I nipoti del Capitano
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Massimo Padalino
- 1 Maggio 2007
Don Van Vliet o del naïve in note. Oggi tutti danno per scontato Captain Beefheart. Ci è mancato poco, al giro di boa dello scorso decennio, lo si citasse pure per descrivere gli album di Gigi D’Alessio o di Elisa. Pericolo scampato comunque, sebbene il nostro Capitano Cuordibue, sino ad una quindicina di anni orsono, non fosse poi così popolare, né tantomeno à la page, persino per i cultori di Frank “Duke Of Prunes” Zappa, amico-rivale sin dalla prima adolescenza del nostro bel figuro. Scontata (e mica poi tanto!, poiché davvero è stata ‘scontata’, vale a dire pagata) l’eredità e il lascito della Magic Band, del Cuordibue da sempre fedele spalla nei Sixties, per la prima ondata new wave britannica e non – dai Pere Ubu ai P.I.L., dai Flying Lizards al Pop Group non ce n’era uno che valesse che non fosse chino sui suoi meravigliosi dischi – è ancora, invece, tutta da sondare la parte avuta dal Nostro sulle musiche dei due decenni successivi.
Sondare speleologicamente, direi, poiché molti dei gruppi devoti al Capitano ebbero vita, discograficamente parlando, breve e tormentata, o alla meglio, lunghetta ma negletta. Tutto però cominciò – non, ribadiamolo, a livello di sole “influenze”, quanto per un vero e proprio recupero del blues surrealista di Don – con un misconosciuto 7”. Anzi, a voler spaccar la punta al capello, col retro di questo stesso (Do The Square Thing, Abstract Records). Registrato nel febbraio 1984, presso i Greenhouse Studios, Zowee, a dispetto di quel tanto di zappiano che si trascina nel titolo, è puro magicband sound. I Three Johns di John Langford, già mastermind dei britannici Mekons, bruciano quello stesso gracchiante, bluseggiante, propellente adrenalinico che infiammò le varie Electricity o Zig Zag Wanderer su Safe As Milk.
Uscito nel 1965, l’album in questione di mister Ottava Tonante (impressionante l’estensione vocale del nostro Capitano), Alex St Clair e Ry Cooder alle chitarre elettriche, illumina con questo suo modo di incastrare filastrocche-dada a musiche caricaturali sì, ma anche devastanti d’impatto, tutto il contenuto del brano preso a modello dei Three Johns.
Ma altri, e ben più oscuri epigoni, ebbe il nostro bravo Cpt. Beefheart. Un nome su tutti, per salvarlo dall’oblio: Zoogz Rift. E pescando dalla sua nutrita discografia, iniziata nel lontano 1979, un 33 giri su tutti: Idiots On The Miniature Golf Course (Snout). Definirlo amatoriale, bislacco e pressappochistico è dire poco. La Magic Band, comunque, con tutta la sua foga strumentale schizzata ed oleografica al contempo, rivive gloriosamente in questo conturbante disco. Great Apes Ate Grapes, What Can We Feed To The Lions, Rabbit And Lady o Lazy Susan, complici anche vocalità affini – per timbro non certo in estensione -, rivivono quello stesso miscuglio geniale di generi rivisitati (dal r’n’b al blues, dalla boutade zappiana a quella falso-caraibica) che portò la Magic Band a destrutturare il tardo beat in una forma parossistica di ultrafusione di generi e stili musicali ‘di consumo’.
La parodia, quindi, svolge un ruolo a dire poco determinate in questi solchi. Non molti anni dopo, e proveniente da ben altro background, la California anni 70 dei club più scalcagnati, un altro, ben più importante, musicista, avvicinò la lezione di Beefheart, adottandone modi e posture musicali. Parliamo di Tom Waits. Swordfishtrombones (Island), anno di grazia 1983 e capolavoro di Tom, probabilmente non avrebbe mai visto la luce senza l’aiuto, tutt’altro che accessorio, della fida compagna, di vita e poi anche d’arti, Kathleen Brennan. Mostri poliformi e vocalmente eccedenti ogni grazia del cosiddetto ‘bel canto’, quali Underground, Shore Leave o 16 Shells From A 30-Ought-Six sono reperti beefheartiani sin nel midollo. Percussivi senza posa, caracollanti nella vocalità estenuata e licantropa di Tom, essi riflettono quanta e quale parte nell’ispirazione di questo album la figura di Don Van Vliet rivestì per Waits. Ben più di mille parole non varrebbero a dimostrarlo. Ripiombando, però, nel sottosuolo più oscuro e acerbo degli anni 80 al loro spegnersi, ci imbattiamo in una altra formidabile creatura beefheartiana.
I Bloodloss, nati nel 1983 da uno scisma interno ai temibilissimi Lubricated Goat, vanno annoverati fra i grandi cultori di sempre del maestro di Cucamonga. I loro 7” del 1987 e del 1990 lo testimoniano con certezza. Ma ancora meglio fanno i loro full-length. Un titolo per tutti, oramai con un piede della nostra narrazione nei Nineties. Live My Way (Reprise, 1995, vinile su In The Red),con Mark Arm dei Mudhoney ad affiancare i membri originari della band Renestair EJ e Martin Bland, brilla di genio beefheartiano soprattutto quando è Renestair a titillare l’ugola benedetta. Un pezzo quale Face Down In The Mud, ad esempio, è puro esercizio, tutt’altro che abusivo, di professione beefheartiana. Gli stessi Lubricated Goat, quindi, finiscono dritti dritti nel calderone dei Beefheart-adepti.
Dare un ascolto ai tanti dei loro LP per cogliere il senso di queste mie affermazioni. Ed anche, o soprattutto, quell’altro esplosivo progetto messo su da Stu Gray con l’allora compagna Kat Bjelland, anche in forze alle Babes In Toyland, denominato Crunt. L’album omonimo esce per la texana Trance Syndicate ed è registrato nel 1993, dà sfogo ai bollenti spiriti beefheartiani soprattutto nell’esagitato singolo Swine/Sexy (Insipid Vynil, 1993, brani inclusi nel 33 giri). Eccentrici in tutto, e vieppiù nell’indie rock toccato dal nostro pezzo, furono invece dei beefheartiani camuffati sì, ma anche riconoscibilissimi ad un ascolto attento. I Rudimentary Peni di Nick Blinko. Il trio londinese, difatti, mostra nel capolavoro Cacophony (Outer Hymalaian, 1987) come concentrare nel tiro hardcore emotivo e dirompente tutta una serie di influenze, che della linfa di Cuordibue si nutrirono (P.I.L., Birthday Party, Swans, Pere Ubu fra le altre), per comporre una sorta di Trout Mask Replica dell’hardcore britannico maggiormente evoluto.
Inoltrandoci a capofitto nei 90 incontriamo, non inaspettatamente nel novero dei beefheartiani d.o.c., artisti come PJ Harvey o US Maple. Cominciamo dalla divina PJ. Nel nobile canzoniere assemblato partendo dal 1992 dalla talentuosa Polly Jean emergono segni inequivocabili del cosiddetto ‘morbo del cuordibue’. Sintomi conclamati sono un po’ tutte le tracce di Rid Of Me (Island, 1993) e, sul successivo To Bring You My Love(1995), quella Meet Ze Monsta che il savio Capitano riconobbe come carne della propria carne, sangue del suo sangue, stringendo di conseguenza una imperitura amicizia con la nostra Pollicina.
Gli US Maple, dal canto loro, procedono in una specie di decostruzione delle armonie della Magic Band – altezza Trout Mask Replica (1969) -, facendole vibrare di quegli influssi (no)wave che nella Chicago dei medi 90 tanto spirarono, ventilando la scena locale. Long Hair In Three Stages (Skin Graft, 1995) è come se mettesse in uno smagnetizzatore la dinamo beefheartiana e, una volta completamente scarica, ne riassemblasse schegge e parti morte per creare una nuova, non meno inconsueta, forma di musica mutilata, inascoltabile, free e demente. Quasi sicuramente, ad onor del vero, la palma di maggiori eredi, ma non meri epigoni, di Don Van Vliet nella decade precedente spetta agli Old Time Relijun.
Assodato il medesimo vibrato caprino, deformato in yodel demente dal luciferino Harrington DeDyoniso, volgiamo quindi lo sguardo ad un pezzo da novanta quale l’album Uterus And Fire (K, 1999). Cramps, Birthday Party, Blues Explosion, Honeymoon Killers, Beast Of Burbons, Inca Babies e chissà quanti altri, fra noti ed ignoti, vagano sottoforma di spettri interiorizzati fra le note del platter. Canzoni come Dagger, limitandoci ad un unico esempio, fondono la vocalità detonante del Capitano con la foga declamatoria, da comizio pre-politico, dei Dead Kennedys di Jello Biafra. Sortendo risultati di grande suggestione nel campo del primitivismo naïve principiato a suo tempo dalla solita Magic Band.
Concludiamo quindi questo, poi non tanto breve, excursus nel mondo degli innumerevoli eredi del Capitano, citando almeno un’altra masnada di moderni barbari devoti al suo culto. I Clawhammer, californiani e capitanati da Jon Wahl e Christopher Bagarozzi, con dischi come Ramwhale (SFTRI, 1992), contenente Succotash, e Pablum (Epitaph, 1993) con Montezuma’s Hands, che immaginiamo come cantata dal Beefheart di Mirror Man (Buddah, 1965, 1971) accelerato in un ciclotrone e poi dissanguato lentamente da uno squarcio di pazzia Devo-luzionista. E siccome lo spazio, più che il tempo in questo caso, ci è veramente tiranno (parafrasando Biscardi), aggiungiamo, nel finale di articolo e a mo’ di lista dei caduti, un breve elenco di nomi di artisti sui quali sfogare tutte le vostre libidini di ricercatori beefheartiani novelli o esperti (senza nessuna pretesa di completezza, soltanto per offrire uno, fra gli innumerevoli, percorsi alla materia trattata).
Eccolo: Birthday Party, Gallon Drunk, Membranes, No Trend, Lake Of Dracula, Royal Trux, Pussy Galore, Jon Spencer, Chrome Cranks, Mule, Cash Audio, Half Japanese, Minutemen, Bugskull, Ed Hall, Grifters, God Is My Co-Pilot, Gary Lucas, Gibsons Bros, Trumans Water, Polvo, Flying Luttenbachers, Volcano The Bear, Sun City Girls, Eugene Chadbourne, Primus, Boredoms, King Snake Roost, Railroad Jerk, Spongehead, Mount Shasta, Oxbow. E questi solo per rimanere nell’ultimo ventennio di musica!
Old Time Relijun – Uterus And Fire (K, 1999)
Don Van Vliet, idealmente, siede e manomette tutti i giochi per bambini, in maniera tanto più astratta quanto più ‘hanno un senso’. Perso di vista quest’ultimo, tutto davvero può accedere nell’opera seconda di Harrington DeDyoniso e dei suoi. Doo Rag e Bassholes, Birthday Party e Cpt. Beefheart in concubinaggio continuato vanno a dare forma a capolavori, sguaiati per lo yodelling demente di Harrington, quali Archaeopteryx Claw, Dagger, Telephone Call e Office Building. Lo scacciapensieri usato rende ancor più surrealmente primitive tali focose canzoni uterine. Dopotutto, gli OTR, il loro destino beefheartiano lo portano scritto nel nome sceltosi (una delle song più belle di Trout Mask Replica).
Bloodloss – Live My Way (Reprise, 1995)
Sassofono e tromba, con tanto di organo aggiunto, ed una furia belluina che alterna le proprie escandescenze a pezzi più pacati. Beefheart c’è, e si sente, soprattutto laddove a cantare è Renestair (Disgust Ourselves o Face Down In Mud), mentre quando al microfono allunga la mano Mark Arm, allora l’atmosfera si fa brumosa. Quasi quasi si potrebbe parlare di noir-blues. The Killer Inside Me, del romanziere Jim Thompson, ne ricaverebbe una felice colonna sonora da questo album dove sguaiatezze efferate e pacate carezze notturne si fondo in una unica, dissodante, onda sonora capace di portare in superficie una patina di beefheartiana follia anche quando sono gli Stones più duri ad essere tirati in ballo.
Clawhammer – Pablum (Epitaph, 1993)
Jon Wahl e Christopher Bagarozzi esordirono nel 1989 con tre 7″. Candle Opera, uno di questi, è ibrido perfetto fra Devo, Guns And Roses e southern boogie. A partire dal loro primo 33 giri (Clawhammer, 1990), la catena delle influenze – allora comprendenti anche Patti Smith, Television, Pere Ubu – aggiunge un suo anello forte con una vera e propria ossessione per il garage-beat ululato del primo Beefheart. Pablum, terzo disco lungo in ordine di apparizione, disintegra ogni certezza stilistica. Nut Powder, Montezuma’s Hands, Vigil Smile, Malthusian Blues sono forre di balzana follia hardcore decostruite à la Don Van Vliet. Psicotica e demenziale, spastica e allucinata, l’ugola urlante di Whal rappresenta il vero trait d’union fra l’uomo e il suo doppio manicomiale.
Tom Waits – Swordfishtrombones (Island, 1983)
Weill & Brecht meet Cpt. Beefheart. Stufo oramai di ripetere, autoparodiandosi, la parte del beatnik ubriacone, senza un soldo e senza donne, e anche un po’ puttaniere dei dischi su Reprise degli anni 70, il vecchio Tom decide di cambiare rotta. Ed anche etichetta discografica. La nuova Island asseconda la sua novella vena di follia musicale. Swordfishtrombones è un album, come dicono in USA, larger than life. Fisarmonica, Hammond, harmonium, trombone, cornamusa e marimba a dare linfa, dentro quadretti narrati di vita (s)vissuta e svilita, ad una travolgente fiera, balzando fra stili e generi diversi (dallo swamp alla lounge, dal southern boogie alla ballata confidenziale) unti sul capo dalla mano benedicente del Capitano Cuoredibue.
US Maple – Long Hair In Three Stages (Skin Graft, 1995)
Se Fred Frith, quello dei Guitar Solos (Virgin, 1974), avesse duellato in singolar tenzone musicale con i Red Crayola o la Magic Band, forse il risultato non sarebbe stato poi tanto dissimile da questo folgorante esordio. Hey King è paradigma perfetto di questo modo di suonare, al limite fra improvvisazione colta ed incolta, che fu anche del gruppo al fianco di Van Vliet. Spastico e disarticolato, il suono sfugge ad ogni irregimentazione, tanto classificatoria, quanto di stile. Qui, e nell’album tutto, di propriamente bello ed ascoltabile non c’è molto. Si vive tirati come elastici dalle invisibili dita del demiurgo Beefheart. Non spezzarsi, una volta tesi all’ascolto… bhe, questo è compito e affare esclusivamente vostro.
Zoogz Rift – Idiots On The Miniature Golf Course (Snout, 1979)
Robert Pawlikowski, ossia Zoogz Rift, forse in ossequio alle sue radici slave e, chissà, magari polacche, sembra incarnare perfettamente quella vena di follia surrealista e deformata che fu di scrittori come Gombrowicz. Idiots On The Miniature Golf Course, a cominciare da questa sua ossessione per le tematiche del giovanilismo ipersportivo ed idiota, sembra proprio una trasposizione in note del romanzo Ferdydurke. Misantropico e dispersivo, eccessivo e caotico, cattivo e ironico, dissacrante e riflessivo, l’atto primo di questo Beefheart in sedicesimo scaraventa una quantità di generi stranoti (novelties adolescenziali, spastic-songs d’accatto, componimenti free e astratti che manco Moondog) in un calderone ribollente di jamming rock autistico e alienato.
PJ Harvey – Rid Of Me (Island, 1993)
Yuri-G, Man Size, 50 Ft Queenie, Rid Of Me, Dry, Rub Til e, dulcis in fundo, la cover della dylaniana Highway 61, assorbono come spugne la produzione tagliente e feroce, mai disposta al riso neanche se sardonico, di quel mago dello studio di registrazione che fu Steve Albini. Beefheat, in questo secondo disco della nostra PJ, è come colpito allo stomaco da un gancio di inaudita disperazione esistenziale. Il dolore, così cocente e snervante, deriva nelle canzoni in scaletta più dal cantautorato depresso anglosassone che non dal variegato carrozzone indie-rock cui spesso questo disco viene associato e riferito. Qui, invece, di ri-ferite rimarranno solo le vostre orecchie nell’immediato dopo ascolto. Rid Of Me, Sbarazzati di me. Non seguite il suggerimento esplicito nel titolo, e conservate questa gemma di cd per i vostri ascolti più dolenti.
Rudimentary Peni – Cacophony (Outer Hymalaian, 1987)
Un cd stipato di canzoni che sono ‘solo’ spunti sonori, abbozzi genialoidi sfuggiti all’originaria matrice hardcore del gruppo anglosassone. In bilico fra dark, classico punk e hardcore feroce ed allupato, Cacophony distrugge l’unitarietà concettuale dell’opera d’arte-album disintegrandola in una miriade, solitamente solo abbozzata, di intuizioni (a)musicali potentissime. Dub sconvolto, hard rock dei Seventies, jamming irrazionale incomprensibile, post punk swansiano e di marca prettamente P.I.L., slanci chitarristici ‘aperti’ stile Sonic Youth, rappresentano la conciliazione – sotto forma di disco rock – di tutto quanto sembrava inconciliabile fino allora per un genere chiuso come è il conservativo hardcore. Cacophony,un ideale Trout Mask Replica dell’hc targato United Kingdom.
Crunt – Self Titled (Trance Syndicate, 1994)
Crunt. “Sexy music for a sexy group”. Ma di una sensualità malvagia, mutevole, luciferina. Dentro la scatola di cartone chiusa di un album, un universo intero di odi blasfeme (quella ai maiali di Sweet Heart, Sweet Meats) o, più semplicemente, di varianti meno barbare dell’arte inferocita che fu dei Lubricated Goat (dai quali Stu ‘Spam’ Gray proviene). Tre accordi tre, fuori dalla grazie di ogni sofisticazione armonica, per sempre dediti ad un rock’n’roll cresciuto dalle macerie fumanti delle armonie di marca Magic Band, i Crunt non sono un semplice gruppo musicale. Sono l’ambizione massima di ogni intelligente che voglia farsi passare, per burla o chissacchè, per cretino, e ci marci su. Cioè, sembrare il più cretino fra i cretini. Diffidate gente da questa parvenza fallace. Dietro i Crunt circolano le idee di una mente musicale bislacca ma geniale. Prendiamone atto.
The Three Johns – Do The Square Thing (7″, Abstract Records, 1984)
Do The Square Thing, lato A di questo 45 giri del 1984, caracolla in una dance dai ritmi industriali come d’uso all’epoca. A meravigliare, però, nella sua grezza e meravigliosa essenza beefheartiana è il rovescio di questo pezzo di vinile. Zowee rapprenta in Inghilterra, e per l’intero continente europeo, la prima vera incarnazione, ai tempi in cui il noiserock è ancora in fase embrionale, di tutto quanto il Beefheart di Dropout Boogie (riff minaccioso al soldo di un ritornello sguaiato ed ubriaco) rappresentò nei lontani Sessanta. Un pezzo memorabile, uscito su formato ridotto poco prima dell’album, pregevolissimo anche esso, Atom Drum Bop(Abstract, 1984). Un pezzo dimenticato, ingiustamente obliato. Il pezzo più calligraficamente beefheartiano del lotto e, non paia strano, anche uno dei maggiormente trascinanti, coinvolgenti anthem di marca Sixties all’epoca (i Sessanta minoritari, quelli cui, a diritto, Beefheart è ascrivibile). Recuperatelo.
