Catcher in the Rhye. Intervista a Milosh

I Rhye sono un astuto un gioco di specchi dove maschile e femminile, 80s e soul, si risolvono in una contemporanea e cangiante levità. La loro è una formula tra le più lampanti e immutabili, classica per definizione, semplice nelle intenzioni e nei risultati. È rimasta tale dai tempi in cui la formazione rispondeva ai nomi di Mike Milosh e Robin Hannibal. E da allora a oggi, nei cinque anni che separano l’esordio dal nuovo album, la missione è rimasta la medesima, ovvero puntare all’essenzialità dell’amore, alla sua bellezza intesa come manifestazione estetica, al suo simulacro, proprio come hanno a che fare con l’iconico e l’effigie tutte le manifestazioni del coordinato legato al progetto: dai didascalici titoli dei dischi – da Woman a Blood – alle copertine di questi e degli EP raffiguranti scultoree donne ritratte in bianco e nero in una indiretta e ribaltata dialettica con quelle degli Smiths. Rhye, ora one man band guidata dal solo Milosh, naviga da sempre lungo le correnti marine che da Tracey Thorn portano all’esotismo di una Sade, un gioco di sponde tra Londra e Los Angeles, un farsi trasportare dal mare, senza strappi né tangibile carnalità – la differenza principale con i coetanei Jessie Ware o Sampha.

Rispetto all’evoluzione del progetto, la differenza col passato l’ha dettata la produzione, l’approccio che ora si vuole pensato live già in sala prove rispetto a esordi dove i confini erano quelli delle mura domestiche e l’approccio per forza di cose amatoriale. Poi c’è da dire che Milosh, al netto di Rhye, ha una nuova musa, la splendida Geneviève Medow Jenkins, provetta modella prontamente immortalata nella copertina di Blood ma anche co-regista del clip di Song for You e artista in proprio, protagonista di quell’universo che Rhye ha tradotto così bene in androgine e imprendibili soul song.

Hai lavorato a Blood per più di due anni, un lungo periodo in cui tante cose possono cambiare. Ci sono differenze tra le idee originarie e il risultato finale? È stato difficile mantenere una direzione musicale precisa?

Non è stato poi così difficile, anche perché quando mi metto a lavorare a una canzone non mi lascio distrarre da nulla e non mi prendo nemmeno una pausa. Difficilmente ci torno su una volta che è finita, anche se a dire il vero ci sono un paio di brani su cui sono intervenuto e che ho cambiato: Phoenix per esempio. All’inizio del lavoro su Blood c’erano più batterie campionate ma poi ho preferito optare per il suono live.

Come lavori quando scrivi un pezzo?

Parto completamente da zero, mi concentro per un paio di giorni solo su una canzone e in maniera intensa e totale. “Gioco” sempre con le melodie, tutto il giorno, per cui, quando mi siedo per scrivere un nuovo brano, cerco semplicemente di aprire le porte della creatività e lasciar scorrere libera la canzone, dall’inizio alla fine. In studio sono completamente assorbito dal lavoro; fuori dalla sala di registrazione mi lascio del tempo per pensare a ciò che ho fatto e per fare spazio a nuove idee.

Parliamo delle immagini, a cominciare dalla copertina, e di tutta l’estetica che accompagna l’album. È molto elegante e sexy. Ci puoi dire qualcosa di più?

Tutti gli aspetti di Blood hanno un legame, gli scatti sono stati fatti tutti da me e la donna ritratta è la mia ragazza Geneviève, fotografata in diversi luoghi, quelli in cui è nata e cresciuta o semplicemente in posti che abbiamo visitato insieme nei nostri viaggi. La copertina la ritrae in Islanda, durante un lungo viaggio in cui ho anche avuto l’occasione di suonare, chiuso in bellezza con un Secular Sabbath–Ambient Night a cui partecipava anche Ólafur Arnalds, un’esperienza decisamente bella. È uno scatto che cattura alla perfezione l’idea di Geneviève e io che esploriamo il pianeta. Qualcosa di quella fotografia suona terribilmente reale: l’immagine di lei che si asciuga dopo aver fatto un bagno in un lago ghiacciato riassume bene quella che è la mia personale idea di avventura.

Il tour sta per cominciare: cosa ci dobbiamo aspettare dal live di questo album, che tra l’altro è nato durante i concerti in giro per il mondo?

Ogni concerto è unico, quindi non saprei esattamente che cosa vi potreste aspettare, ma posso dirti che a ogni show mi impegno per essere più presente e interagire con il pubblico, e non mi dimentico mai di quanto è importante l’intesa che si crea tra il palco e chi ti ascolta. Ci sono diversi momenti delicati durante un live, ma ce sono altrettanti intensi e magici che danno anima alle esibizioni. È una dimensione che permette alla musicalità della band di esprimersi a pieno, e che lascia anche spazio a momenti di pura emozione.

Come band dedicate molta attenzione e cura anche ai video, ti va di dirci come nascono?

Per Song for You, ad esempio, Geneviève ha scritto il trattamento, poi sono riuscito a comprarmi una videocamera RED e abbiamo filmato e diretto il video insieme. Per prepararmi mi sono guardato tantissimi tutorial su youtube. Ora utilizzo spessissimo la RED per i video. Per alcune scene di Song for You abbiamo assunto un digital producer perché ci aiutasse nei momenti più delicati delle riprese. Sono stati cinque giorni di lavoro intenso in cui abbiamo cercato di perfezionare alcuni aspetti delle scene e focalizzarci sui momenti cruciali del clip. Alla fine ho dovuto registrare una voce in più per aggiungerla all’inizio e alla fine del video. È stato un progetto davvero speciale per noi.

28 marzo 2018
28 marzo 2018
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