Do We Love Them Now?

Recita un famoso detto che dietro a ogni grande uomo ci sia una donna altrettanto grande, a volte più di lui. Raramente o forse mai è vero il contrario e la cosa desta non pochi pensieri, di quelli sui massimi sistemi che toccano la musica incidentalmente. A ben altre riflessioni indugiammo invece tutti nell’Anno Domini 1990, allorché Kim Deal uscì allo scoperto dichiarandosi altra “testa pensante” del caleidoscopico meccanismo chiamato Pixies. La ragazza stramba con i rayban e il sorriso canzonatorio non si limitava a recitare da spalla al supposto “leader maximo” Black Francis, per cui avremmo dovuto ascoltarli meglio quegli impasti vocali e quelle linee di basso che stavano facendo scuola senza che ce ne accorgessimo. La resa dei conti sarebbe giunta a breve, nondimeno al tempo vi era di che godere senza curarsi del domani. Cominciò ad esser chiaro quanto la band bostoniana fosse guidata da due polarità e lì risiedesse la forza sua e quella di una musica irripetibile, influente come poche altre nella recente storia. L’alternare e unificare con una felice schizofrenia i muscoli e il cervello, il lato maschile e quello femminile, innescò una rivoluzione per interposta persona di un disadattato dei dintorni di Seattle. Con le ruote in moto, bastò poi l’ascolto del secondo disco solista di Frank Black – già lanciato su lidi convenzionali dopo un passabile esordio – per spalancare la porta al revisionismo e consegnare il ruolo di elemento di rottura nelle mani di Kim, mentre il (sempre più pingue) Franco si piantava nella linearità del rock classico. Vai a sapere come stavano effettivamente le cose e in fondo poco importa spiegare la magia e non sempre conviene provarci. Il rischio è di smarrirlo, l’incantesimo.

Accade talvolta che i progetti paralleli si evolvano fino a sorpassare per caratura ed esito il “gruppo madre”. Nel quale magari la fatica si sta facendo sentire, i contrasti e le lotte di ego distraggono e allora via con le evasioni autorizzate: ci si rimette in sesto, si osserva se stessi da fuori ripensando il proprio ruolo. Un misto di tutti questi aspetti e altri ancora la storia delle Breeders, poggiata su due dischi grandissimi dai quali parte la discesa, dipanata secondo un costante sparire e riemergere umoralmente femmineo. Curiosamente speculare è l’inizio “ufficiale” della vicenda, che vede la Deal far comunella con Tanya Donelly delle concittadine Throwing Muses: l’una si riconosce nell’altra per la comune militanza in formazioni splendide all’ombra di figure predominanti. Serve loro spazio per respirare, un mezzo nel quale incanalare canzoni che resterebbero a prendere polvere nel cassetto. Non facile la coabitazione di Tanya con Kristin Hersh, ed ecco sorgere l’idea della lussuosa valvola di sfogo. Necessitano di una sezione ritmica, creata prelevando l’amica inglese Josephine Wiggs dai dimenticabili Perfect Disaster e piazzando Shannon Doughton alla batteria (nient’altro che uno pseudonimo per Britt Walford degli Slint, conosciuto in uno studio di registrazione a Chicago).

Il nome, che in inglese significa “(al)levatrici”, arriva senza troppo sforzo dalle imprese adolescenziali di Kim con quella sorella Kelley che entrerà in scena più tardi. Senza troppa anticamera, il fulminante debutto a trentatre giri Pod (4AD, 1990; 7.8/10) rappresenta l’evento inatteso dell’annata: una dozzina di brani prodotti da uno Steve Albini non ancora superstar che lasciano a bocca spalancata, traghetto del piglio fratturato ed elastico, di quel caratteristico giocare di pieni e vuoti dalla classicità di Doolittledentro il ribaltone Nervermind. Mattatrice nella policroma penna è – e sempre resterà – Kim, già in grado di anticipare In Utero (Glorious!), ipotizzare degli Shellac dal volto umano (l’immensa cover della lennoniana Happiness Is A Warm Gun) e addirittura tratteggiare catatonie folk (Oh!). A cancellare le esigue frasi sfocate contribuiscono le movenze tra Sessanta e Settanta di Fortunately Gone e Only In 3’s, laddove ai posteri si tramanda, baronetti strapazzati a parte, l’angelico però scorticato masterpiece Iris.

Un paio di calendari sfogliati ed ecco nei negozi l’e.p. Safari (4AD, 1992; 7.3/10). Un poker di tracce appiccicose come la gomma del ponte senza additivi, struggente rilettura di Sad About Us degli Who inclusa. Gli spigoli accentuati tornano solo nella title track, il resto evidenzia una personalità spiccata, cori celestiali tagliati in due da un violoncello, strutture ardite che abbracciano melanconia e distorsione (Do You Love Me Know?, Don’t Call Home). E’ la finestra sul futuro prossimo che non prevede Tanya, fortissimamente decisa a una cosa solo sua che battezza poco dopo Belly, progetto di valore penalizzato da qualche eccesso di zuccheri.

Basta una telefonata a Kelley per fare in casa la sostituta, giacché il ’92 offre una vetrina da non mancare nel tour europeo di spalla ai Nirvana seduti in cima al globo (ennesimo, emozionante “grazie” dritto dal cuore di un Cobain timido fan). Chiusa la questione, utile inoltre ad aumentare l’affiatamento, un comunicato stampa ufficiale annuncia lo scioglimento dei Pixies, affrancando la Deal da ulteriori impegni. Si sente eccome, alla fine della torrida estate 1993: Last Splash (4AD, 1993; 8.0/10) conduce all’altare le due opere precedenti in una festa di scaletta senza falle baciata da una mini-epopea, propulsa da elastico basso e chitarre raschiate a incorniciare la pigra melodia sexy. Cannonballincarna così un momento simbolo dei Novanta e la sensazionale matrice di tanto indie-pop-noise a venire, trascinando il disco lungo una scalata delle classifiche in quei folli folli anni. Si raccoglie un platino di lì a dodici mesi e la formazione dà il meglio nel Lollapalooza edizione ’94, quella del buco lasciato dai Nirvana nei cuori e nello show-business. Qualità elevatissima quella dispensata da una formazione nella quale ora siede alla batteria Jim Macpherson, intenta a cristallizzare uno stile paradigmatico. Che è robustamente, solarmente pop (Invisibile Man, la rediviva Do You Love Me Know?, Divine Hammer) e romantico con intelligenza (Mad Lucas, Hag); dotato di vigore impensabile, zuppo di country d’Irlanda (Drivin’ On 9: un commiato struggente), surf californiano (Flipside) e del passato recente riconsegnato a nuova vita (No Aloha, I Just Wanna Get Along); già che c’è, non scorda di camminare su cocci acuminati del panorama di sospensioni Roi. Quel che ti aspetti compare al momento opportuno, appone il sigillo della perfezione “sui generis” schivando la prevedibilità.

Brutta bestia il successo, tigre da cavalcare solo se possiedi nervi saldi; il problema è che non puoi sapere se morde finché non le stai in groppa. A causa del successo improvvisa e al conseguente mare di responsabilità inadatto a una mentalità “DIY”, si lambisce il dramma. Quel che per altri meno fortunati fu tragedia, si limita per le Nostre ai trafiletti di cronaca nera: Kelley viene arrestata nel 1994 per possesso di droga e spedita a disintossicarsi nel freddo Minnesota; nulla di male, non fosse che la cosa innesca una diaspora definitiva: la Wiggs prende casa a New York e si perde dentro una serie di progetti trascurabili, mentre Kim si rifugia a Dayton, Ohio, con MacPherson e prosegue a scrivere canzoni. Di lì a qualche mese ne ha accumulate a sufficienza e freme dalla voglia di renderle di pubblico dominio, nondimeno è sola con Jim. Essendo la scena locale ricca di gente sulla giusta lunghezza d’onda (Brainiac e Guided By Voices, ad esempio), coi carneadi Nathan Farley e Luis Lerma allestisce gli Amps. Siccome quando sei in difficoltà ti aggrappi a ciò che meglio conosci, Pacer (4AD, 1995; 7.0/10) è il ritorno a casa tra stanze umide ma accoglienti, dentro l’atmosfera intima e scanzonata della provincia in cui si ritempra l’umore. Mezz’ora abbondante di power pop (She’s A Girl, Tipp City) e anni ’60 in bassa fedeltà favoriti dall’amicizia con Robert Pollard, filtrati dalla lente traslucida di una Kim più roca, ben disposta a caciara garagista nella traccia omonima, deviazioni new wave noise – la sussultante Breaking The Split Screen Barrier; il finale di Hoverin – e al marchio di fabbrica, leggiadro per Dragging Party e festoso nel gioiellino Dedicated. Lavoro che non dici smagliante per qualche comprensibile accademismo, segna comunque una vittoria sulle avversità dall’aspetto non di rado piacevolmente inedito, superiore a Go To The Sugar Altar (Nice, 1996; 6.3/10), autobiografica riflessione dei Kelley Deal 6000.

Però: quando si ha un passato grande alle (immediate) spalle non è facile rinunciarci. La caparbietà ha la meglio anche qui, e le Breeders rinascono dalle ceneri degli Amps, o meglio divengono da qui in poi affare privato della più talentuosa Kim. Il ’97 vede la band onorare il triste impegno del “benefit” in onore dello scomparso Brainiac Tim Taylorsenza MacPherson, che nel frattempo ha messo su famiglia e suona con i Guided By Voices; più tardi la ex-Pixies entra in studio per un lp che non vuol saperne di concretizzarsi. Pervicace, insiste e scrive e registra, riprendendo a calcare i palchi con Kelley dopo sei anni; addirittura raccatta per strada una nuova line-up con i cavalli da tiroMando Lopez, Richard Presley e Jose Medeles. Chi l’ha dura la vince, e grazie all’aiuto di Albini Title TK (4AD, 2002; 6.8/10) vede la luce dopo la prestigiosa puntata al britannico All Tomorrow’s Parties. Segna il passo, tuttavia, e se non esalta perlomeno evita di cadere rovinosamente: laddove non gioca di rimessa per mancanza di fiato (un trio da pilota automatico; l’ignominia della Full On Idle ripescata dagli Amps), restituisce lo sviluppo armonico graffiante e obliquo in una variante pacificata, persuadendo in Too Alive e Forced To Drive. Sorprende e offre il meglio slegandosi dai cliché, come per la scivolosa e refrattaria wave The She, le livide metafore jazzate insieme aeree e tese (Off You e Put On A Side: le cose migliori), l’oscuro ambiente metropolitano di Sinister Foxy. Ripensandoci, mica male da gente che reputavi morta. Era solo ibernato forse, quel corpo in fase di risveglio grazie al tepore di un’attività instancabile: segue la regolamentare attività concertistica, una celebrata reunion (estemporanea, ma non si può mai dire…) dei Pixies e i festeggiamenti sul palco per il 25° anniversario della 4AD.

La maturità si presenta nella quiete suburbana di Dayton, da dove le Deal hanno consegnato il quarto tassello del rompicapo. Alla riprova degli ascolti, Mountain Battles (4AD, 2008; 6.4/10) palesa novità negative nella fiacchezza esecutiva e in una preoccupante penna poco incisiva ad eccezione delle classiche Overglazed e Walk It Off. Percepisci, tra il “carino” che non s’imprime e un paio di brani da dimenticare, la voglia di fuggire dai modelli inseguendo una riflessiva scontrosità.

Per ora la sufficienza è raggiunta ricorrendo a una title track intessuta di sibili e sussurri, a una Istanbul che respira la naiveté della Maureen Tucker solista, a sinuosi chiaroscuri come Night Of Joy e Spark. Al prossimo appuntamento – se mai vi sarà… – serviranno argomenti di ben altro lignaggio, consono ai primi della classe. In caso contrario, prenderemo nota della decadenza e ci consoleremo al riparo degli splendori di quindici e rotti anni fa. Per quanto lontani, sono sempre loro a farci dire che sì, oggi vi amiamo comunque, Breeders.

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