Minimalismo e complessità. Intervista a Caribou

Dalla post-idm del primo lavoro, alla folktronica massimalista, con cui si è fatto conoscere e apprezzare negli ambienti elettronici tramite la blasonata Leaf Records, Dan Snaith in arte Caribou (precedentemente noto come Manitoba) è un autentico campioncino del suono anni zero e un testimone paradigmatico delle sue evoluzioni.

Virando di 180° gradi l’approccio pop ad alto tasso psych del precedente Andorra, Swim – in uscita nella prima metà di aprile – apre una nuova fase nello sviluppo sonico del canadese, rinnovando gli arrangiamenti e virando verso un’elettronica trance-dance ispirata, tra gli altri, a Arthur Russell. Il filo rosso risiede, ancora una volta, nel dialogo tra pop e avanguardie, mentre il cambiamento di pelle ripensa la mutant disco di fine Settanta, in una prassi cui presiede un continuum personale di ripetitività e complessità, due estremi di un concetto di trance che, secondo Snaith, ha raggiunto il massimo equilibrio nell’epoca d’oro del free jazz, allorché Oriente e Occidente, libertà e virtuosismo hanno a suo avviso hanno combaciato perfettamente. Per il canadese, infatti, non vi è molta differenza tra kraut rock, drone music e quello psych-rock che più gli piace: ognuno combina diversi elementi di minimalismo e costruzione, collocandosi in seguito nel quadro di una dialettica a distanza con l’amico Kieran Hebden, anch’egli responsabile di una similare svolta nel recente There Is Love In You.

Da qui partiamo anche con l’intervista, curiosi di sapere se tutte le spezie presenti in Swim siano figlie di una certa razionalità o siano da ricondurre al “consueto” istinto dell’artista. Senza tralasciare quanto ancora vi sia di eccitante e creativo nel fare musica dopo cinque album e dieci anni di attività.

Parlando con Kieran del suo ultimo lavoro è venuta fuori una sua passione adolescenziale per il two-step, stile che troviamo anche come influenza del tuo primo lavoro Start Breaking My Heart. Swim in un certo senso pare ricongiungersi con tutta un’elettronica lasciata temporaneamente da parte…

Credo che Kieran sia molto più dentro di me in queste cose attualmente, come è sicuramente vero che quando incisi l’esordio, il two step era molto popolare tanto a Londra quanto nei miei ascolti ed è finito per influenzarne alcune di quelle tracce. In questo periodo ho ascoltato molto funky elettronico, sempre inglese, e non di meno mi sono interessato proprio agli inserti two step nelle recenti produzioni dub step.

Sul versante melodico, Odessa, il tuo primo singolo ha un evidente richiamo al white soul. Durante tutti gli anni zero Erelnd Oye ha riscosso un certo successo portando quel tipo di sound in discoteca, agganciandoci tappeti di funk e groove house, credi ci sia una connessione?

Non ci ho mai pensato. Amo la sua voce ma decisamente non mi piacciono le sue canzoni. Più che altro è il background di partenza a cui entrambi facciamo riferimento. Penso agli ottanta quando la dance music dialogava con le avanguardie, l’avant disco di Arthur Russell

Nell’album c’è tutto un portato rave. Cose a cavallo tra idm e ballo come per esempio gli Orbital pre Insides, i Chemical Brothers…

Non mi è mai piaciuta l’ambient techno quando ero a scuola. E non ho mai ascoltato di proposito quella musica al tempo, piuttosto l’album è frutto della fascinazione per l’idea sonica che stava dietro a quella musica. Mi riferisco alla trance per esempio: mi piace moltissimo quel senso di euforia che ha dentro ma non l’effetto “detonazione” del ritmo, il rush da sballo.  Infatti, in Swim sia che si tratti di suoni rave come quelli ricavati dai primi sintetizzatori, è la ricollocazione di contesto quello che conta.

E’ entusiasmante il percorso che ti ha portato da certa psichedelia pastorale di Milk Of Human Kindness al trance pop di Andorra e infine a quello Swim ce ne parli un po’?

C’è sempre stata quest’attenzione alla trance. Magari un po’ meno in Andorra che vedo sempre come il mio lavoro pop. Quando ero teenager tutto si focalizzava sull’imparare a suonare bene uno strumento e fare i primi virtuosismi. La dance music ha sovvertito tutto. La ripetizione era quello che contava e non l’assolo, proprio come nel kruat rock e proprio come certe musiche etniche come quella africana o indiana. Il minimalismo poi, in grado com’è di creare la trance attraverso la ripetizione, è un’idea veramente potente, totalmente agli antipodi rispetto alla tradizione classica europea che si basa sulla complessità.

Eppure nella tua musica c’è un progressivo grado di elaborazione e concettualizzazione

Già, penso di aver utilizzato entrambi i modi. Andorra per esempio aveva molto a che fare con le complessità armoniche, il comporre e l’arrangiare i brani, in Stop Breaking My Heart e gli altri album domina invece la ripetizione. In Swim le componenti utilizzate sono entrambe.

L’uso che fai del free jazz è dunque da intendere come un modo per rompere il meccanismo?

In un certo senso anche nel jazz è successa la stessa cosa. Gente come Ornette Colemann era ossessionata dalla complessità e dalle capacità tecniche, poi gente come John Coltrane coltivò la direzione del mantra pur rimanendo comunque virtuosa. Credo che il tardo John Coltrane, Alice Coltrane, Albert Ayler sia quello ha sposato al meglio complessità e semplicità. C’era il senso del ritmo, della ripetizione, del groove e una lussuosa combinazione di suoni. La free jazz music che adoro non è così lontana dal kraut rock e neppure dalla mutant disco di Arthur Russell

La dinamica tra semplice e complesso è riscontrabile nella tua musica ma è più una strategia procedurale dal di dentro: chi ascolta Up In Flames, e in particolare la traccia Skunk, dove citi una canzone dei Beatles, ci sente del massimalismo in musica e magari un’operazione post modernista tout court…

Fino a quest’album, non ho mai pensato concettualmente. E crescendo in un posto merdoso nel mezzo del nulla nel Canada, non hai proprio idea dei contesti e da dove vengono le cose. Certo, suonare psichedelia con una drum machine e suonandoci sopra free jazz è post-moderno, e se fossi cresciuto a New York quando è nato l’hip hop avrei avuto un contesto sociale molto forte che mi avrebbe insegnato cosa questo significava,  eppure, fino a Swim è stato un mettere assieme i suoni che mi eccitavano di più, senza contesti né barriere.

Up In Flames pare proprio un tutt’uno con le fascinazioni che lo hanno prodotto. Quasi ti si vede copiare e incollare tutti quei layer. Formare mondi tridimensionali basandoti sui suoni. E’ un album  figlio di un uso massivo del laptop, strategia che hai progressivamente ridimensionato…

Ho iniziato suonando il piano, classico e jazz, poi ho suonato un po’ la batteria e la chitarra. La cosa eccitante della musica elettronica, un computer e un synth per dire, è il suo costo. Potevo fare musica a costo praticamente nullo. Così, sin dal mio primo album, che è sicuramente quello più elettronico, ho iniziato a rimetterci gli strumenti che avevo suonato per anni.

Poi hai iniziato a fissarti con le percussioni. Aspetto che ti ha portato all’esibizione dell’ATP del 2009 che è stato un po’ uno spartiacque…

Ho suonato con quindici persone on stage, amici e miti personali: quattro batteristi, cinque trombettisti tra cui Marshall Allen della Sun Ra Arkestra, Kieran Hebden, Jeremy Greenspan (Junior Boys) ecc. E’ stato il massimo. Il capitolo finale di un’apoteosi psichedelica, la realizzazione di un sogno con la consapevolezza che era la fine di quel tipo mondo sonico.

Infatti in Swim c’è un ritorno all’elettronica e a un suono molto meno corale…

C’è molto molta tecnologia nell’album. Per esempio in Balls ho campionato il suono di palle tibetane comprate in un viaggio in Cina. Successivamente le ho suonate grazie a una tastiera (proprio come un sintetizzatore) tirandoci fuori tutto lo spettro di possibilità che mi potevano dare.

Ai tempi del suo secondo album, Kieran creò suoni molto editati partendo esattamente da queste basi. Hai avuto anche tu un periodo in fissa con la manipolazione dei campioni?

Direi che proprio in quest’album mi sono interessato a processare come faceva Kieran al tempo anche se non in maniera così massiva. Del resto, rispetto a quel periodo, ora è molto più interessante catturare i suoni e riprodurli live con una tastiera o un PAD rispetto a uno schermo del computer. E’ più performativo utilizzare i sample, suonarli veramente.

Hai utilizzato anchei contact microphone che vanno tanto di moda ora?

Non quando ho registrato, saranno sicuramente una parte importante del live show. Rispetto a prima ora la tecnologia ci permette di suonare spontaneamente le parti elettroniche ed è una prospettiva tremendamente eccitante.

Tornando alle canzoni. Ci racconti un po’ come sei arrivato alla forma canzone (E agli Eighties)?

Andorra è stato il mio album pop. Quello attraverso il quale ho imparato a scrivere canzoni. Quest’album invece è un misto di loop e pop. Non mi sento parte del revival ’80, sicuramente appena finirono ho pensato che erano stati un totale spreco di tempo. Solo successivamente amici come Jeremy mi hanno introdotto a cose interessanti come John Fox per esempio. A parte il pop, gli Ottanta sono stati fondamentali per la musica elettronica ma quel che mi preme è che un mio disco non sia facilmente etichettabile dentro un periodo. Oggi sul mercato trovi gente che mima quei suoni in ogni aspetto, contrariamente, a me interessa che passi l’aspetto compositivo, che ci si riconosca l’impronta sotto i riferimenti.

Nell’album ci sono canzoni autobiografiche che parlano di aspetti anche negativi della vita. Sono una novità?

E’ la prima volta che parlo di me stesso nelle canzoni e ho una prospettiva più lunga riguardo alla vita rispetto a quando ero un ventenne. Andorra aveva a che fare con la musicalità, quest’album invece è più il frutto di una persona cresciuta. Lo scorso anno sono morti i miei nonni ma non si è trattato di scrivere canzoni catartiche, piuttosto d’immaginare come era la loro vita quando avevano la mia età. Questione di prospettive che ambiano dunque.

Come ti vedi fra tre anni?

Non ho mai amato ripetermi e sicuramente andrà così ancora per lungo tempo. Quest’album ha gettato almeno una manciata di direzioni possibili e la cosa più eccitante è che sono arrivato al quinto lavoro lungo e ci posso ancora sentire l’eccitamento per la musica che avevo nel primo. Anzi, forse di più.

15 Aprile 2010
15 Aprile 2010
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