Sbagliando nota – Parte terza

Un gruppo di tabernacolo

Gli Skiantos hanno superato
la dimensione del gruppo di nicchia
per attestarsi sulla qualità del gruppo di tabernacolo,
in quanto anche protetti dalla setta religiosa
dei “Santi sballati del penultimo giorno,
tranne il sabato e prefestivi”.
Skiantos, comunicato stampa.

Che peccato buttare le perle ai porci…
ma pensate che casino buttare i porci alle perle!”.
Skiantos, Sconcerto, 1987

Negli anni ’80 in classifica non c’era solo il Sudamerica annacquato del pop balneare, il proseguire della disco o il synth-pop/new wave sbiadito: in qualche modo c’era anche il rock. Tolti Springsteen e pochi altri, però, si trattava o di vecchie star degli anni ’60, bollite e ripulite, 40enni “sistemati” nella moda e nel suono orrendo d’epoca: come esempi emblematici, gli Starship che nulla più serbavano dei tempi in cui, come Jefferson Airplane incarnavano lo spirito della California anni ’60, e l’Eric Clapton prodotto da Phil Collins. Di quest’ultimo bisogna parlare, perché se “il rock” come lo intendeva il grande pubblico si era trasformato, tra ’70 e ’80, in una scelta tra eredi più o meno coatti del glam e degli Zeppelin, il country rock da cartolina post- West Coast e il rock ripulito da radio, l’attività di produttore del batterista/cantante dei Genesis, che già aveva portato il suo gruppo verso lidi da classifica, segna una tappa importante nel pop rock di quegli anni. Infatti, tra i dischi del suo gruppo, quelli da solo e quelli che produce, Collins arriva ad elaborare un suono fatto di batterie fragorose ma disciplinate, chitarre addomesticate dagli effetti usati nella new wave e qui piegati a una pulizia generale che liofilizza e irreggimenta gli eccessi del rock. Il tutto in un sound che, nel suo fingersi cattivo mentre in realtà è studiatissimo e controllatissimo, viene perfettamente incontro sia all’imborghesimento di una musica e di una generazione, sia ai progressi tecnologici nell’ambito delle autoradio, i cui possessori richiedevano sempre più pulizia e potenza di suono, strumenti isolati ed isolabili contro l’impasto di una volta (anche qui individualismo contro collettivismo).

Agli Skiantos, destinati ad essere sempre al passo coi tempi, toccherà anche questa tappa.

Rantola ancora

L’avventura che ricomincia nel 1987 non ha più la fama e la rilevanza di un tempo: il “rock demenziale” comincia a contare svariati adepti, ma se si eccettua qualche ritorno di fiamma e la partecipazione nei primi anni ‘00 alla trasmissione televisiva Colorado Cafè, gli Skiantos sono ormai un gruppo “di nicchia, anzi di tabernacolo”, seguito più per il passato che per i pur interessanti nuovi lavori. Ma anche se i loro concerti non sono più gli eventi di un tempo, se pure la loro natura è semplicemente quella di una band che fa dischi, i Nostri non rinunciano a dire la loro sul Paese in cui vivono con verve e ispirazione che, pur con i fisiologici alti e bassi, non lesinano grandi momenti.

Il tutto nonostante la voglia del gruppo di provocare e far riflettere sia condannata a scontrarsi con la miopia e le logiche (nonché le tasche) ristrette dei discografici (anche quando animati da buone intenzioni), le cui opzioni nei confronti degli Skiantos sembrano limitarsi a due: tentare di cambiarli, oppure non spendere una lira per promuovere i loro dischi, fidandosi della fedeltà del pubblico o della curiosità verso il nome storico. Dandy Bestia: “E continuammo in cantina praticamente, facendo pochissimi concerti, fino a quando nell’86 ne facemmo uno grosso al Q-BO che ebbe un grossissimo successo, per cui a quel punto ci sentì Roberto Casini che era batterista e in qualche caso anche paroliere di Vasco Rossi – per dire, Va bene, va bene così è sua. E ci produsse questo disco per la Targa Bollicine che per l’appunto è la casa discografica di Vasco, che è Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti. Ecco diciamo che quello è il vero disco del rientro; e vendette anche parecchio…”

I Nostri ricominciano così sotto l’egida dell’etichetta di Vasco, per la quale tra il 1987 e il 1990 incideranno due album di studio e uno live. Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti (Targa Italiana-Bollicine, 1987) fin dal titolo indirizza gli strali su una decadenza culturale già in evidente corso all’epoca e sempre di più col passare degli anni. Tra le canzoni che si iscrivono tranquillamente nel registro dei classici del gruppo, Sono contro e Gli italiani son felici ritraggono i vizi del Belpaese (la prima più rabbiosamente, la seconda col solito spirito beffardo e con una rara voce guida di Dandy Bestia), Sono un ribelle mamma (l’ennesima Sono… del loro canzoniere, come i suddetti Ramones con wanna…) invece satireggia certi giovani divisi tra genuini slanci “alternativi” e un’eccessiva abitudine alle comodità domestiche. Ma funziona anche il grido di gioia anti-divisa di Riformato, l’autoritratto “contro” di Picchiatello (con un’altra falsa partenza, come Permanent Flebo) e, tutto sommato, anche il blues di Vacci piano, tardivo – almeno per quanto riguarda la “loro Bologna” – appello ad evitare l’eroina, più serio di quanto non dica l’interpretazione della canzone.

Il disco insomma, più che vedere i Nostri in forma ritrovata, li rivede finalmente nei loro panni, che avevano temporaneamente smesso per indossare a forza le improbabili e inadatte vesti di pop band. Ma qualche straccio addosso è rimasto: Non c’è gusto… infatti è indebolito da una produzione che paga un tributo al rock mainstream del periodo (e del padrone dell’etichetta, appunto Vasco Rossi e al suono di certi suoi dischi come C’è chi dice no), la quale impedisce di gridare compiutamente al grande ritorno, e che inoltre danneggia oltre i loro limiti l’appassionato tributo al rock di Rantola ancora (quasi un bentornato alla musica) e la successiva Promesse, una satira sui discografici di drammatica attualità in qualsiasi momento della storia del gruppo. Non è per niente un caso che, dopo quanto passato, ad aprire il disco del rientro si trovino due canzoni simili. In mezzo all’album le poche parole recitate di Sconcerto, alla fine C’è sempre una ragazza che mi piace ha una lieve malinconia sotterranea che sorge dai suoi tempi dilatati e va oltre il testo e i limiti dell’arrangiamento leccato.

Insomma, pur col rammarico per l’abbandono di Stefano Sbarbo e della sua inconfondibile voce, pur dovendo ancora lottare per essere se stesso, il gruppo torna finalmente in corsa e in salute.

Questo disco però – e anche gli altri due usciti per la Targa Bollicine – ha un suono un po’ “Vasco”…

Dandy:

“Sì, ma più che “Vasco” direi molto pop. Cosa che a noi ha sempre riguardato molto poco, oppure noi il pop l’abbiamo usato ma per prenderlo per il culo, non facendolo sul serio. Invece lì ci han fatto fare il pop sul serio. C’è voluto il nostro bel da fare per metterci dentro più chitarre possibile e più ironia possibile. Le canzoni, ascoltate adesso, secondo me erano bellissime, ma sono state arrangiate troppo alla moda dell’epoca, meno rock e più pop, insomma, per cui alla fine eravamo contenti del fatto di essere tornati in pista con le nostre canzoni, ma ecco il suono non era il nostro, non era quello che volevamo.

Erano tutte canzoni composte e arrangiate da noi per chitarra, basso e batteria, e invece lì c’erano solo tastiere, un casino bestiale. Però allora funzionava così, io non ce l’ho con Roberto Casini, perché Roberto ha fatto quello che gli sembrava più giusto fare in quel momento: cercare di vendere dei dischi, che per un produttore è una cosa assolutamente indispensabile. Però non centrava perfettamente l’argomento, perché poi erano canzoni costruite su dei giri di chitarra, e mettendoci delle tastiere l’ibrido era a volte un po’ inquietante”.

Freak:

“Il produttore era Roberto Casini, lui voleva rendere più commerciali gli Skiantos, in qualche modo, sempre affrontando la nostra ostilità di rocchettari abbastanza intransigenti, ma comunque alla lunga non chiusissimi.

Nel senso che quando un produttore ti martella tutti i giorni sul fatto che qualcosa devi concedere alla radiofonicità del suono, alla televisività ecc… ecc… alla fine un minimo di compromesso lo accetti; ma non è servito a granché. Cioè questo produttore voleva renderci più commerciali “senza snaturarci”, per cui voleva rendere leggermente più pop, quindi più udibili radiofonicamente, i suoni degli Skiantos, li voleva far passare per le radio, con un ragionamento per certi versi molto furbo ma ineccepibile: lui ci diceva “perché gli Skiantos, che hanno delle canzoni valide, interessanti e comunque originali devono essere tagliati fuori regolarmente dalla sfera delle canzoni che si ascoltano per radio? Allora facciamo arrangiamento e soprattutto suoni in sede di mixaggio che siano papabili dalle varie radio, che siano in qualche modo radiofonici perché hanno un suono potente, molto chiaro, molto pulito e quindi diamogli un minimo di quello che vogliono perché è giusto che gli Skiantos colgano anche una loro fetta di successo, visto che lavorano da anni, da anni hanno un loro discorso ecc… bla bla…”. Va bene, concediamo qualcosa alla radiofonicità dei dischi, questo però non è servito granché, nel senso che poi se tu ascolti le radio principali gli Skiantos non li mettono quasi mai. Non so perché, ho la presunzione di pensare che le nostre canzoni non siano peggiori di tante altre, sento delle cose vomitevoli per radio, credo che le canzoni degli Skiantos potrebbero essere tranquillamente trasmesse dagli enti radiofonici più grossi, ma noi siamo regolarmente esclusi da quel giro, quindi è tutto un combattere contro i mulini a vento”

Ti voglio così

Buone notizie comunque a livello artistico, un po’ meno per il resto: sebbene infatti il disco riscuota successo e il ritorno faccia clamore, l’effetto si spegne prima del successivo Troppo rischio per un uomo solo (Targa Italiana-Bollicine /Ricordi, 1989). Peccato perché, nonostante la solita produzione “hardrocchettara” da radio (tastiere coattelle, sax ruffiani del pur bravo Charlie Molinella, batterie alla Phil Collins produttore…) e l’ispirazione altalenante, questo è un disco che segna un cambiamento importante nella poetica dei Nostri. Vi compare infatti, accanto ai classici registri ironico-grotteschi su toni sopra le righe da attore Dada, una finora inedita dimensione cantautorale, la capacità di raccontare storie con un tono più “umano”, di scrivere canzoni “serie” ed inserire un nuovo registro nel ventaglio espressivo del gruppo. Gli Skiantos cominciano qui ad usare uno sguardo che non coglie più solo il surreale ma anche il tragico, cercando però di evitare la retorica di cui si sono fatti beffe fin dagli esordi (un rischio talvolta non scampato, ma per fortuna raramente).

Più che dalle canzoni vere e proprie, che risultano un po’ nascoste dalla produzione, la svolta è segnata dai testi, centrati su un intimismo malinconico ed emarginato – l’uomo solo e la marginalità, declinati in varie forme, sono infatti il tema centrale del lavoro: vedi Ancora sovversivo, Le ragazze mi dicono di no, Brutte figure e l’elogio della donna sgraziata di Ti voglio così. Tra i brani migliori troviamo un pezzo “serio” come l’apertura rock di Non voglio più (Antoni parla del vizio dell’eroina in termini decisamente più chiari e forti di quelli usati in Vacci piano, a conferma della “svolta”), poi la canzone preferita del buon Freak Sbagliando nota, e lo splendido, sgangherato Blues degli orti metropolitani (che il produttore, in controtendenza rispetto al resto del disco, ha fortunatamente lasciato grezza). Odio tutti (canzone di Natale), d’altro canto, dribbla la prevedibilità – come altre volte – grazie a qualche improvviso scarto di senso e al timbro vocale del leader (altrettanto importante delle parole per comunicare il significato), con la sua intonazione capace di scompaginare il prevedibile.

Freak:

“Il processo di investigazione dell’intimo, di proposta dell’intimo, era accennato già in Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti ma probabilmente è Troppo rischio che segna l’inizio di un percorso più intimista, più riflessivo per certi versi. Il fatto è che noi iniziammo come gruppo d’assalto, da barricata quasi, da barricata creativa; gruppo d’assalto, gruppo offensivo, gruppo battagliero, gruppo anche rapace, per certi versi, con gli artigli sempre sfoderati. A un certo punto ci sono altre sfumature, ma ripeto secondo me già ai tempi di Non c’è gusto… perché dopo gli anni ’80 o negli anni ’80 – gli anni del riflusso che hanno ribaltato ogni cosa- nel vuoto e nel deserto creativo, compositivo, artistico-culturale la scommessa poteva essere ribaltata, considerato anche il fatto che erano nati intanto molti gruppi sedicenti demenziali. La cosa ci piaceva, ci piaceva che molti gruppi provassero ad essere demenziali, a dare sfogo al loro lato ironico, però diventava anche molto scontata, e a noi cominciò a non piacere il fatto di essere solo e soltanto in un modo.

Voglio dire: quando iniziammo la rima baciata serviva per sottolineare le nostre distanze dai cantautori, per esempio, da quel tipo di presunzione impegnata, da quel tipo di impegno di livello poetico alto (quando in realtà poi andavi ad analizzare le loro cose scoprivi che spesso era sbobba letteraria da quattro soldi, o che perlomeno in un disco c’erano un paio di canzoni-perle e il resto era sbobba retorica). Poi, visto che la situazione si era ribaltata anche la scommessa creativa-artistica degli Skiantos andava in qualche modo ribaltata, o comunque ridimensionata. Lo stesso linguaggio degli Skiantos non poteva essere sempre così crudo, così diretto, “ti spacco la faccia dal vivo”, “tutti fatti”, “io ti rompo il muro che c’è tra noi” ecc… a quel punto si poteva ricominciare forse a parlare di impegno, di questioni spirituali, di impegno poetico, di impegno sociale, si poteva iniziare a recuperare il messaggio. Il messaggio era appannaggio dei cantautori, insopportabili, degli anni ’70; verso la fine degli anni ’80 si poteva iniziare a recuperare l’odiato “messaggio”, “odiato” anni prima, e lo si poteva recuperare e trasformare in nuovo impegno. Per questo abbiamo deciso di modificare anche la nostra poetica, perché no? La nuova scommessa era parlare senza retorica di argomenti esistenziali, di solitudini spirituali. C’era una nuova scommessa da praticare, e quindi recuperare anche argomenti impegnati, perché no?

Un esempio di differenza tra i due dischi è il modo in cui avete affrontato lo stesso tema in Vacci piano e in Non voglio più

È proprio diverso il registro. Più tragico nel secondo caso, perché abbiamo voluto in qualche modo recuperare anche la tragedia: perché la tragedia deve comunque restare fuori dall’ordito delle canzoni Skiantos? Perché questo tipo di espressività, questo tipo di tessuto non deve in qualche modo essere parte anche dell’espressività Skiantos? Sempre avendo come punto di riferimento l’ironia, che è il nostro modo di esprimerci; ma perché non passare a volte anche per dichiarazioni semiserie? Perché comunque non adottare un’ironia più seria, più partecipata, più sofferta?

Dire cose serie attraverso un’apparente follia, insomma…

Certo, la follia è sempre una delle componenti del demenziale. Naturalmente gli Skiantos esagerano anche in angustia e nel disagio esistenziale, però sì, perché no? Perché non percorrere anche questi altri sentieri che sembravano essere la negazione della poetica Skiantos dei primi anni? Ma ripeto: il paesaggio, il panorama sociale che si viveva nella seconda metà degli anni ’80, in qualche modo ci ha fatto orientare spontaneamente verso il recupero di una dimensione più passionale”.

Per la mia strada continuerò

Negli anni Novanta, l’aggettivo demenziale
è diventato sinonimo di goliardia gratuita,
turpiloquio banale, sciocchezzaio volgare e cretino…
mentre secondo l’accezione primaria (…)
voleva significare umorismo surreale,
pieno di non-sense e di assurdità,
ma lucido e determinato

L’epoca vascorossiana si chiude nel ’90 con un live, Ze best in laiv, che continua a soffrire del suono “stadium- rock” o meglio “studium-rock”: la mania dei live registrati in studio per controllare meglio il suono, con annessi serissimi dubbi sulla vera fonte degli applausi del pubblico, colpisce anche loro. Una carrellata di classici che non risulterebbe neanche male, ma gli Skiantos che fanno i live come Ron non è un bel vedere (e le versioni originali per lo più erano meglio). Da notare che nel giro di soli tre anni i “ragazzotti-Ramazzotti del decoro” della versione originale di Sono Contro si sono trasformati in “ragazzotti-Jovannotti”

Lo stesso anno esce una videocassetta intitolata semplicemente Skiantos. Sul retro, l’elenco di canzoni e poesie fa pensare alla semplice ripresa di un concerto, ma un “grido” avvisa che si tratta della “videonovela” del gruppo. In pratica è il loro A Hard Days Night / Tutti per uno, in stile tra il demenziale, il minimal-urbano e qualche gag metacinematografica, e racconta una storia nella quale i vari Skiantos sono degli sbandatelli che vengono arrestati in circostanze diverse (con un commissario che, dopo aver preso le generalità, chiede a tutti consigli sulla schedina), e una volta in prigione decidono, sulle note di una quanto mai appropriata Karabigniere blues, di formare un gruppo, gli Skiantos, che grazie a/nonostante due improbabilissimi manager diventa famosissimo e amatissimo. Ogni tanto il film si perde, ma le scene di sogno che parodizzano Arancia meccanica sono esilaranti, e le facce di Freak Antoni anche. Nel film ogni tanto c’è, tra sogno e trama, qualche inserto live del gruppo (dal suono e dalle versioni si direbbe che la fonte è la stessa del Laiv), mentre altre canzoni elencate in copertina si sentono in versione originale come colonna sonora: raro che ce ne sia una completa, in un’alternanza frammento di canzone-scena comica che in qualche modo presagisce le modalità della partecipazione a Colorado Cafè Live.

Ma più che la videocassetta, a riportare nel 1991 un po’ di seguito al gruppo è il successo del notevole libro di poesie di Freak Antoni omonimo al disco del rientro: Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti (seguirà il dibattito) vende bene, e porterà all’autore la collaborazione con Comix e la ristampa del vecchio (1981) Stagioni del rock demenziale. Il libro alterna “poesie” vere e proprie ed epigrammi fulminanti, futuri testi di canzone e qualche goliardata, contributi di amici e battute vecchie, pubblicità finte e calembours che già avevano fatto la loro comparsa nei concerti tra una canzone e l’altra e nella videocassetta. Tra gli epigrammi, il celebre “La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”, cui negli anni aggiungerà “e spesso prende la mira”, “anche al buio”. Seguiranno per la “poesia” Badilate di cultura (1995) e Non c’è gusto in Italia ad essere dementi (2005), che contengono anche le teorie sul demenziale di Antoni, mentre su altri argomenti usciranno Vademecum per giovani artisti (1993), Per sopravvivere alla tossicodipendenza (1994) e Mia figlia vuole sposare uno dei Lunapòp (non importa quale) (2001).

E anche per quanto riguarda i dischi, in questo periodo le cose vanno meglio: Signore dei dischi (RTI, 1992), promosso un po’ più degli altri (persino il santino…), ottiene anche più riscontri. La title-track è l’inno delle aspiranti stars (scritto da un gruppo che dal successo era stato mandato in crisi), il folk stile ’70 italiani di Non sopporto il Capodanno è quello (sacrosanto…) di chi odia i rituali festivi, Italiano terrone che amo è un altro riuscito ritratto del Belpaese e Nostalgia della miseria è uno sguardo insolito sull’argomento (specie se scritto da un gruppo che non vende davvero quanto i Beatles…), tra ironia e qualche squarcio memoriale affettivo assente nella versione di questo testo comparsa sul libro. Il nuovo corso qui è “serio” fino a un certo punto, e Calpesta il paralitico e Getta la mamma dal treno impongono il trattamento-Skiantos ai buoni sentimenti (tra parentesi: non c’era bisogno, per la prima, dell’introduzione parlata in cui si spiega che è stato proprio un disabile a chiedere un brano del genere contro il buonismo ipocrita: e che diamine, siete gli Skiantos…), ne La fattanza torna il linguaggio giovanile, in I fatti che contano si prende in giro quello dei media e così, insieme al filosofeggiare tra virgolette di Non hai vinto ritenta, il catalogo è completo.

L’ispirazione generale è molto buona, la musica rimane su coordinate rock classiche (più stonesiane del solito), ma grazie anche a un suono finalmente come si deve brucia di più rispetto ai due lavori precedenti e risulta ben fusa coi testi: il rock fanfaroncello di Italiano…, per esempio, rende perfettamente il soggetto della canzone (inopinatamente tornata alle cronache quando nel 2011 l’allenatore del Verona Mandorlini la canta come sfottò verso i tifosi della Salernitana, con tanto di accuse di razzismo, scuse e polemiche da cui però il gruppo esce indenne: evidentemente, anche se se ne parla poco, sanno tutti benissimo chi sono gli Skiantos e che spirito hanno).

A conferma del buon momento creativo, gli Skiantos pubblicano, a solo un anno di distanza, Saluti da Cortina (RTI, 1993), scritto con orecchio attento e reattivo a quanto si agitava nell’ambito del rock internazionale (“il nuovo rock americano, il grunge americano, quello tosto tosto, Pearl Jam, Nirvana, queste cose qua”; Dandy Bestia). I Nostri svecchiano la formula musicale, finiscono di abbandonare il suono da radio (“quelli siamo noi, siamo noi davvero”) e tirano fuori un disco vivo e grintoso, il migliore dai tempi di Kinotto, caratterizzato da una felice vena satirica e polemica: su questo filone il crossover di Paese scarpa (“cosa pretendi da un paese / che ha la forma di una scarpa?”), il rap stile Zach de la rocha (più o meno) di Sdrucciole, e il ritorno della satira sulla divisa di Il vigile urbano. A proposito di satira e polemiche varie, il successo di Elio e le Storie Tese suscita il risentimento di Freak Antoni, che li accusa di fare denaro con una versione banale e goliardica delle sue intuizioni: Italiano ridens (parolacce a caso e poi “adesso ridi, italiano”) è, probabilmente, dedicata proprio a loro e al loro spirito. D’altra parte era difficile che a un gruppo uscito col punk potesse piacerne uno che ostenta ultratecnica, e al riguardo Antoni dice: “Un gruppo come Elio e le Storie Tese, molto più inattaccabile dal punto di vista musicale, ha trovato la chiave del successo commerciale, nel senso che poi al pubblico ti devi sempre mostrare inattaccabile, ti devi sempre mostrare superiore nella perizia tecnica, in modo che tutti possano mostrare un “Ooooh!” di ammirazione, in modo che il pubblico si senta in qualche modo incapace. A me poi i loro testi sembrano spesso barzellette da bar”.

Parleremo ancora dell’argomento, ma tornando intanto al disco, il difetto è aver messo in apertura le meno riuscite Frontale e L’unica risorsa, energiche ma di maniera, che rischiano di oscurare le ardite metafore tra Cristo, i punk e il ferramenta a tempo funk-rock de Il chiodo, o la geniale Morroidi (il brano musicalmente più particolare del disco), o gemme da ripescare come l’inno rock di Io non mi lavo e Meglio un figlio ladro che un figlio frocio (anche questa tornata in mente a qualcuno quando Alessandra Mussolini, in un dibattito televisivo con Vladimir Luxuria, disse testualmente “meglio fascista che frocio”), mentre Preferisco morire (scherzavo) inaugura a tempo di punk il filone tematico sul tema della grande livellatrice di cui dicevamo all’inizio e Ho perso il filobus ribadisce il senso di inadeguatezza ed alterità rispetto ai valori dominanti.

Un disco importante sebbene meno venduto del precedente: l’orribile cartolina in copertina deve aver scoraggiato qualche acquirente…

Dandy:

Saluti da Cortina è un disco venuto di getto, ci abbiamo messo quattro giorni a registrarlo, tutto in presa diretta, pochissime sovraincisioni, direi che sono una o due. E’ stato buttato giù così come l’abbiamo inventato. Morroidi è nato perché si stava parlando con Freak, in un momento in cui ho avuto una colica renale, e son stato in ospedale una settimana. Non avendo un cazzo da fare uno cosa fa? Legge un sacco di roba: mi sono letto L’idiota di Dostoevskij, che è un bel tomo, e mi sono letto l’Ulisse di Joyce. E ho detto questa cosa: “quando uno è malato ha molto più tempo per se stesso e fa delle cose anche intelligenti”. Allora abbiamo fatto una canzone sulle malattie, così è nata Morroidi. Musicalmente è un esperimento su un accordo solo, mi piaceva l’idea di fare una canzone con un solo riff di chitarra, un po’ come potevano fare i Creedence Clearwater Revival con Run Through The Jungle, o cose simili, l’idea più o meno era quella. Il riff è venuto fuori durante le prove di un concerto, intonai la chitarra e mi misi a fare questo riff. Freak disse “questo qui è molto bello, ricordatelo” e infatti poi lo mettemmo in Morroidi.

Freak:

“E’ un disco che devo dire piacque abbastanza ai dirigenti dell’RTI, ma fu sbagliata completamente la promozione, che comunque fu molto scarsa come al solito. Penso che si attestò tra le cinquemila e le otto-diecimila copie, che sono le copie che noi vendiamo solitamente: tra le cinquemila e le diecimila copie scarse, non sempre diecimila comunque, quindi tra le cinquemila e le ottomila copie, che sono la nostra misura”.

Su, su con quella bandiera

A questo punto finisce anche il periodo RTI, esperienza che, pur registrando il successo di Signore dei dischi, ha riproposto i soliti problemi. La preghiera ha ricevuto poco ascolto, e per un po’ di dischi non si parlerà. I concerti però vanno avanti, con un buon seguito. Al riguardo, Antoni dichiara: “Noi siamo sempre stati molto consolati e sostenuti dal pubblico: questo ci ha motivato in tutti questi anni, altrimenti la situazione sarebbe stata veramente durissima, talmente dura da non avere nemmeno un briciolo di speranza.

Il pubblico, nei concerti dal vivo soprattutto, ha sempre dimostrato di apprezzarci: noi ci manteniamo e riusciamo ad andare avanti e a prolungare il nostro mestiere perché facciamo un numero passabile di concerti durante l’anno – naturalmente più d’estate che d’inverno, tra alti e bassi, però riusciamo a mantenerci. Nello show dal vivo ci mostra interesse, partecipazione, sostegno e anche stima: esiste il famoso “zoccolo duro” anche per noi, cioè una serie di fan che ci consentono di andare avanti perché non hanno remore, difficoltà a mostrare il loro sostegno agli Skiantos. Abbiamo avuto anche un ricambio generazionale, ai nostri concerti vengono anche giovani, anche giovanissimi, anche adolescenti, teenager che cantano insieme a noi i testi delle canzoni, sanno tutte le parole delle canzoni a memoria, anche un po’ indirizzati dai genitori o dai fratelli maggiori, come qualcuno ci ha poi svelato in privato. Ad ogni modo noi continuiamo ad andare avanti per il sostegno del pubblico, non per altro.

Noi abbiamo continuato ad essere bene o male, noi stessi, non è che ci siamo molto adattati. Però devo dire che rimanendo noi stessi siamo riusciti a dialogare abbastanza spontaneamente con le nuove generazioni, non abbiamo avuto molte difficoltà su questo. Direi che le nostre più grosse difficoltà sono nei confronti del potere: il potere della discografia, il potere della promozione televisiva, radiofonica, eccetera, ma non con la gente, non con il pubblico, non con le persone che ci seguono”.

Ma se i problemi con manager e discografici sono in qualche modo nel conto, a volte ne capitano invece di inattesi. Il 1995 vede infatti la controversa partecipazione a Materiale resistente (Il Manifesto), il disco collettivo di rielaborazioni di canti partigiani: qui il problema fu che gli organizzatori non presero in considerazione l’eventualità che i partigiani non approvassero il velo di ironia con cui i nostri avevano reinterpretato Fischia il vento (in realtà la versione non mancava di pathos e partecipazione) e ne seguirono polemiche.

Un altro problema, inatteso e con i discografici, è invece quello che capita al gruppo nel momento in cui, dopo l’esperienza RTI, si mette alla ricerca di una nuova etichetta. Apparentemente gli anni ‘90 erano stati un buon decennio per il rock italiano: numerosi gruppi di origine “indipendente” si erano affacciati sulla scena riscuotendo anche un discreto successo di pubblico, che nel decennio successivo crescerà fino a portare qualcuna di queste band addirittura in classifica, come Marlene Kuntz, Afterhours, Subsonica (e gli Avion Travel a vincere Sanremo, ma questa è un’altra, lunga storia).

In questa fioritura la Mescal aveva svolto un ruolo centrale, producendo e promuovendo come management quasi tutti i nomi più importanti del periodo, e occupandosi, oltre che dei sunnominati, anche di Marco Parente, Cristina Donà, Yo-Yo Mundi, ecc… Sembrava perciò un porto sicuro per un gruppo come il nostro, che doveva battezzarla come etichetta; ma ahimè, le cose trovarono il modo di andare storte anche stavolta, e gli Skiantos si scontrarono con la faccia mercantile della Mescal.

L’unico frutto della collaborazione, infatti, fu Skiantologia vol. 1 (Mescal, 1996), che contrariamente al titolo non è una raccolta (che al limite un senso l’avrebbe avuto), bensì nuove registrazioni di una serie di classici, “nella versione in cui il gruppo le suona attualmente dal vivo”. L’operazione, proposta dal management con la promessa di produrre poi un disco di canzoni nuove, detta così lascia perplessi: esattamente come l’ascolto del disco, esattamente come il ripetersi di quanto successo con Caterina Caselli ai tempi di Ti spalmo la crema.

Le versioni dei classici perdono il confronto con quelle originali, l’occasione e il tentativo di reincidere qualche brano del periodo Bollicine restituendogli un po’ di grinta non produce grandi risultati, e il disco (pur con un suono migliore di quelli del periodo Vasco) non è degno né della Storia, né dei concerti del gruppo (le uniche cose interessanti sono due collages delle canzoni di Inascoltable, che fanno così una prima non canonica comparsa su CD). Per di più, in quel periodo chi vi parla vide il gruppo suonare dal vivo, ed era molto meglio di questo parziale ritorno al mainstream, di questo piccolo passo indietro rispetto ai due dischi precedenti nel percorso che li aveva portati a sganciarsi da un suono “normalizzato”.

Il pubblico non apprezza (gli Skiantos nudi di spalle in copertina non devono aver aiutato le vendite…), e il matrimonio con Mescal termina senza il promesso disco di inediti (ma anche, ed è un bene, senza un vol. 2 dell’antologia…). La sede della loro attività si sposta perciò di nuovo on the road, a suonare davvero dal vivo.

Dandy Bestia: “Feci una mossa, cercai chi produceva musica un pochino più intelligente del resto della massa dei discografici italiani, con la Mescal. E lì subito ci si trovò d’accordo, poi il direttore artistico disse “lasciamo stare un disco di pezzi nuovi, perché non fate una compilation di pezzi vostri famosi come li suonate adesso dal vivo?”. Io ho detto “Bah… a me sembra una vaccata, però …” Avevamo bisogno di tornare sul mercato perché era un pezzo che non facevamo dischi, avevamo tanti pezzi nuovi da fare, ma questa era l’idea, con la promessa di fare, immediatamente dopo questo rilancio sul mercato discografico (così lo chiamavano loro) attraverso tale operazione, un disco totalmente nuovo di pezzi nostri: cosa che poi non si è concretizzata. Un po’ per il cattivo andamento del disco, perché nonostante sia un disco anche suonato bene, però è roba vecchia riscaldata, come tutte le cose vecchie riscaldate alcune volte ci prendi, altre volte no. E in generale in quel disco, pur essendo secondo me suonato molto bene, in certi momenti anche entusiasmante, ci sono però delle cadute, delle cose che lasciano un po’ a desiderare. Per questo andò maluccio anche, credo”.

[Parte quarta]