agronomist e Gennaro Suanno, duo electrofunk superverace), WildCiraz (Agostino Ciraldi), Koki, Frankie Broccoli / Munis, Spin-off (Paolo Cuomo), thegodfatherExperience (Antonello L’Abbate), Aid Copelj / AEED, Igloo / Lewi’s (Luigi Savio), A Red Cat In The Doghouse (Aldo De Sanctis), Herrera (Federico Lazzarini), Paolo Jwise, Marco Groove Ferrario, Francesco Thoro Iuliano, Blessy (Marco Gorgone aka Buddy; già rapper del duo palermitano Stokka&Buddy; Stokka adesso produce a nome CookieSnap, recentemente sue tracce su LuckyBeard), Dromoscope (gruppo di sperimentazione elettronica, ma beat-oriented, costola del collettivo Improvvisatore Involontario), Grovekingsley (Carlo Pusceddu; autore di un ambient-hop atmosferico e molto intenso), GodBlessComputers (Lorenzo Nada), Paul Zigfrist.

Piccola guida agli Italian beats su Sentireascoltare 2009-2011

Intervista e focus on Digi G’Alessio https://www.sentireascoltare.com/articolo/1238/digi-g-alessio-love-beats-&-pina-coladas.html

Digi G’Alessio – L’attentato ai mondiali https://www.sentireascoltare.com/recensione/7217/digi-galessio-lattentato-ai-mondiali.html

Digi G’Alessio – The Brown Book https://www.sentireascoltare.com/recensione/8821/digi-galessio-the-brown-book.html

Focus on Planet Soap https://www.sentireascoltare.com/articolo/1351/planet-soap-il-baco-della-scena.html

Planet Soap e AA.VV. – After Silkworm https://www.sentireascoltare.com/recensione/8160/planet-soap-after-silkworm.html

Planet Soap + Damscray – Planet Terror – Planet Terror EP https://www.sentireascoltare.com/recensione/9619/planet-terror-planet-terror-ep.html

Intervista e focus on Ad Bourke https://www.sentireascoltare.com/articolo/1352/ad-bourke-boogiefunk-chiama-italia.html

Passion Junkies’ Dolphyn Surround https://www.sentireascoltare.com/recensione/8489/aa-vv-uxo-digi-galessio-planet-soap-smania-uagliuns-dolphyn-surround.html

Uxo – Uxo1 https://www.sentireascoltare.com/recensione/6588/uxo-uxo1.html

Uxo – Raw Meat https://www.sentireascoltare.com/recensione/8815/uxo-raw-meat.html

Uxo & AA. VV. (remix) – Versus https://www.sentireascoltare.com/recensione/9534/aa-vv-uxo-digi-galessio-manuele-atzeni-johnnyboy-a-niq-joint-bain-mass-grillo-ra.html

Apes on Tapes – Foreplays https://www.sentireascoltare.com/recensione/8487/apes-on-tapes-foreplays.html

OverKnights’ Minisampler #0 https://www.sentireascoltare.com/recensione/8822/digi-g-alessio—manuele-atzeni—colossius—mill.html

Beat.it – This Is Not a Revival (selected by Railster) https://www.sentireascoltare.com/recensione/9539/digi-galessio-ad-bourke-manuele-atzeni-colossius-kappah-matt-b-costa-a-niq-joint.html

Fresh Yo!’s A Love Continuum https://www.sentireascoltare.com/recensione/9533/aa-vv-apes-on-tapes-digi-galessio-colossius-millelemmi-mor-a-love-continuum.html

Carmine De Maria/Robot Kaard – The Love Movement https://www.sentireascoltare.com/recensione/8342/robot-kaard-the-love-movement.html

Ether (Colossius & Biga) – Prejanka https://www.sentireascoltare.com/recensione/9473/ether-prejanka-ep.html

Aquadrop – Soul EP https://www.sentireascoltare.com/recensione/9086/aquadrop-soul-ep.html

Appaloosa RMX Vol. 1 https://www.sentireascoltare.com/recensione/9657/apes-on-tapes-digi-galessio-colossius-ether-scary-grant-dj-alik-dyami-young-twis.html

Thanks to: I colleghi di area electronica di SA (Edoardo, Marco, Carlo), il nostro grafico di fiducia (Nicolas) e tutti i producer e gli addetti ai lavori che hanno risposto alla chiamata (su tutti Marco Acquaviva/Uxo). Nota bene: Questo speciale riprende, rielabora e – si spera – migliora quanto già pubblicato in quattro articoli apparsi sul magazine pdf tra dicembre 2011 e marzo 2012.

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