Hercules, You Were Born At Night

L’album che spinniamo da un paio di settimane ininterrottamente sui nostri lettori CD e che probabilmente resterà ai piani alti nella top 2011, è una riconferma di quanto avevamo già capito ascoltando l’esordio omonimo del gruppo/progetto di Andrew Butler: il ragazzo rievoca l’eredità disco newyorchese e se ne esce con un riassunto di quello che è stata la cultura dance degli ultimi trent’anni, proponendo una nuova strada per il suono da dancefloor. Oltre a ciò, Blue Songs è anche una introspezione dell’anima, canzoni che scandagliano il sentimento di chi ha marchiato nel cuore il motto ‘Last night a DJ saved my life’ e seppur abbia passato l’età del partying selvaggio, sa cosa vuol dire credere nei laser, nelle luci al neon e nell’eredità dancefloor.

Dopo aver cercato Andy invano, tra segreterie telefoniche che scattavano, numeri sbagliati e scazzi con il fuso orario, ci ha richiamato lui. Già da qui abbiamo capito che non siamo in presenza di un poseur, anzi ci ha colpito nella sua onestà intellettuale e artistica, nella sua semplicità di chi ama parlare di musica, quasi come se avessimo chiamato un amico che non sentivamo da tempo. Questa dimensione casalinga e ‘laid-back’ nasce forse anche dal suo recente trasloco da New York a Denver. Dai fasti della big town alla riflessione più accorata e personale che motiva lo scarto intimista per rinforzare uno stile oggi pienamente maturo. Sentiamo cosa ci ha detto.

Appena abbiamo sentito l’album abbiamo visto che non c’è Anthony (il cantante di Anthony & The Johnsons, ndSA) nei featuring. Perché non l’hai chiamato anche in questa occasione?

Già dal primo disco sapevo che Anthony non sarebbe stato nei successivi. Oltre a lavorare con me ha collaborato con Rufus Wainwright, Naomi, Cocorosie, Lou Reed, Björk e altri. C’è stato un tempo – appunto quando abbiamo registrato quelle due canzoni nel primo disco – in cui sapevamo che andava bene lavorare insieme; ma prima o poi sarebbe stato giusto tornare alle nostre carriere soliste, lasciando da parte i featuring. Ed è quello che abbiamo fatto.

Recensendo questo disco, ho scritto che è un riassunto di culture musicali differenti, come la disco, Jimmy Somerville, il sound garage di New York, gli anni Ottanta, Arthur Russell e altre cose. Sei d’accordo?

Penso che tutti questi riferimenti siano più calzanti per il primo disco, che è stato un hommage a molti produttori disco e dance. In quest’ultimo disco penso che ci siano ancora influenze di Arthur Russell. Se vuoi ci puoi sentire anche qualcosa di Brian Eno, qualche influsso techno o dei classici di Chicago. In generale questo disco è più difficile da collegare a riferimenti del passato rispetto all’esordio.

Mi stai dicendo che hai cercato di costruire una cosa più tua? Con uno stile personale?

Sì, ho cercato di capire meglio la mia vena compositiva. Volevo capire il perché ho deciso di scrivere proprio questa musica. Perchè ho deciso le note che ho scritto? Perché vogliono dire qualcosa di speciale per me? e qualcosa di diverso per qualcun’altro? Mi sono messo al piano, ho suonato un accordo e ho pensato a cosa stavo suonando, ho cambiato l’accordo. Così ho tentato di catturare la mia voce.

All’inizio del disco c’è un verso che mi piace molto: “Elegance / You were born at night”. Cos’è l’eleganza per te?

L’eleganza per me… [ci pensa un po’, ndSA] è una domanda difficile!

Penso che sia importante questa domanda, dato che il disco mi sembra molto elegante…

Sì, era proprio una delle mie intenzioni quando l’ho scritto; quella canzone l’ho scritta per Chanel. Me l’ha commissionata proprio la casa di moda. Quando ho iniziato a scriverla, mi sono messo a pensare: di cosa dovrebbe parlare la canzone? Ho deciso che la cosa più importante per me era di guardare all’inizio di Chanel, all’esordio, alla donna che iniziato tutto e che ha definito tutti i cento anni successivi di fashion. In un certo senso ho dedicato la canzone a lei. Il primo verso si riferisce proprio a Coco, dato che era una creatura della notte. L’eleganza per me è riassumibile in tre parole: modestia, sorpresa ed emozione.

Perché hai scelto di intitolare il disco così? Ti riferivi anche al blues o ad altri tipi di blu?

Mi piace questa domanda, perché di solito mi chiedono se il blu del titolo si riferisce alla tristezza o alla malinconia o bla bla bla… e io ho diverse risposte: la prima risposta – molto ovvia – è che nell’album c’è una canzone che si chiama Blue Song e che ho scritto tante canzoni che usano la parola blu; è una risposta un po’ stupida, ma è vero che uso il blu molto spesso. Quella canzone è in un certo modo il centro del disco e volevo sottolinearla.

In generale per la poesia e per i testi delle canzoni, l’uso dei colori agli occhi di chi legge (o ascolta) è molto provocante. I colori evocano immagini differenti a persone differenti, penso sia utile incorporare i colori nei testi: per qualcuno il mio disco sarà triste, per qualcun’altro sarà un album calmo e pacifico, qualcun’altro può pensare che sia profondo, come l’oceano, o che parli della notte. Ho usato quella parola per provocare la gente.

In più i colori sono stati già utilizzati nella tradizione musicale: pensa all’album Blue di Joni Mitchell o al Brian Eno di Another Green World. Per tornare alla tua domanda. Nel blues americano le canzoni parlano di lotta, lamenti, cuori spezzati. Quando ascolti i dischi di Robert Johnson o Bessie Smith si sente che questi artisti parlavano di quei sentimenti… non è detto che la gente che ascolta il mio disco senta solo quelle cose però.

Hai lavorato con molta gente a questo disco (Kele Okereke dei Bloc Party e altri). C’è stato qualcuno che ti ha colpito di più?

Con ogni cantante che ha partecipato al disco la collaborazione è stata diversa. Per esempio Anthony in studio è completamente diverso da Kele, Kim Ann o Shaun. Bisogna adattarsi al loro modo di lavorare. Devi aggiustare il tuo ego, e devi cercare di risolvere delle situazioni del tipo: “Ok, questa è la mia idea e forse non è quella migliore”. La cosa più importante è che esca una buona canzone, quindi in molti casi devi cambiare le cose che hai in testa. Le collaborazioni devono essere aperte e comunicative, devono manifestare sentimenti positivi e che portino a fare la musica più bella possibile. Penso che Kele sia stato molto professionale nel lavoro che ha fatto anche se è un po’ timido.

Ho letto che hai iniziato a stampare del materiale su un’etichetta tutta tua, la Mr. Intl. Cosa stai preparando?

Abbiamo già 3 uscite. E tre programmate nelle prossime settimane. Sto tentando di fare qualcosa old-school che si differenzi dalle etichette che ci sono in giro, che pubblicano dischi di house troppo veloci (gli artisti che per ora militano nella label sono lo stesso Butler e Kim Ann Foxman con il 12’’ Creature/What You Need, ascoltabile in streaming su Soundcloud).

Altri progetti per il futuro? Sarete in Italia? Eccome!

Passeremo molto tempo in Italia nel 2011, quindi veniteci a vedere (la prima data confermata è al Tenax di Firenze il prossimo 24 febbraio). Per quanto riguarda i progetti, sono molto impegnato con la label e curo anche le produzioni di Kim Ann. La settimana scorsa, per la prima volta in vita mia, ho composto le musiche per un film spagnolo. Mi piacerebbe andare avanti a comporre musiche per film, entrare nel mondo della musica classica contemporanea.

Come si chiama il film?

Abraza Mis Recuerdos del regista spagnolo Horacio Alcalá (in realtà è un corto di 12 minuti, ndSA). Narra la storia di un bambino che perde la nonna. Mi è piaciuto molto.