C’è del marcio nelle Marche

I luoghi e le passioni.

Coordinate socio-geografiche spicciole. A nord l’assordante brusio del divertimentificio più noto d’Europa (o almeno, quel che ne resta dopo i fasti dei ’90). A sud l’Abruzzo, terra silenziosa smossa anch’essa da impeti rock non banali (AfricanTape e (C)lapDance, giusto per far due nomi a noi cari), oltre che da devastanti e tristi rocchenroll del sottosuolo. Dietro alle spalle la corona gentile degli Appennini che degradano dolcemente verso quel mare che apre ad oriente e che tanta ispirazione contò nella poetica leopardiana.

A differenza, però, dell’isolazionismo del tanto vituperato – almeno dagli studenti delle superiori – gobbo di Porto Recanati, nei giovani del luogo c’è una notevole tendenza all’aggregazione, spesso e volentieri in nome di un suono tutto fuorché regionalistico.

Una volontà aggregativa ferma e decisa che fa nascere collaborazioni musicali e travasi stilistici e di personale, amicizie nel nome del rock e festival improvvisati dai nomi attraenti e al tempo stesso ludici. Prima che arrivi la polizia dell’estate 2008 targato Valvolare, ad esempio: 4 serate nei centrali giardinetti delle ex-carceri di Jesi che hanno visto per ogni serata due gruppi locali – Lleroy/Bhava, Butcher Mind Collapse/Gerda, Jesus Franco & The Drogas/Oginoknaus, Lebowski/Guinea Pig, queste le coppie – assistere e confrontarsi coi forestieri Oshinoko Bunker Orchestra, Putiferio, Microwaves With Marge e Jealousy Party in incendiari e chitarristici live. Oppure il Gaiomeriggio, l’happening di out-music pomeridiano a scadenza mensile (in attuazione mentre scriviamo) gestito da un’altra congrega di folli di stanza a Senigallia, il Marinaio Gaio. Meno chitarre in senso stretto e più attenzione alla ricerca a cavallo tra elettroacustica e world music afasica, come dimostra la presenza di interessanti progetti autoctoni e forestieri: Above The Tree (Marco Bernacchia dei M.A.Z.C.A. in solitaria, anche artista con mostre personali alle spalle), Il Mototrabasso, Joseba Irazoki. Non esistono confini, né di genere, né tanto meno geografici, sembrano comunicarci da quelle parti.

O ancora sempre all’insegna del faccia a faccia tra indigeno e non – caratteristica fondamentale e irrinunciabile per l’ambiente marchigiano, a quanto sembra – il festival invernale, giunto alla fase #2, Non torno più normale il cui sottotitolo (Rassegna itinerante di musica straniante) rende perfettamente l’idea di continuo movimento tra Jesi (Circolo Anarchico), Ancona (Thermos Club), Senigallia (Macondo) e di effetto sull’ascoltatore. Nella fase #1 (gli ultimi mesi del 2008) spiccavano i release-party di Jesus Franco & The Drogas (insieme a Satantango) e Lebowski (coi R.U.N.I.), oltre che le accoppiate in nome del post-punk furioso di Bhava e Trans VZ e del noise sull’orlo del baratro di Butcher Mind Collapse e Plasma Expander.

Non da meno la fase #2, in cui a rispondere al fuoco incrociato degli ospiti Fuh e Dead Elephant (da Cuneo, altra scena furiosa e rumorosissima da indagare), Zippo (da Pescara) e Lucertulas (da Padova) sono 4 giovani formazioni jesine in fissa col post (rock, punk, core, grunge): Paperoga, Mondrian Oak, .cora e 4Misura.

Infine, l’ultimo arrivato. Emersioni, collaborazione tra Bloody Sound e Hot Viruz, col supporto di altre realtà tra cui la già citata Valvolare, occuperà l’intera primavera al Thermos di Ancona allargando proprio in questi giorni i confini regionali a glorie nazionali (Uochi Toki e Zen Circus, tra gli altri) e internazionali: gente come Mi Ami, USA Is A Monster, Experimental Dental School, gli oriundi Ulan Bator, calcherà i palchi del locale anconetano per devastare orecchie e far bruciare ampli proprio come nella miglior tradizione locale. Si sarà capito, da questa lunga carrellata di nomi e incroci. Si parla in definitiva di una serie incredibile di appuntamenti che non offre solo serate di ottima musica di matrice genericamente “rock”, ma evidenzia anche il brulicare irrefrenabile di un sottobosco che è un vero e proprio formicaio di suoni guitar-oriented. Per i forestieri nomi di punta italiani e/o stranieri, c’è sempre almeno una coppia di progetti indigeni pronti a dare man forte e – importantissimo – mai sfigurare. Che sia a colpi di furente noise-rock devastato, post-punk poetico e rurale, grezzo rock dei primordi o in progetti di elettroacustica rarefatta, poco importa. C’è energia, c’è passione, c’è tensione (pro)positiva; ed esce da ogni poro di un sottosuolo marchigiano mai così vivo e pulsante.

Tutto nasce in un perimetro tutto sommato ristretto. Di provincia che tale non si sente e dimostra ad ogni live, incisione e/o iniziativa di avere pienamente ragione. Un quadrilatero a ben vedere, racchiuso in una manciata di km quadrati in cui si coagula un concentrato di sporco rock rumoroso, sguaiato e slabbrato che ci fa tornare in mente per violenza quello targato Nyc inizi dei ’90 e per origine “periferica” quelli della Minneapolis di Tom Hazelmyer e della sua AmRep o della Austin, sede della Trance Syndicate di King Coffrey dei Butthole Surfers.

In mezzo la Ancona di Bloody Sound Fucktory. A nord e sud, Senigallia – base di Marinaio Gaio e About A Boy – e Macerata del dolce orsacchiotto Sweet Teddy a fare da supporto. A guardare le spalle, appena nell’entroterra c’è Jesi, quartier generale degli svalvolati di Valvolare, al tempo stesso etichetta, booking e sala prove.

Come ci conferma Nicola Amici (o Nik Droga che dir si voglia) – chitarrista proprio per Jesus Franco & The Drogas oltre che per Butcher Mind Collapse – Valvolare prende il via per volontà sua e di Riccardo Franconi (sempre BMC e Lebowski) sull’onda lunga dell’esperienza Bloody Sound, l’etichetta anconetana fondata da Jonathan Iencinella (voce dei Butcher Mind Collapse e gestore del Thermos ad Ancona) e Andrea Refi (grandissimo grafico r’n’r e voce dei Jesus Franco & The Drogas, nonché dj r’n’r attualmente coi Detroit Mafia Sound System): L’associazione VALVOLARE nasce nel maggio 2005 con, allora, l’unico scopo di creare e gestire una sala prove pubblica per i gruppi della zona dove si potesse far musica a basso costo. Ironia della sorte è che tutti i membri fondatori di Valvolare avessero già delle sala prove con i propri gruppi di appartenenza […]. Non è infatti solo la necessità di avere una sala prove comune, a dir la verità, a smuovere gli svalvolati. C’è anche il discorso legato ad un percorso di crescita del territorio… vuoi perché siamo parecchio legati alla nostra cittadina, vuoi perché era già da un paio di anni che avevamo intrapreso un percorso di sensibilizzazione nei confronti dell’Amministrazione Comunale (anche tramite petizione e raccolta firme) alla fine siamo riusciti a realizzare il nostro intento. Da lì all’avviare un’etichetta indipendente sono trascorsi un paio di anni. Verso la fine del 2007, infatti, si sono verificate delle situazioni propizie che ci hanno spinto a  fare “di necessità virtù”: i gruppi di cui fanno parte i membri del direttivo dell’associazione, infatti, avevano tutti registrato un disco o erano in procinto di farlo ed avevano comunque l’esigenza di trovare una label.

Detto, fatto! visto il catalogo niente male messo su, spesso se non sempre in coproduzione, da Valvolare: BMC, Jesus Franco & The Drogas, Bhava sono passati di qui e presto si aggiungeranno altri nomi, come i quotati Guinea Pig.

Bloody Sound Fucktory invece è una etichetta “piccola ma tignosa” partita dall’universo delle fanzine e dei dj-set roccherroll per approdare ad una sorta di laboratorio creativo capace di muoversi agilmente tra cd, organizzazione eventi e grafica da sballo. Proprio “Records, Graphics, Events & Communication” riporta a mo’ di sottotitolo il loro myspace, giusto per rivendicare il potenziale dinamico della sigla.

Alessandro Gentili – uno della trimurti Bloody Sound insieme ai fondatori Iencinella e Refi – ci racconta qualcosa in merito alle origini del collettivo: L’esperienza Bloody Sound nasce nell’estate del 2004 in una provincia anconetana in gran fermento: è il momento in cui tutto un sottobosco musicale, culturale e di costume, sembra stia spingendo per emergere alla luce del sole…

È così che più o meno casualmente si incontrano un manipolo di djs che suonano rock’n’roll, new wave, indie rock in locali come il Thermos e l’Ilè Aiyè ad Ancona, il Gratis a Senigallia, il c.s.o.a. Kontatto di Falconara, il Circoletto di Osimo. A quel tempo molte realtà cominciavano a farsi notare non solo entro i confini regionali, ma anche fuori da essi. È il caso di musicisti, ma non solo. Anche di entità di raccordo che molto incideranno nelle dinamiche della (ancora non) scena marchigiana: Ci sono poi diverse band i cui nomi iniziano ad oltrepassare i confini regionali grazie a etichette indipendenti quali Wallace e Psychotica che ne pubblicano i dischi; questo stimola gli altri complessi ed inizia ad attirare l’attenzione della gente, grazie anche a Kathodik, sito dedicato al rock e alla cultura indipendente con base a Macerata, sulle cui pagine le band e gli eventi locali vengono spinti e valorizzati. Non solo promozione, dunque, ma anche interazione. Sarà proprio Kathodik a tenere a battesimo nel proprio grembo virtuale, un evento fondamentale per lo sdoganamento oltreconfine del movimento musicale di quelle parti, la compilation MarcheIngegno Sonoro sulla quale torneremo più avanti.

Nonostante le varie realtà in fermento – …ci furono i primi tentativi di produzione indipendente, come la Anomolo di Osimo; o di organizzazione di concerti come la Hot Viruz, o ancora pubblicazioni come MusicClub e L’Urlo – dove tutto ciò cominciava ad avere un minimo di visibilità, la realtà doveva ancora compattarsi. Coordinarsi e fondersi in una specie di unicum dalle mille anime e dai mille volti. Ecco allora intervenire BS, che si interpone in queste dinamiche ancora ferme alla fase embrionale: …qui nasce Bloody Sound, che si pone come obiettivo a lungo termine quello di sollecitare il verificarsi di condizioni che possano far emergere quel flusso e quel dialogo di musiche, eventi, idee e soprattutto persone. Ovvero creare “La Scena”.

E il superamento della stessa, verrebbe da dire, visto che …se nella prima fase l’attenzione era rivolta soprattutto alla dimensione locale, ben presto l’esperienza ha acquisito un respiro più ampio, stabilendo contatti con realtà distanti ed eterogenee, pur rimanendo fermamente legata al territorio. Insomma, azione locale, pensiero globale, il tutto rigorosamente in stile do it yourself.

Segno di questa crescita organica sono sia i numerosi titoli targati Bloody Sound (date uno sguardo al catalogo sul myspace per togliervi ogni dubbio, considerando per pronte le new releases di Gerda e Guinea Pig), sia le numerose attività cui abbiamo accennato nella prima parte di questo approfondimento, cui ultimamente si è aggiunto il poster art studio Soul Food sempre di Refo.

Due realtà, si sarà capito, forti e centrali nel movimento marchigiano; due realtà che fanno della collaborazione e della condivisione un punto di forza che tende ad agglomerare piuttosto che a separare, senza per questo accartocciarsi in una molle riproduzione di se stesso ma tentando vie nuove e stimolanti. Prova ne sono le altre varie realtà discografiche (ma non solo, come ci insegnano da quelle parti) della regione, di cui non possiamo che accennare sbrigativamente ma che, fidatevi, non sono da meno. Come quelle sorte a Senigallia, che come ogni porto di mare che si rispetti ha i suoi marinai. Anzi, di più; Senigallia ha un Marinaio Gaio che è innanzitutto una sfilza di non è (rintracciabili sul myspace) che definisce molto più di qualsiasi altra parola. Passione ludica e dissacratoria al servizio di un suono tra i più innocenti e genuini: Oginoknaus, Dadamatto, Chewingum, M.A.Z.C.A. hanno il proprio domicilio da quelle parti.

Ma Senigallia ha anche un bambino sotto forma di piccola etichetta, anzi un’etichetta piccola come un bambino: About A Boy, il nome che evidenzia la freschezza e l’irriverenza di un progetto solitario e sentito che non disdegna collaborazioni con realtà come Tafuzzy e Records! S’il Vous Plait. O ancora la Macerata dell’orsacchiotto Sweet Teddy di Andrea Bontempo (anche dj di vintage r’n’r e corresponsabile dell’esordio di Dadamatto) o la Osimo di Anomolo e del Loop, per non parlare dei tantissimi spazi, più o meno piccoli, più o meno ufficiali, che sbucano in ogni dove, pronti a diffondere il verbo sonoro delle Marche marce.

I suoni e i rumori.

Padrini spirituali di questo “suono” ce ne sono. Molti consumati su supporto digitale, mp3 o, si spera, solchi di vinili. Ma due almeno fatti e cresciuti in casa. Di zona. Due trii per certi versi accomunabili se non per suoni, per lo meno per attenzione alla ricerca e sviluppi di carriera, oltre che da nomi talmente normali e quotidiani da sfiorare il banale. Nomi però secchi e diretti proprio come le musiche prodotte: Altro e Sedia.

Post-punk teso e poetico per i primi; noise-rock corposo e sui generis per i secondi, tanto per essere banali e descrivere in due parole le musiche ruvide da loro prodotte. Entrambi i progetti sono però accomunati anche da quel senso di (neanche tanto) latente commistione che ha avuto sviluppi piuttosto evidenti da un lato nella carriera di artista visivo di Baronciani (che di Altro è voce e chitarra), apprezzatissimo e quotato “fumettaro”; e dall’altro nelle evoluzioni sempre musicali di Mattia Coletti, riconosciuto chitarrista/produttore della scena avant-rock nazionale e non, e del duo Calbucci e Compagnucci, sempre pronti alla sperimentazione (visti ultimamente al fianco di Damo Suzuki nel suo Network o in solo, come nel progetto basso/batteria a nome Beasts).

Restando fermi ad Altro e Sedia, senza deragliare in territori di ricerca, le due suddette linee – insieme all’insana passione per il rock-garage più sudato, tirato, urlato e grezzo – sembrano tornare e riemergere in molti dei nomi che trattiamo in questa indagine. Indagine che non può non partire da un evento virtuale di qualche tempo addietro cui accennavamo in precedenza e che per primo gettò un po’ di luce sul marasma in movimento da quelle parti. Parliamo di MarcheIngegno Sonoro, compilation in doppio cd in due volumi e free dwld (produci, diffondi, consuma… il nuovo motto del 2.0) in cui a sfilare erano/sono tutte le realtà indipendenti della regione e in pratica tutti gli stili e generi masticati da questi brutti ceffi. Nel Vol. 1-2 facevano bella mostra di sé i Lush Rimbaud da Falconara, col loro post-wave-funk bianco e nervoso testimoniato dall’ottimo album su FromScratch Action From The Basement, ben supportati, tra gli altri, dal post-punk ruvido degli Edible Woman, dallo screamo di Gerda, dal garage marcio e dilatato di Guinea Pig. Nel Vol. 3-4, era invece l’onda più giovane formata da praticamente tutti i nomi che ricorrono in questa indagine – Oginoknaus, BMC, Lebowski, Lleroy, ecc. – a fare bella (o brutta, dipende dai punti vista) mostra di sé, insieme a qualche nome storico e/o di altro contesto stilistico (gli Affluente, i già citati Altro, IOIOI, Scarabocchio, ecc.).

Le linee genealogiche, si diceva. Accomunabili a quella larvatamente targata Altro, prevalentemente giocata cioè su un uso ricercato dell’italiano misto ad un bruciare da dopo-punk teso e vibrante, sono un paio di nomi già trattati da SA in tempi non sospetti: i Dadamatto e i Lebowski.

Dei primi colpì più il secondo album Il Derubato Che Sorride che l’esordio del 2007 Ti Tolgo La Vita, per il suo concentrato di pura poesia della provincia, come scrivemmo mesi addietro, spalmata su ritmi e sonorità da dopo-punk; dei secondi l’ironia tagliente dei testi, come sottolineava il buon Zampighi, che non è mezzo ma fine di un approccio ludico e lucido alla materia rock nel terzo millennio.

Non resta perciò che occuparci dell’altra linea genealogica, quella più marcatamente rock-rumorosa declinata di volta in volta a seconda delle peculiarità di gruppi che – giova ricordarlo – sono spesso se non sempre frutto di un unico humus comune. Ci occupiamo perciò, in ordine di apparizione, di Butcher Mind Collapse, Lleroy, Bhava e Jesus Franco & The Drogas. In poche parole del marcio che c’è nelle Marche.

Butcher Mind Collapse

Mesi addietro arrivò a far bella mostra di sé un dischetto con una copertina talmente oscena da far tornare in mente, solo al guardarla, i peggiori incubi a stelle&strisce: da Butthole Surfers e/o Dwarves in giù, tanto per rendere l’idea.

Vomito, sangue, sessi femminili. Roba materica, fastidiosa, invadente sin dall’iconografia scelta ma che rispecchia esattamente quello che si trova concentrato in pochi pezzi (sette ad esser precisi) e ancor meno minuti (non si arriva alla ventina) in Sick Sex And Meat Disasters In A Wasted Psychic Land. Titolo chilometrico – ci vuole più a leggerlo che ad ascoltare tutto il mini – che mescola spavaldamente spazz-core e puzza di feci, equilibrismi ritmici da forsennati in calore e devastazioni circensi indiavolate messe in scena da un quartetto di veterani: Jonathan Iencinella (voce), Riccardo Franconi (chitarre e synth, anche Lebowski), Nicola Amici (chitarra e sax, anche Jesus Franco…) e Giampaolo Pieroni (pelli).

Come quartier generale hanno il classico garage in periferia (di Jesi, ad esser precisi) e come influenze citano nomi impegnativi (Captain Beefheart, Pere Ubu, Jesus Lizard…), ma non è roba da poseurs o fighetti dell’ultim’ora. Nei fatti, i Butchers non sono da meno dei maestri, anzi. Hanno dalla loro l’attitudine dissacratoria propria del grande gruppo; l’immediatezza punk che si fa sintesi estremizzata ed essenziale (less is more?); l’autoironia sublime di chi sa stare al gioco che, sia chiaro, non vuol dire non prendersi sul serio, ma avere bene in mente quale posto occupare nella scala del rock. Inoltre, giusto per non farsi mancare nulla, spolverano il tutto con una coltre di nebuloso noir ellroyiano che non guasta affatto, sposandosi assai bene con le sonorità urbane (e newyorchesi, nello specifico) evocate dai pezzi.

La voce di Iencinella rievoca un David Yow più ubriaco e claudicante o al limite uno Stu Spasm ancor più al vetriolo. L’interplay strumentale sciorina un bignami completo della wave più fratturata, del noise più forsennato e senza freni, del rock più sudato e abrasivo. La sensazione generale è quella di una messinscena della depravazione più becera e squilibrata, esasperata e sboccata (Cunt Face vale più di mille saggi di sociologia) nella sua tendenza all’autodistruzione. Due pezzi su tutti rendono l’idea della metabolizzazione di anni e anni di ottimi ascolti: Goddess Dustman, improbabile jam tra i Pere Ubu e i Primus, costretti in uno scantinato del Lower East Side nel ’93; e Monkeys Don’t Suck, furibonda e sfrenata discesa agli inferi, che prende a bordo i Cows più spastici e free e trascina con sé la schizofrenia dei suoni più disturbanti dell’ultimo trentennio. BMC è il suono del circo delle atrocità.

Lleroy

Se uno che di rumore se ne intende, diciamo un Giulio “Ragno” Favero a caso (One Dimensional Man, Teatro Degli Orrori, Putiferio, Zu…come dire un bel pezzo di storia rumorosa italiana), in un post concerto incensa un trio di pischelli sconosciuti considerandoli un gruppo-bomba, un motivo ci deve pur essere.

Fre’, Gia’, Cecca’, al secolo i fratelli Zocca (Giacomo al basso e Francesco alla chitarra/voce) + Riccardo Ceccacci, sono i Lleroy da Jesi, per autodefinizione un power-trio mud-core dedito allo psycho-vandalismo.

Ingannevole è la giovane età, più di ogni cosa, verrebbe da dire parafrasando il titolo del libro che ha portato la fama al quasi omonimo fake letterario J.T. Leroy. Perché l’esordio lungo racchiude in sé la esagitata furia iconoclasta – cifra stilistica fondamentale dalle parti del Conero – e vi aggiunge maturità di applicazione e lucidità di intenti da lasciare attoniti. I tre Lleroy recuperano infatti il marasma interiore, tutto sconquassi e bruciori, del grunge primigenio, quello virato al nero che rese Bleach il monolite che è e quello che King Buzzo riuscì, grazie all’ottusa insensibilità delle major, a vendere alla Atlantic.

Quella però è solo la base di partenza, il canovaccio iniziale, la tela nero pece sulla quale spennellare schizzi di post-hc materico (i Breach di It’s Me God, qualcuno se li ricorda?), fratture e passaggi arzigogolati degni dei migliori Dazzling Killmen, squadrature metalliche completamente addicted al verbo degli Helmet. In Juice Of Bimbo c’è trance agonistica, sottomissione al verbo del rumore privo di cacofonia, catarsi istintuale e cruda in ogni passaggio urlato e/o martirizzato di chitarra, basso o batteria.

Paradigma del suono Lleroy è Naked Violet, concentrato di puro dolore su pentagramma: ugole bruciate da post-hardcore schizzato, chitarra pesante come un macigno, basso caterpillar incazzato e batteria in modalità doppiacassa. Tutto irrimediabilmente distorto ed amplificato a livelli insostenibili. Come un urlo munchiano in un mondo di sordi, che lega per affinità il trio a progetti già indagati da SA, come Dead Elephant e Lucertulas.

A fare la parte del leone è la chitarra di Fre’ – in ballo anche in Guinea Pig e Gallina, trio di post-punk agricolo (?!) con Michele Grossi di Dadamatto e Marco Bernacchia – ma basso e batteria non sono da meno, pronti a fondersi e sostenersi nel creare un magma incandescente mobilissimo e plasmabile.

Sarà chiaro. I Lleroy flirtano di brutto con le musiche estreme senza apparire tali. E sono forse i più “pesanti” tra i nomi citati in questo spazio. Tre facce da bravi ragazzi che saliti su un palco qualsiasi o attaccato un jack ad un ampli si trasformano in potenziali killer e/o stupratori di pentagrammi. Non è un caso che stiano per partecipare al vol. 3 di Leviatani & Zanzare, festival-manifesto di sonorità estreme organizzato da un altro ricettacolo di educande, la bolognese CynicLab.

Bhava

Pane e furia, ricordano sempre questi Bhava, e l’ascolto di Double Jump Carpiato (anche in uscita americana, per la Radio Is Down di Olympia) non li smentisce: 8 pezzi per 15 minuti di brutale noise-core spastico e spigoloso come da manuale. Urlato nella lingua di Dante dall’ugola sgraziata e straziata di Raffaele Cascia; devastato nei suoni dall’urticante interplay di Alessandro Guerri (batteria, anche Paperoga), Manuel Volpe (basso, il solo-project Vertebrae) e Lorenzo Marinangeli (chitarra, in solo come Hey! Team).

Progetto più giovane tra quelli di cui stiamo parlando – per questioni sia anagrafiche (una età media di soli 21 anni!) che musicali – Bhava prende il via nel 2007, quando Ale, Lorenzo e Raffaele militavano nei Virginia. Questo giusto per tenere a distanza l’idea di emulazione che in un contesto stimolante e pieno di travasi come quello marchigiano potrebbe essere dietro l’angolo: I Bhava nascono con i Bhava e la spontaneità con cui è iniziato tutto è la nostra bandiera per continuare a fare ciò che ci piace.

E quello che piace a loro, piace anche a noi, visto che si tratta di un puro panzer rock già maturo nel suo mescolare sulla solida base (quasi) post-hc tensioni da noise-rock dei 90s, destrutturazioni now-wave e chitarre a grana grossa garage; dettagli, scatti e screziature varie però proiettano verso lidi japanoise (altezza Melt Banana) e anche – complice il sax dell’ospite Davide Uncini in L’impero Delle Vacche Di Bhava – verso aperture jazz-core.

Ovviamente, anche per il quartetto jesino è valido il discorso della interazione tra forze diverse portato avanti sin qui, non solo per l’aspetto produttivo del disco (coproduzione tra Valvolare, Bloody Sound et alii). La forte carica aggregativa – in questo caso rappresentata proprio da Bloody Sound – è al centro dell’universo Bhava come ci confermano Manuel e Raffaele: Poi c’è la Bloody Sound e il fermento che ha creato negli ultimi anni nella nostra provincia (Ancona) dove tantissimi ottimi gruppi dal sottosuolo hanno trovato una via d’uscita grazie anche al loro aiuto e noi, essendo il gruppo più giovane di tutti abbiamo visto crescere tutto ciò consumandone dischi e amando le loro band che hanno fatto da apripista […] le occasioni che la nostra città (Jesi) ci offriva per mantenere una vita sociale accettabile erano e sono pari a zero, la routine del circolo reduci e dei bar a poco prezzo non faceva altro che annientare tutte le aspettative e quindi suonare per noi ha sempre rappresentato un evento extra-ordinario con il quale puoi ancora esprimere te stesso e ciò che ami di più.

Scoramento tutto sommato comprensibile in provincia, ma Bhava è un torello giovane e supera le dinamiche provinciali partendo di corna, stando a quanto dice di sé: un toro che ti disarciona con movimenti bruschi e convulsi solo apparentemente casuali.

Menzione speciale alla scelta di cantare in un italiano mai banale, nei testi come nelle metriche; liriche in cui Raffaele dimostra molto più dei suoi venti anni. Crediamo di fare cosa gradita concludendo con uno stralcio dal distico iniziale di Il Mio Compleanno, che dice più di qualsiasi descrizione: e allora adesso vieni qua che ti insegno io come vivere al margine / anche le situazioni di cui sei l’indiscusso protagonista.

Jesus Franco & The Drogas

La panoramica sulle Marche rumorose non può che concludersi col supergruppo dei supergruppi, ovvero la dimostrazione vivente della trasversalità e degli inarrestabili travasi della scena marchigiana. Lebowski, BMC, Lush Rimbaud, Bloody Sound; grafica, attitudine, organizzazione e devasto più totale, tutto questo confluisce in JF&TD, gruppo di furioso rock’n’roll che non sfigurerebbe affatto nel catalogo In The Red.

Jesus Franco – aka Michele Prosperi (già Ego e prossimamente NewLaserMen) alla batteria – e i 4 Drogas – alle chitarre Nicola Amici (BMC) e Andrea Carbonari (Guinea Pig), al basso Marco Giaccani (Lush Rimbaud), alla voce il già citato grafico rocchenroll Andrea “Refo” Refi – snocciolano un esordio che non puzza di America, ma è America! tanto grasso e grezzo è il rosario in 11 tracce esposto in Get Free Or Die Tryin’.

L’attacco (Honolulu Baby) è già da brividi su per la schiena: cassa dritta, fischi di ampli, rullatona e via, una corsa scavezzacollo che sembra un r’n’r trasfigurato in rito voodoo, tanta è la carica primitiva che i cinque ci buttano dentro.

Proprio carica ed energia sono il miglior pregio di JF. Impossibile tirare il fiato negli 11 pezzi dell’album, vera e propria discesa negli inferi del rocchenroll più sudato e ignorante, incurante di modelli di riferimento che non siano da stuprare, sporcare, deformare. Una irruenza che tramortisce tanto è delirante e scomposto l’assalto all’arma bianca di Zombi Polka, Mompracem, Yeti. Pezzi che rimandano indistintamente a Clinic e Cramps, Sonics e blues deforme e stravolto à la Crypt.

Il rock in ogni sua forma masticato & risputato dai Drogas – dai tardi sixties alle ultime cose targate ITR – è però rivestito di dissonanza noise che non può non essere debitrice della fase più calda del NY sound dei 90s. Tutta quella genia di giovani white trash drogati capaci di rivitalizzare il blues a forza di violente iniezioni di rumore bianco, iconoclastia e incapacità tecnica. Di capacità, i cinque Jesus ne hanno da vendere, ma come per i Boss Hog – da poco riformati e definiti mille anni fa come combo di riciclo per fidanzate stanche di musicisti noise di Ny – sono anch’essi un supergruppo in grado di fornire una versione insieme 2.0 e sanguigna del r’n’r. Non caustici ed abrasivi come i Pussy Galore, veri e propri geni inetti della musica, ma più “lineari” e consoni come gli Honeymoon Killers o i Crunt di Stu Spasm e Kat Bjelland.

Prendendo il nome in prestito dal cineasta spagnolo autore di una caterva di b-movies, titoli ed iconografia tutta rimandano all’immaginario filmico più depravato, come un Tarantino meets Rodriguez sparato a folle velocità giù per i vicoli di una Ancona underground mai così vicina al Lower East Side. East Coast chiama e costa est risponde, verrebbe da chiosare. Senza sfigurare affatto.

Conclusioni

Di solito, in ambito rock, ad essere ricercato e condiviso tra più band era sempre e solo il batterista, per le ovvie questioni legate alla difficile reperibilità di un drum-kit. Questa indagine parziale e limitata sull’agitazione delle Marche spera di aver dimostrato che scambi, travasi, prestiti in nome di passioni comuni e tendenze stilistiche più o meno rumorose sono, in quello spicchio d’Italia a torto considerabile periferico, non sono solo una sorta di way of life per uscire dall’isolamento, ma anche in grado di far scattare dinamiche incredibilmente stimolanti.

Lo dimostrano i gruppi tirati in ballo – frutto di una scelta personale e arbitraria, non qualitativa, sia chiaro – e i moltissimi (gruppi, etichette, locali, festival) che per questione di spazio e tempi non vi sono stati inclusi. O quanti – pensiamo a Gerda, Guinea Pig, NewLaserMen, Above The Tree, tanto per fare dei nomi – escono proprio in questi giorni o nei prossimi mesi, continuando a portare alto il vessillo delle Marche marce. Quelle rumorose e cooperative. Quelle trasversali e aggregative. Quelle che preferiamo.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare