Blonde Redhead. Quasi per caso. Intervista e monografia

Non lo so come capiamo quando una canzone è pronta: semplicemente lo sentiamo”. Sta tutto qui il pensiero musicale di Amedeo Pace e dei suoi due compagni di viaggio, il fratello Simone e la giapponese Kazu Makino. Non ci sono regole precise per la creatività, le canzoni e i suoni si formano piano piano nell’interplay tra gli strumenti, “quasi per caso, senza che ci siano delle strade già predefinite”. Ed è un po’ difficile da credere mentre assistiamo al concerto bolognese del trio nippo-italiano di base newyorkese. Le canzoni sono eseguite con una professionalità e una vocazione estetica che non sembra lasciare alcunché al caso. Ne abbiamo avuto la riprova durante il pomeriggio, quando siamo venuti qui all’Estragon di Bologna per incontrare i musicisti. Erano solo le due del pomeriggio e i fratelli Pace erano già impegnatissimi nel loro sound check. Ogni pelle e ogni effetto della batteria di Simone (combinazione di tamburi acustici e percussioni elettroniche) è stato provato finché il fonico non ha trovato il livello che soddisfacesse il batterista. Lo stesso è valso per le chitarre e le tastiere suonate da Amedeo. Una precisione che sembra voler affermare che i suoni di qui e ora devono assomigliare all’idea che i Blonde Redhead hanno in testa, non si sa bene dove, ma bisogna cercarli finché non si trovano, in un’atmosfera generale che è difficile capire quanto sia fintamente o genuinamente naif.

L’idea di ricerca sonora emerge anche dalle chiacchiere che abbiamo fatto sul tour bus con Kazu, considerata dallo staff e anche dai fratelli Pace, come la mente principale dietro a Penny Sparkle, l’ultimo capitolo di una saga indie che si avvicina senza colpo ferire ai vent’anni di attività. “Sono stata a Stoccolma dove ho lavorato con i produttori (Van Rivers e Subliminal Kid, gli stessi di Fever Ray, N.d.I.) e lì ho inizialmente scritto una versione di Here Sometimes. Suonare e lavorare in Svezia mi è piaciuto molto, così ho cominciato a pensare che avrei voluto realizzare tutto il disco in quel modo e con quell’atmosfera”. In quel periodo, come ci racconta lui stesso, succede che Amedeo si trovi in Islanda per suonare nel disco di un amico. Così è facile arrivare in Svezia e provare a mettere il suo tocco sul nuovo pezzo. Meno contento di questa produzione che Makino conferma essere stata piuttosto importante (“ma era quello di cui probabilmente avevamo bisogno”) sembra essere Simone, che raggiunto al telefono qualche settimana prima dell’uscita del disco ci ha raccontato che lavorare a distanza, tra New York e Stoccolma, non è stato così semplice: “abbiamo avuto da che ridire con la produzione, perché avevamo in mente un’idea di suono e loro ci hanno invece spinto in un’altra direzione. Abbiamo discusso anche pesantemente, perché ci era parso che la nostra idea di sound venisse troppo influenzata dalla produzione”. Alla fine, però, il risultato di questa scissione tra Europa e America, con Makino di qua e i fratelli Pace di là, sembra aver soddisfatto tutti e tre i membri della band, perché anche Simone alla fine sottolinea che le idee suoi suoni date da Van Rivers e Subliminal Kid ha prodotto una dialettica che si è rivelata produttiva per tutta la band nell’andare a parare in territori più europei che forse non erano del tutto attesi, in una definitiva ricongiunzione tra i due continenti, per chi, come i Blonde Redhead ha iniziato una carriera nel solco del chitarrismo sonico del Lower East Side ed è approdato in casa 4AD.

Delle eventuali influenze del tipico suono dell’etichetta, la stessa di band atmosferiche ed eteree come i Cocteau Twins e i This Mortal Coil, i tre preferiscono non parlare. Al telefono, Simone era stato addirittura categorico:”non me ne frega niente di queste cose. Io penso a suonare e a portare avanti il lavoro dei Blonde Redhead. Non mi interessano le etichette messe dalla stampa e non mi interessano nemmeno le influenze che possiamo avere”. Ma concede che durante la lavorazione del disco si ascoltava Third dei Portishead, la cui influenza fa capolino anche in alcune parti di batteria sul nuovo disco, e la musica brasiliana degli anni Sessanta. “Quando metti su un disco brasiliano di quegli anni”, racconta Amedeo sul tour bus, “hai immediatamente una sensazione di libertà che non ha eguali”, ma anche se con un filo di riluttanza ammette anche lui che i Portishead sono finiti nel lettore, forse tre o quattro volte, ma non so se questo abbia influenzato il sound del disco”.

Makino starnutisce e ha il naso un po’ chiuso di chi sta covando un raffreddore potente, sicuramente colpa di un autunno bolognese in anticipo e del condizionatore del bus settato su temperatura eccessivamente refrigeranti. La sua preoccupazione per la performance della serata, però, non è per la voce e il canto, ma per le parti di tastiera di Amedeo, il quale intanto se ne sta seduto con una tazza di te caldo tra le mani cercando di combattere l’umidità. “Nelle nuove canzoni ci sono ancora delle parti di tastiera che Amedeo suona con qualche esitazione, forse perché siamo all’inizio del tour e le canzoni sono ancora fresche”. Chissà, forse la preoccupazione deriva anche dal fatto che normalmente Amedeo suona di più la chitarra, lo strumento da cui derivava l’impronta sonora dei primi Blonde Redhead. “Dal vivo suono molto di più la chitarra”, precisa lui stesso, “rispetto a quanto non abbia fatto sul disco. Ma non è del tutto lineare capire in che direzione siamo andati con il nuovo disco. Il fatto è che di ogni canzone di Penny Sparkle abbiamo tre, quattro, a volte cinque versioni differenti”. Forse un giorno sarà il caso di preparare un bel box di alternate takes e rarità, un atto di celebrazione che finora la band non si è mai concessa. E se il modo di comporre è rimasto lo stesso dall’inizio della carriera, potrebbe anche trattarsi di una retrospettiva su svariati cd.

Quando i tre appaiono sul palco, l’Estragon è pieno come per le grandi occasioni. Kazu, Simone e Amedeo si presentano in bianco, illuminati da lampade che ricordano delle lunghe candele. Le presenze confermate dell’organizzazione sono alla fine 1100, in perfetta continuità con le due tappe precedenti di Milano (800) e Roma (1400). Osservando e mescolandosi con il pubblico si capisce un po’ meglio quale sia la vera abilità che ha tenuto i Blonde Redhead in linea di galleggiamento per tutti questi anni. I tre hanno sempre saputo filtrare in una forma originale e personale le istanze che hanno captato con le loro attentissime antenne musicali, alla faccia di quando sostengono di non venire influenzati da quello che ascoltano. O forse, nel loro caso, non si tratta di vere e proprie influenze, ma di una capacità di riplasmare lo zeigeist di un sound. E lo si intuisce osservando il pubblico, composto soprattutto da appassionati della prim’ora, da quelli che hanno cominciato a seguirli con La Mia Vita Violenta del 1995. Il titolo di quest’ultimo a ricordare le radici italiane dei fratelli Pace (con un omaggio a Pier Paolo Pasolini), mentre la materia sonora che si sviluppa dentro è un art-rock noiseggiante di chiara matrice americana. Si tratta in realtà del secondo disco (l’esordio, omonimo, è dello stesso anno), ma è il primo con la formazione a trio definitiva, dopo l’abbandono di Maki Takahashi, e un disco ancora molto amato dai fan. L’estetica low-fi che lo pervade ha contribuito in maniera determinante a lanciare i Blonde Redhead nell’empireo degli eroi indie, sostenuti anche dal canto straniante e graffiante della Makino. Gli episodi più riusciti sono probabilmente le schegge garage (meno di due minuti) di I Am There While You Choke On Me e la soffusa Young Neil. Alcuni hanno sostenuto che la miscela sonora proposta da quei Blonde Redhead fosse un indie rock con un’attitudine math. Tutto si può giustificare, e forse il math rock di quegli anni ha influenzato studenti di arte e musica quali erano i membri della band all’inizio degli anni ’90, ma a noi pare più onesto pensare che i fratelli Pace e la Makino mettessero la loro perizia strumentale al servizio della loro musica senza apparire nerd, in un’estetica in bilico tra noise, art, Steve Albini e Thurston Moore.

Difficile comunque incasellarli, anche solo umanamente, in una qualche categoria. Nemmeno quella di newyorkesi, di abitanti della grande città fatta di meticciato razziale, di immigrati da ogni parte del mondo, quella città che accoglie tutti coloro che hanno un minimo di talento (e volte nemmeno quello) come la loro casa adottiva, una patria dell’animo (artistico). “Io e Simone siamo nati a Milano, mentre Kazu è nata in Giappone”, racconta Amedeo avvolto dal suo maglione a righe con abbottonatura alla marinara, magari comperato in una delle sue gite in bici per le boutique di Soho. “A New York ci siamo soltanto trovati, ma almeno io non è che mi senta particolarmente a casa in quella città. Mi capita di più di essere a mio completo agio in mezzo alla natura, in un contatto diretto con lei”. Quasi di un ritorno alla vita selvaggia, nei boschi, un’idea che ha sempre affascinato gli americani progressisti, da David Thoreau a Christopher MacCandless. Probabilmente sta qui, nella negazione di alcuna appartenenza una chiave di lettura della prima parte della parabola Blonde Redhead, di apolidi del suono e dell’estetica. La stessa negazione, si trattava allora del pop, che contraddistingue il terzo episodio, Fake Can Be Just As Good del 1997, il primo disco in cui davvero suonano come i Sonic Youth in tutto e per tutto. I tre se ne fregano di poter essere considerati degli epigoni e snocciolano otto schegge di rock spigoloso dominato dalle chitarre abrasive di Amedeo e dal canto di Kazu Makino che a volte sembra proprio quello di Kim Gordon. Il percorso si fa via via meno spigoloso a partire dal successivo In an Expression of the Inexpressable dell’anno seguente, mano a mano che la voce della Makino trova una strada propria, tra Bjork ed Elisabeth Frazer, mantenendo un’attitudine artatamente hippy. Ammorbidimento ancora più evidente nel successivo Melody of Certain Damaged Lemons, il più accessibile fino a questo momento. Letti in prospettiva con quello che è avvenuto dopo, possono sembrare preludi dei capovolgimenti che si sarebbero concretizzati nel giro di pochi anni, quando i Blonde Redhead si accasano alla 4AD.

Forse sono stati proprio loro dell’etichetta a vedere in noi un sound potenziale per il loro roster, perché noi” racconta Amedeo mentre Kazu annuisce, “non ci siamo mai visti come una band con quel tipo di sound. Poi può essere venuto fuori qualcosa che si colloca in quell’area, ma non è stata una scelta consapevole”. D’altra parte, la continua ricerca aperta a qualsiasi stimolo non prevede certo che si vada in studio di registrazione con delle idee preconcette in testa. Ma tant’è che nell’effimera stagione della nu-wave, come veniva definito il ritorno in auge di sonorità post-punk grazie a Interpol, Editors e compagnia, che anche il nuovo Misery Is A Butterfly è un compendio dell’aria che tirava allora e che ha tirato per buona parte del decennio. Tramonta il lato rumorista della band e emerge in tutto e per tutto un pop rock accessibile, caratterizzato da atmosfere suadenti e dark. Non mancano alcuni momenti più angolari e più propriamente rock, come per esempio Falling Man, ma sono increspature in un sound che si sta spostando sempre più verso territori dream. Alle schiera dei santini si aggiungono ora Thom York e per certi versi anche Arto Lindsay. Se per molti fan ha significato una sterzata inaccettabile, Misery Is A Butterfly ne ha sicuramente raccolti per strada altri, provenienti da altri percorsi. Di sicuro il sesto disco ha fotografato meglio di molti altri un momento nelle vicende musicali del decennio, cogliendo gli aspetti essenziali di un’estetica che era in continuo movimento tra ambiti lontani e diversi. Un’estetica cui ha contribuito anche l’aspetto dei tre musicisti: lo sguardo liquido di Simone e Amedeo, incorniciato dall’argento che comincia a fare capolino tra i capelli neri e il look preciso; Kazu Makino con un aspetto sempre da ragazzina, ingenua ma capace di graffiare. Un equilibrio delicato tra sogno e concretezza, tra caos e ordine.

E dell’ideale lato b di quel disco, ovvero il successivo 23 del 2007, durante la serata dell’Estragon viene salutata dal pubblico con grande calore Dr. Strangeluv, forse una delle canzoni che meglio di altre possono essere essere indicate come ideale ponte tra i primi e i secondi Blonde Redhead: la chitarra di Amedeo è protagonista, ma è annegata dentro a un mare di synth che creano un’atmosfera sospesa ed eterea, la circolarità della melodia è ossessivamente psichedelica e sorreggono il tutto gli interventi misurati della voce della Makino. In quel disco trovavano spazio anche alcune tentazioni electro-pop, che però dal vivo vengono messe da parte, in favore delle nuove composizioni, che sul palco acquistano una consistenza tutta particolare. “La volontà in molte canzoni di Penny Sparkle”, ci raccontava Simone al telefono da New York, “era quella di creare uno spazio sonoro arioso e ampio, con pochi elementi che interagiscono tra di loro, in modo che in quello spazio ci possa succedere qualcosa”. Come se la materia impalpabile delle dieci tracce avesse bisogno dell’ascoltatore per essere del tutto efficace, come se le canzoni avessero quasi una vita propria. Una vita spesso determinata da un certo suono e dal mondo che quel suono evoca. Ma la scelta della strumentazione, di tutte le tastiere che determinano il sound del disco non è avvenuta con questa logica. “Non abbiamo scelto di usare una determinata marca di tastiere, per esempio una Casio, perché ci ricordava la techno” ci racconta Amedeo nel tour bus. “Le tastiere le abbiamo scelte semplicemente perché dopo averne provate tante, abbiamo trovato il sound che ci piaceva per le nostre composizioni”. Ancora una volta si ritorna alla musica come accidente, come causalità che succede e gode di un’esistenza propria, quasi indipendentemente dai musicisti.

Forse proprio per questa inafferrabilità continua della loro musica, del continuo inseguimento di un sogno che esce dall’interazione tra le diverse sensibilità dei membri della band, la produzione importante, molto presente di Van Rivers e Subliminal Kid deve avere avuto un ruolo determinante nel trovare un ordine tra le tante idee di Makino e soci. Già con 23 era stato inevitabile parlare del famoso “tocco di classe” di Alan Moulder, uno che ha messo le mani sulla musica di gente come Depeche Mode, Smashing Pumpkins e Nine Inch Nails. Allora si era detto che Moulder aveva messo le chitarre messe in secondo piano per dare spazio alla sua idea, nel complesso più inglese ed europea, fatta di synth e atmosfere retrofuturiste. Oggi, alla luce di Penny Sparkle (a cui comunque Moulder a prestato i propri servigi per il missaggio finale: “Ci eravamo trovati bene”, ci aveva raccontato Simone al telefono), si può dire che quelle sonorità avevano e hanno radici più profonde all’interno della ricerca dei Blonde Redhead. Soprattutto per Kazu, spesso il motore primo di molte delle nuove composizioni, che nelle note stampe allegate all’uscita, ha dichiarato di essersi “innamorata della musica come di qualcuno che si conosce da tanto tempo. Era tutto sospeso in un’atmosfera di sogno, anche se a volte è stato burrascoso. A volte mi sono sentita come un pastore che cerca di radunare cinque stalloni in un recinto senza riuscirci. Ho avuto l’impressione di essere un collegamento con tutti, come se io rimanessi ferma mentre gli altri mi ruotavano costantemente attorno”. Ecco tutta la sensazione di vaghezza che pervade le sonorità del disco, l’atmosfera eterea, in pieno dream pop da 4AD, checché ne dicano gli stessi protagonisti. Ma c’è anche una forza, dentro questo percorso, che fa dichiarare ancora a Kazu, che “se dovessi tornare indietro nel tempo, [lo] rifarei esattamente allo stesso modo”. In queste dichiarazioni apparentemente sconnesse, che comunque fanno parte del personaggio e dell’estetica naif del trio, ci pare di intravvedere una verità. Perché se la genuina ricerca del proprio suono non si è mai fermata, per i Blonde Redhead, così capaci di interpretare di pancia le vicende sonore che li circondavano di volta in volta, non è mai davvero arrivato il disco definitivo. Ma forse questo è impossibile per il loro essere continuamente in movimento, tra i suoni, tra le derive del pop, tra questa sponda dell’Atlantico e quella americana, senza appartenere del tutto a niente. Si ha come l’impressione che se i Blonde Redhead si fermassero, mettendo a fuoco, cesellando, si perderebbe il delicato equilibrio che li ha portati fino a qui. Nel bene e nel male.

Nel frattempo, il concerto all’Estragon è finito e noi siamo usciti dal locale assieme ai fan. L’aria è ancora più fresca che nel pomeriggio, ma fortunatamente non piove più. Cercando di evitare l pozzanghere, i fan si riuniscono in capannelli, da quali captiamo brandelli di conversazione. Tutti sembrano soddisfatti della performance e della resa sonora dei nuovi brani. Apprezzano anche l’impatto scenografico delle luci, ma si chiedono come mai non hanno suonato quella o quell’altra canzone di Melody of Certain Damaged Lemons o di Fake Can Be Just As Good, dandoci l’impressione che dal vivo i Blonde Redhead siano almeno in parte un affare per nostalgici dei Novanta. Ognuno dei fan sembra avere una propria idea della band, una propria personale rifrazione luminosa che sembra scaturire da quel prisma sonoro. Come se non esistesse una band, ma tanti Blonde Redhead quanti sono gli ascoltatori e i cambiamenti che hanno attraversato. E tutti quelli che ancora attraverseranno.

11 Ottobre 2010
11 Ottobre 2010
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