Marco Bertoni e Franco "Bifo" Berardi, foto di Istubalz, 2020

Cartoline dall’apocalisse. Intervista a Franco “Bifo” Berardi e Marco Bertoni

Guardare la bestia negli occhi per uscire dal cadavere del capitalismo

La parola apocalisse evoca nell’immaginario collettivo l’idea di distruzione assoluta, un’immagine insostenibile da sempre esorcizzata nella produzione culturale attraverso infiniti espedienti. Sempre più frequentemente ci troviamo ad affrontare passaggi epocali che ne riportano la forza sconcertante a un livello di prossimità quotidiana, i sintomi sono evidenti: dalla migrazione di massa, che spinge popolazioni sopraffate dalla violenza e dalla povertà a cercare sopravvivenza altrove, alla disuguaglianza estrema provocata dal liberismo economico, passando per la devastante crisi ambientale, fino alle nuove pandemie molto probabilmente provocate della sinergia delle circostanze sopracitate. Nonostante ne viviamo in modo sempre più violento le conseguenze, fatichiamo a riconoscere un reale senso di catastrofe nella prospettiva di un disegno complessivo inarrestabile.

Questa è una delle intuizioni principali che ha spinto due nomi di peso della scena contro-culturale italiana a imbracciare le armi creative per passare al contrattacco e dettagliare una terrificante visione di apocalisse contemporanea. Così, il filosofo, saggista e agitatore culturale Franco “Bifo” Berardi, uno degli sguardi più perspicaci e provocatori nell’analisi della contemporaneità, e il compositore Marco Bertoni, conosciuto per il suo lavoro con i jazz nowavers Confusional Quartet, band tra le più creative e intelligenti della scena musicale nostrana, hanno unito le forze per «guardare la bestia negli occhi» attraverso una diagnosi brutale dell’attuale momento storico. Il primo scrive i testi e il secondo le musiche di un disco che dipana un ragionamento terrificante, completato dallo spessore interpretativo di due nomi d’eccezione nel ruolo di voci narranti: Lydia Lunch, regina indiscussa della scena nowave newyorchese e non solo, che incarna perfettamente il lato oscuro e stregonesco delle parole, e Bobby Gillespie, frontman dei Primal Scream, che riporta la visione nella dimensione esistenziale atterrita delle atroci figurazioni che popolano l’album. Il tutto racchiuso da un titolo che si addice perfettamente all’obiettivo di risvegliare le coscienze soverchiate dalle distruttive tensioni contemporanee: Wrong Ninna Nanna.

Il risultato è un feroce pamphlet sonoro, veicolato da un cut-up di elettroacustica, field recordings, contemporanea, toccanti passaggi musicali e derive ambient-drone, che mantiene costantemente alto il livello dello scontro psicologico. Un lavoro fatto di sconcertanti prese di coscienza e domande spietate, che, utilizzando tutto il potere del concetto di apocalisse come disvelamento, fa emergere questioni ineludibili e al contempo di difficile solvibilità. L’immagine di una madre honduregna che migra con il suo bambino fino ai confini con il Messico, pone primariamente la scioccante questione della responsabilità di mettere al mondo nuove vite in una siffatta situazione, interrogandosi atrocemente sull’estinzione della razza umana. Una scena sconcertante immersa in un contesto pervaso dai terrificanti paralleli tra teorie neoliberiste, pregne di un darwinismo spietato, e nazismo, che ricordano tutte le promesse infrante di emancipazione politica e sociale (The End Age Of Cool). Un discorso lucido e disturbante che passa poi in rassegna le accelerazioni delle moderne società tecnologiche, foriere di patologie psichiche distruttrici dei legami sociali (The Imminent Stampete), per poi dirigere lo sguardo impietoso sulla fine delle profezie umaniste, che reclama un inevitabile debito di sangue. Un cupo dipinto fatto di allarmanti pennellate elettroacustiche e voci interiori che urlano tutto il disfacimento del progresso come lo avevamo immaginato.

Un insieme di qualità che rendono Wrong Ninna Nanna un lavoro affascinante e complesso, guidato da una forza difficilmente rintracciabile nell’odierno panorama italiano. Per questo abbiamo voluto ragionarne con gli stessi autori, per approfondire i cardini concettuali e musicali che ne sorreggono la «poesia sonora horror».

Come prima cosa, mi piacerebbe sapere come vi siete conosciuti, sia personalmente che artisticamente, e perché avete deciso di unire le forze per raccontare l’apocalisse contemporanea?

Marco: Quando ero ragazzo, una delle scritte che campeggiava sui muri di Bologna o sui banchi di scuola alla fine degli anni ’70 era “Bifo libero”. Nel corso degli anni ho letto sempre con molto interesse gli scritti di Franco. Le sue analisi e i suoi pensieri mi sono sempre sembrati illuminanti e utili. Ma non ci siamo mai conosciuti fino alla scorsa estate, quando sono andato a trovarlo. Era mia intenzione proporgli di fare qualcosa insieme. Così ci siamo incontrati e abbiamo parlato di noi, dell’idea della estinzione del genere umano e di tante altre cose. Gli ho detto di alcuni titoli che avevo in mente per nuovi brani che volevo produrre: “Wrong Ninna Nanna” lo ha fatto sobbalzare. Lui aveva accanto a se un foglietto con su scritto “Are we preachers of despair?” e aveva questa idea della madre Honduregna che canta al figlio una ninna nanna mentre si trovano al confine con il Messico.

Per la stesura dell’album siete appunto partiti dall’intuizione del titolo, Wrong Ninna Nanna, che evoca un modo per stimolare le coscienze sopite con domande inquietanti. Come nasce e come vi ha guidato nel processo creativo?

Marco: Dal mio punto di vista, mi solleticava l’idea un po’ new wave di usare la definizione italiana di “Ninna nanna” e di delineare cosa si potesse esprimere partendo dal concetto di una ninna nanna che fosse sbagliata. Volevo realizzare in modo sbagliato una cosa che per definizione vuole e deve essere molto rassicurante, tanto da indurre alla pace del sonno. Nel repertorio popolare emiliano c’è Fa la nana, un bellissimo canto dell’appennino in cui la mamma canta alla figlia una nenia molto dolce e penetrante, che tuttavia racconta al tempo stesso di quanto la vita sia aspra, dura e dolorosa. Nel nostro caso la visione è rivolta al genere umano e anche dal punto di vista musicale non vuole essere né qualcosa di didascalico né un semplice accompagnamento. Da qui, Franco ha iniziato la stesura dei testi, inserendovi tutte le tematiche e le storie, e descrivendone le immagini. Dopo i testi sono venute le basi musicali e infine gli interventi vocali.

Immagino che la scelta di Lydia Lunch e Bobby Gillespie sia stata in parte suggerita dalla capacità di entrambi di innovare il linguaggio musicale, nonché dalle posizioni politiche che hanno più volte espresso pubblicamente. È così?

Marco: Sì. Ci siamo rivolti a Lydia e Bobby perché sono amici, e grandi performer. L’opera è nata in modo assolutamente spontaneo e informale, così li abbiamo lasciati liberi di interpretare i testi sulle basi sonore. Dato che le loro parti sarebbero state prodotte a New York e Londra, ho dato loro solamente qualche sommaria indicazione: fate quello che volete dove volete, poesia sonora horror. Siamo stati molto contenti del risultato e sorpresi dal bel contrasto delle loro interpretazioni.

Franco: Sia Lydia che Bobby ci rimandano alla cultura e all’immaginario del punk inglese, della no wave americana. Quando avevo trent’anni stavo a New York e scrivevo per una rivista musicale milanese che si chiamava “Musica ’80”. Là ascoltai Lydia Lunch e la sua voce mi è rimasta impressa come un segno profondo dell’improvviso rovesciamento di prospettive, di aspettative, di luci e di suoni che tutti conoscemmo in quel decennio.

Quali altri motivi vi hanno fatto pensare che potessero essere le persone giuste per il lavoro che avevate in mente?

Franco: Ho conosciuto Bobby in anni recenti, abbiamo fatto delle conferenze-performance in alcuni teatri dell’ex-Jugoslavia. Abbiamo trovato subito un linguaggio comune, che è il linguaggio del radicalismo giovanile e proletario del punk inglese.

Marco: Conosco Lydia dal 1980. Lei è la donna perfetta per cantare una wrong ninna nanna, visto che ha sempre asserito di essere contraria a concepire figli. Bobby è un grande sostenitore di Franco e sapevamo che entrambi avrebbero portato energia al lavoro, che fino a quel punto era solo fogli scritti e magma sonori divisi in segmenti.

La componente musicale utilizza il cut-up per mescolare musica, sound art, droning e field recordings. Come sono stati scelti i suoni di partenza e come vi siete interfacciati musicalmente?

Marco: Sentivo di dover preparare una sorta di stati d’animo sonori più che mettere insieme delle note con degli strumenti. In un bosco ho registrato il rumore di foglie, rami e pietre; attaccato da uno stormo di corvi, disturbati nel loro condominio, ho registrato anche loro. In un prato circondato da una grande siepe di edera ho ripreso il suono dei sassi che cadono e vengono sfregati in un bacile d’acqua; è venuto improvvisamente a piovere e ho registrato la pioggia che picchia contro le foglie d’edera. Tutti i campioni e le tracce sono stati poi mescolati, processati e uniti alle vecchie audio cassette che avevo registrato da ragazzino nella mia cameretta, una quarantina di anni fa. Le parti più espressamente musicali sono un coro con pochi accenni di pianoforte. A Franco il pianoforte è piaciuto molto e mi ha chiesto di aggiungerne ancora, così è progredito il brano The Imminent Stampede. Franco ha dovuto completare le liriche prima di poter sentire le basi. Senza leggerle non sarei riuscito a trovare il momento giusto per agire e produrre l’aspetto sonoro. Ogni cosa è stata fatta una sola volta e senza ripensamenti, compreso mix e mastering. Franco è stato super disponibile e molto bravo nel creare senza ascoltare una sola nota prima. Il tutto ha preso forma in un modo molto precario ma altrettanto libero.

Il perimetro argomentativo del disco tocca i tutti punti nevralgici della contemporaneità: dalle disuguaglianze provocate dal sistema politico-economico, passando per le migrazioni di massa, una delle principali ispirazioni dell’album, fino all’intolleranza e a nuovi nazionalismi. Ci troviamo in uno snodo fondamentale dell’umanità o il rischio è che l’apocalisse come voi la intendete diventi una nuova forma di “normalità”?

Franco: Apocalisse vuol dire: rivelazione di quello che finora è stato nascosto. La tempesta virale del 2020 non è un evento isolato, ma la precipitazione di processi catastrofici che il capitalismo ha provocato: la devastazione dell’ambiente fisico, l’impoverimento dei lavoratori, la precarizzazione generalizzata, lo stress mentale, il panico, la depressione. Il fascismo contemporaneo non è come quello del secolo passato. Quello era un fascismo dei giovani che volevano conquistare terre e sottomettere popoli, che volevano dare l’assalto a un futuro glorioso, e finirono per massacrare popolazioni indigene, e poi farsi massacrare nelle grandi guerre imperialiste. Quello di oggi è un fascismo dell’impotenza, della disperazione di fronte a un futuro che fa paura. È il fascismo di coloro che hanno depredato la Terra e ora si trovano a loro volta depredati. Solo un movimento gigantesco di solidarietà, di redistribuzione della ricchezza, di egualitarismo e di frugalità potrebbe salvarci. L’apocalisse può risvegliare le energie insurrezionali che occorrono, e può permetterci di rinunciare alle falsità dell’economia e della pubblicità per trovare la strada della solidarietà.

Mark Fisher ha affermato quanto oramai sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, tuttavia la colonna sonora dell’apocalisse che avete composto parte dal presupposto che non riusciamo nemmeno più a pensare alla catastrofe. Stiamo effettivamente perdendo le capacità cognitive sempre più colonizzate dall’irrazionalità consumistica?

Franco: Le capacità cognitive sono sempre più sottomesse alla macchina cognitiva automatica, i big data intrecciati con l’intelligenza artificiale, il dominio mediatico sull’opinione… Ma al tempo stesso cresce la sofferenza psichica, la solitudine, la depressione, il suicidio, che nell’ultimo anno è dilagato fra i giovanissimi. È dalla sofferenza psichica che dobbiamo partire per ricostruire un tessuto di empatia, di solidarietà, di piacere. Per questo non dobbiamo raccontare favole ottimistiche, dobbiamo guardare la bestia negli occhi: la bestia della violenza, del razzismo, e la bestia della depressione, del suicidio. Solo guardando la bestia negli occhi e tenendoci per mano possiamo trovare la forza e l’intelligenza per uscire dal cadavere del capitalismo.

Da cosa vengono generati quindi il panico e la depressione che provocano la propagazione di reazioni irrazionali e quali sono i loro principali canali di diffusione?

Franco: Io credo che gli effetti dell’accelerazione tecnica, comunicativa, economica degli ultimi decenni abbia avuto un effetto largamente psicopatogeno, cioè ha provocato un disturbo nervoso e una sofferenza psichica dovuta all’eccessivo sfruttamento, all’attivazione costante del nostro sistema nervoso. Questa accelerazione infatti si svolge in un contesto di competizione, di precarietà, di ansia. Il film di Ken Loach Sorry We Missed racconta benissimo questo contesto. Il panico è la prima reazione dell’organismo umano di fronte all’accelerazione competitività. Ma poi, quando ci rendiamo conto del fatto che nella competizione non vinceremo mai, perché vincere vuol dire solo perdere ogni rapporto con il proprio corpo e con la propria anima, a quel punto cade ogni desiderio, ogni rapporto con il piacere è rotto, e quel che segue è la depressione. Pubblicità, competizione, accelerazione digitale sono aggressioni mentali che provocano effetti psicopatici.

Tornando al concetto di ninna nanne, trovo che il brano Earth and World sia emblematico dell’intero discorso che fate: un tripudio di carillon sinistri che accompagnano una vera e propria diagnosi della situazione contemporanea, in cui si prefigura primariamente l’opposizione tra natura e cultura. Come possiamo far convivere queste due componenti in modo armonico?

Marco: Earth and World è l’unico brano di WNN ad essere stato scritto durante il lockdown, e ne abbiamo affidato la lettura dei testi ad un software. Ricordo che tanti anni fa Bifo scriveva di cercare una “ecologia della mente” ancor prima di una ecologia del pianeta. Nel gioco tra cultura e natura, alla seconda non interessa nulla della prima. La possibilità di una sparizione del genere umano è per la prima volta evidente e possibile, ce lo dicono gli investimenti dei multimiliardari che per sopravvivere alla catastrofe costruiscono dei super bunker dalla parte opposta del pianeta .

Franco: Quando è esplosa la pandemia, quando il mondo si è chiuso per evitare il caos virale, ci siam resi conto che la resa dei conti era arrivata. La Terra ci presenta il conto, la Terra si rivolta contro il mondo, contro il nostro mondo, contro la civiltà.

Tra le domande inquietanti poste dal disco, mi ha molto colpito quella contenuta nel brano Preachers Of Despair, che chiama in causa il livello percettivo di un impegno politico così deciso: «Are we raising disquietude or inciting rebellion?». Come rispondete a un interrogativo del genere?

Franco: Non so rispondere, non lo so. Me lo chiedo perché davvero non lo so. Quando denunciamo la distruzione delle condizioni di vita, il riscaldamento globale, cioè processi che hanno ormai il carattere dell’irreversibilità, che cosa stiamo facendo? Stiamo incitando alla ribellione contro l’irreversibile, o stiamo suscitando un’inquietudine priva di sbocchi? Non lo so davvero. Esistono ancora le energie mentali, sociali, politiche, per fermare la catastrofe che porta all’estinzione della civiltà umana? Non lo so. Ma se queste energie possono sorgere, se si possono ancora suscitare e organizzare, è solo guardando la bestia negli occhi, dichiarando senza giri di parole che il capitalismo ci porta all’olocausto finale, che quelle energie potranno venire fuori.

La traccia, tra l’altro, ha una timbrica elettroacustica che ricorda le produzioni sound art contemporanee di scuola Erstwhile Records. C’è qualche musicista in particolare che vi ha ispirato questo senso?

Marco: Non conosco la Erstwhile Records, tutto è stato molto spontaneo e senza riferimenti espliciti. Avevo solo una forte sensazione di sgretolamento e fusione di cose, che sentivo potesse essere tradotta in suoni naturali frammisti a musica già fatta in altri tempi e altri luoghi e per altre motivazioni, in modo da creare sonorità con un forte sapore sentimentale e di sedimentazione sia tecnica che emotiva.

Nei brani emerge anche una forte analogia tra neoliberismo e nazismo. Quali sono le similitudini più evidenti tra i due concetti? Come giudicate quello che sta succedendo negli Stati Uniti e come definireste un presidente come Donald Trump, un simbolo emblematico dello spirito del tempo?

Franco: Contrariamente a quel che cerchiamo di credere per tranquillizzarci, Trump non è affatto fuori dalla tradizione della democrazia americana. Trump è il rappresentante più autentico della violenza iscritta nella storia americana fin dall’inizio. Gli Stati Uniti, come proiezione della storia europea, sono costitutivamente un Paese fondato sull’aggressione, la violenza, lo sterminio, il razzismo e lo schiavismo. Trump è il culmine della supremazia bianca, ed emerge proprio nel momento in cui quella supremazia sta per crollare. La popolazione bianca è invecchiata, politicamente impotente, in larga parte tossicomane, dipendente da eroina, Oxycontin e Fentanil, e sprofonda nella demenza, nell’Alzheimer. Quindi vaneggia di una superiorità bianca che è ormai un residuo del passato. Come meravigliarsi che si riconosca in un personaggio come quello, perfetta rappresentazione dell’ignoranza, dell’arroganza, del razzismo?

Che peso ha avuto la pandemia nello sviluppo dell’album?

Marco: Come dicevo prima a proposito di Earth and World, l’intero album è stato scritto e prodotto prima della pandemia, eccetto questo brano. In un certo senso la pandemia ci ha spiazzato realizzando alcune visioni prefigurate nell’opera. Ricordo che abbiamo avuto un incontro con Cuoghi Corsello, gli artisti che hanno collaborato con me e mio figlio Filippo Janez alla realizzazione della parte video di WNN, proprio il giorno prima del lockdown.

Siete in prima linea sulla scena controculturale da molto tempo, cosa è cambiato nei modi di affrontare grandi temi politici e sociali e come sono cambiate le generazioni che vi si rapportano?

Negli anni ’60 e ’70 vivevamo nel pieno dell’espansione capitalistica, perciò i margini di riformismo, di concessione salariale, di apertura e di democrazia erano larghi. Si poteva credere nella solidarietà sociale perché la solidarietà sociale ci dava effettivamente la possibilità di vivere meglio. Poi il capitalismo ha esaurito la sua forza propulsiva, l’espansione economica è divenuta un’utopia, perché la crescita non può essere illimitata in un mondo che ha risorse fisiche limitate e risorse nervose limitate. Perciò il capitalismo è divenuto un cadavere ma non ha smesso di intrappolare le nostre vite, il nostro futuro. Le generazioni che sono cresciute nel non futuro preconizzato dal punk si sono trovate intrappolate in una condizione di precarietà, isolamento, concorrenza spietata di tutti contro tutti. Il risultato è quello che vediamo: solitudine, disperazione, suicidio. Solo un progetto che sia prima di tutto rivolto alla cura di sé, alla riattivazione del piacere erotico, alla solidarietà sociale può permetterci di trovare una via di uscita dal cadavere in cui siamo intrappolati.

Si riescono a intravedere nuove forze capaci a mettere in campo idee valide di un futuro migliore cui aspirare o trovate che la maggior parte dei ragionamenti siano deficitari di quella componente riflessiva citata in precedenza?

Franco: La maggior parte della popolazione, indipendentemente dalla sua collocazione sociale, etnica, e dal suo genere sessuale, è oggi sottoposta a uno stress che produce sofferenza. Soprattutto sofferenza psichica. Questo è il punto debole del sistema di oppressione sistematica che si chiama capitalismo. Ma è anche il suo punto forte, purtroppo. Infatti una massa crescente di persone soffre e desidera cambiare il modo di produzione, di scambio, la vita quotidiana… ma semplicemente non ne ha la forza psichica, non conosce più i percorsi della solidarietà e della rivolta. La sofferenza psichica ha preso il posto dello sfruttamento economico. Non perché lo sfruttamento economico sia scomparso (al contrario è cresciuto), ma perché la maniera in cui si manifesta lo sfruttamento nella sfera della produzione cognitiva, è proprio la sofferenza psichica. Ciò di cui siamo espropriati non è solo il nostro tempo, il prodotto del nostro lavoro, ma soprattutto il piacere della vita, il senso dell’esistenza. Questo è il sentimento comune, dunque anche la premessa di una possibile solidarietà. Ma al tempo stesso occorre riconoscere che la depressione indebolisce i legami di solidarietà, e soprattutto indebolisce la fiducia nelle proprie forze. Per questo credo che le vecchie forme di organizzazione e di lotta politica siano quasi del tutto inefficaci, e per questo credo che occorra partire dalla sofferenza psichica per ricostruire solidarietà, se mai ci riusciremo.

In definitiva, quale può essere un antidoto per l’apocalisse e quali i mezzi più validi per una contemporanea battaglia politico-culturale?

Franco: L’apocalisse non è il veleno, è il disvelatore, dunque non occorre un antidoto contro l’apocalisse. Occorre un antidoto contro l’avvelenamento che l’apocalisse rivela: l’avvelenamento dà competizione, dà sfruttamento, dà ansia proprietaria. L’antidoto è l’insurrezione, il sabotaggio, l’auto-organizzazione, l’esproprio. L’antidoto è il piacere sensuale, l’amicizia, il piacere del contatto con il corpo dell’altro. E purtroppo la maledizione pandemica ha reso tutto questo più difficile, aprendo la strada all’estinzione violenta del genere umano.