Chi se ne frega di Caparezza?
-
Gabriele Marino
- 30 Marzo 2011
Michele Salvemini è un tipo intelligente. Lo si capisce dalle interviste (in quella nel recente libro di Damir Ivic sull’hip hop italiano spiega in maniera più che efficace perché si è tirato fuori dalla “scena”; in sintesi, non ci azzeccava niente) e lo si capisce dal fatto che, dopo degli inizi imbarazzanti che avrebbero tagliato le gambe a chiunque (cercate sul Tubo la mitologica apparizione a Sanremo 1997 a nome Mikimix), è riuscito a costruire un personaggio e una carriera a prova di bomba: con un seguito di pubblico incredibile, tormentoni da classifica clamorosi (Fuori dal tunnel, ossessione totale del biennio 2004-2005), sponsorizzazioni speciali (Leo Ortolani, il creatore di Rat-Man) e il supporto di molta della critica che sposta le cose in Italia (dal Club Tenco a larga parte della grande stampa nazionale).
Qui su SA il suo Habemus Capa era stato recensito molto positivamente, per la novità del personaggio, l’appeal comunicativo a 360 gradi, l’innegabile bravura nel costruire rime piene di trick brillanti e la capacità di spararle con un rappato nasale e cartoonesco – immediatamente riconoscibile – alla velocità della luce. Il personaggio Caparezza va inquadrato infatti in una scena – siamo ancora nel pre-Fabri Fibra su Universal (stessa casa di Capa; Tradimento è del 2006) – incapace tanto di rinnovarsi e tirare fuori proposte di qualità, quanto di sdoganarsi seriamente presso il pubblico pop.
Ora che il personaggio non è più una novità, e al di là dei possibili gusti personali, quello che ci preme esplicitare in questa sede non è che Caparezza – banalmente – non ci piace (e ribadiamo, ci sta anche simpatico), ma che non ci piace la sua m-u-s-i-c-a. Lui dice di ispirarsi all’eclettismo di Frank Zappa (ma Zappa per favore lasciamolo in pace) ed eclettico lo è davvero: ma se i suoi calembour testuali sono intelligenti o quantomeno sagaci, il suo elettro-rock-crossover è invece definitivamente dumb all over, adolescenziale nel peggiore dei sensi possibili, e cioè facile-facile e populista. E se il medium è il messaggio, il messaggio a noi arriva molto disturbato. Meno cripticamente: i “contenuti giusti” delle liriche di Capa vengono ammazzati da una retorica e da un tasso di semplificazione della materia che li rende pappetta perfetta per ragazzini fino ai 17 anni, occhei (e del resto Capa ama molto e molto è amato dal rètore Frankie-Hi-Nrg); ma a noi disturba molto ma molto di più la pochezza dell’apparato squisitamente musicale.
Perché la musica di Capa è un polpettone citazionista dove la citazione non è mai operazione linguistica, non è mai scarto nel senso dello scatto in avanti, ma scarto nel senso del mero riciclo di materiali per mancanza di un linguaggio personale. Volendo divulgare il verbo, per quanto comunque il Salvemini delle interviste dica che non gli piace fare il guru o porsi come educatore, la scelta cade sulle musiche a più alta penetrazione a seconda del segmento giovanile di volta in volta messo a fuoco (reggae, funky, hardrock, dance), fermandosi al grado zero della massima assimilabilità possibile: i loro cliché.
Ecco, ci sembrava questa una premessa – diciamo estetica – doverosa da fare, prima di parlare del quinto album dell’artista molfettese. Alla cui recensione ovviamente rinviamo.
