L’alchimista

Ad astra

La facilità con cui si fanno dischi oggi non è cosa che mi riguardi. Sono qui per spingermi oltre gli ostacoli e ampliare la mente. Per andare oltre i confini a vedere e accettare le sfide e imparare ciò che è necessario affinché io sia soddisfatto. Non me n’è mai importato del successo: mi dedico con tutto me stesso all’arte e alla vita, alla bellezza e al mistero del momento.

Pensate alle cose più eccitanti dell’ultimo ventennio che esulino dal rock con evidenti radici country/blues ed eseguito avvalendosi del relativo, tradizionale apparato sonoro. Lasciatevi andare sotto pelle la vibrazione di house e techno che, dal dancefloor, si prestano a un ascolto “critico”; assaporate la capacità di riscrivere le regole appartenuta al post-rock e, infine, cullatevi nel senso di totalità che investe alcuni dei dischi migliori apparsi negli ultimi due decenni. Da quando, cioè, barriere e muri andarono giustamente a catafascio e si era finalmente felici di ibridare e imbastardire l’esistente in qualcosa di originale e nuovo. Per tornare, tra l’altro, allo spirito originale del “rock” (termine da intendersi nel senso più ampio possibile): andare oltre col cervello spalancato e attraversare un mare di splendide, elettrizzanti possibilità; fregarsene della banalità per vivere ininterrottamente sul filo di un rasoio, stupiti un giorno sì e l’altro pure. Di questo spiccato gusto per la scoperta, forte di una creatività che sfrutta mezzi minimali e non ostenta roboante inutilità – la differenza tra krautrock e progressive, insomma – i progetti cui Hans-Joachim Roedelius (classe 1934 da Berlino) ha posto mano nella sua pluridecennale carriera indagano ogni possibile risvolto.

Ha scoperto mondi inauditi e senza spocchia si comporta da Maestro modesto, schiatta nobile che rifiuta il piedestallo pur conscia del proprio ruolo; che trova ragioni per la vita e l’Arte nel collaborare con chi è sulla medesima lunghezza d’onda, a prescindere dal campo d’azione: “Credi davvero che i Labradford o i Mouse On Mars siano davvero figli dei Cluster? Che proseguano ciò che abbiamo fatto? Non saprei dirlo con certezza e, fosse vero, non è che sto a pensarci più di tanto. Ognuno impara dagli altri, siamo tutti connessi in una sorta di network universale che non ha bisogno di internet per funzionare.” Colui che sa indicare vie nuove poi frequentatissime, lasciandosene trasportare fino a sparirvi dentro come un ancestrale artefice di prodigi. Tutto questo fa di Roedelius un autentico Genio di portata non ignorabile, anche se il tempo dei suoi capolavori è alle spalle e la sua produzione eccessivamente copiosa: ti rimane la certezza che possa consegnare ancora un gran disco, attuale o fuori da ogni epoca mentre intuisce e assapora il respiro del presente. Non potrà uscirsene con novelli Zuckerzeit o Cluster II, ma del resto nemmeno i tempi sono più gli stessi e va allora benissimo così: “Tutte le persone che ho incontrato nella mia carriera hanno lasciato un segno; artisti da ogni parte del mondo che ho avuto l’onore di incontrare e coi quali ho percorso un tratto della mia vita. Molti di loro sono diventati ottimi amici come Tim Story e Alessandra Celletti, oppure Georg Taylor, Peter Baumann, Conny Plank e moltissimi altri.

Il segreto è, verosimilmente, di duplice natura: nel saper scegliere le anime affini, certo, e innanzitutto in un approccio alla materia sonora che è combinazione sapiente di assiduo studio e illuminata casualità. Un po’ come quel Brian Eno la cui strada incrocerà spesso e volentieri, Roedelius ha saputo porsi nei confronti dell’Arte da moderno umanista, collocando l’anima al centro del suo agire, appoggiandosi a una curiosità robusta e sull’applicazione indefessa – quella sì, rigidamente “teutonica” – alla/della tecnologia.

Senza argomenti da comunicare, avrebbe fatto la fine di chi è rimasto schiacciato dalle velleità, dal virtuosismo e dall’eccesso di mezzi. Ecco perché oggi i suoi lavori “storici” sono freschissimi, come se avessero visto la luce la scorsa mattina o la settimana ventura. Giocano con la nostra percezione cronologica perché se ne collocano al di fuori pur essendo databili (che non significa datati…). E’ il pregio di ogni musica innovativa con sentimento: “Non ricordo affatto quale fu il primo disco che acquistai. Sono cresciuto col suono delle bombe e delle granate, c’era poco da divertirsi! In ogni caso, mi piace la musica che abbia rilevanza a prescindere dallo stile. All’epoca del krautrock ero totalmente assorbito da ciò che facevo, ma la vita stessa – con tutta la bellezza e il dolore – era e rimane la principale ispirazione.

per aspera

All’inizio c’erano i Kluster, devoti al nostrano Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza e a Karlheinz Stockhausen. Un ensemble progressivo ma radicale calato dentro un contesto – l’underground tedesco – che stranezze non se ne fece mancare e che prese forma nel fatidico ’68. A Berlino, Conrad Schnitzler, allievo di Joseph Beyus, coinvolge Hans-Joachim Roedelius (già nella comune Human Being; alle spalle un passato da attore fanciullo e militare disertore imprigionato per due anni…) nello Zodiak Free Arts Lab, sorta di Factory locale dedita a un’arte “libera” e multimediale. Palestra per Klaus Schulze e i Tangerine Dream dello stesso Conrad, tra le tante cose, soliti lanciarsi in tirate free-rock di sei ore mentre Hans-Joachim preferisce “essere consapevole di quanto stavo facendo e apprezzare e utilizzare l’attrezzatura tecnica a mia disposizione. Nessun approccio accademico, “solo” molta pratica con rumori, toni e suoni per imparare a utilizzarli e creare un mio linguaggio. Nessun movimento artistico: solo curiosità, divertimento, senso dell’avventura. Sia nella comune Human Being che allo Zodiak sperimentavo come capire il perché sono qui e a quale scopo.

E’ in questo humus che il Nostro si imbatte in Dieter Moebius, studente d’arte grafica svizzero di dieci primavere più giovane, e nel 1970 – dopo che i Tangerine Dream si sfaldano con Electronic Meditation e resuscitano – lo persuade con Schnitzler a formare appunto i Kluster. Faccenda incompromissoria lontana da armonia, ritmo e melodia; che disturba e rimane fuori da qualsiasi corrente coeva. Al punto che si fatica a trovare un’etichetta finché non arriva la Schwann, specializzata in musiche sacre che impone la presenza di almeno una traccia per disco contenente liriche a sfondo religioso. Scappa da ridere, se non fosse che nei due lp – già registrati con Conrad Plank: Klopfzeichen (1970; 7.5/10), Zwei-Osterei (1971; 7.5/10) – non c’è nulla per cui sghignazzare: voci che si accavallano e distorcono su rantoli percussivi; organi dissonanti ed echi minacciosi; i testi sono salmodiati in uno straniante tedesco alimentando morbosità e apprensione. Ci trovate anche chitarre, percussioni, violoncello e flauto, ma più di tutto un senso del (dis)ordine – i Kraftwerk ancora Organisation un vago referente – che si spaccerà poi per nuovissimo chiamandolo “industrial”. Può durare poco senza diventare parodia: nel ‘71 un concerto a Gottinga conclude la vicenda.

E’ una morte necessaria, giacché la crisalide ospita la meravigliosa farfalla Cluster. Si cambia una sola consonante e ciò nonostante la metamorfosi è graduale benché netta, monitorata com’è dal solito Plank: “All’inizio era più o meno una versione musicale dell’Azionismo (tana per i Throbbing Gristle, N.d.A.), e tutti coloro che erano coinvolti nei Kluster sapevano che era il modo giusto di fare; finché non capimmo che quella “musica” non funzionava e idem il lavoro con Schnitzler. Moebius e io avevamo maturato convinzioni differenti su come agire e vivere, pertanto sciogliemmo i Kluster per provare da soli. Come ben sai, le cose funzionarono”.

Occorreranno ventiquattro mesi per carburare tramite due lp non facili, eredità di transizione benché di vaglia. Dapprima la creatura è ancorata ancora un pò al recente passato, e lo chiarisce un primo omonimo edito dalla Philips nel ’71 (7.3/10) colmo di gassosità ambientali, involucri fantasmatici e nervosi che levitano all’ora di chiusura dalle fabbriche della Ruhr verso lo spazio profondo. Come farsi ingoiare da un buco nero, volontariamente. Spetta al successore 2 (Brain, 1972; 7,8/10) restituire un’ancor più attenta, livida riflessione sulla Germania in bilico tra passato drammatico e scintillio dell’industrializzazione. Di renderla metafora dell’occidente prossimo venturo nella sua totalità, teatro di vendette perpetrate dalle divine e progressive sorti e un’indesiderata eredità da scontare come si può, più in fretta che si può. Martin Rev e Alan Vega, frattanto, esplorano inconsapevolmente le stesse minacce latenti, rispondono alle crisi interiori ed esteriori che esploderanno nel ’77. L’estetica urbana e grigio fumo del dopo punk risiede in massima parte qui, sappiatelo.

Torniamo ora al cuore color pece dei Settanta: occorre una svolta dopo aver sviscerato un canone, di nuovo tramite una coppia di vinili. Provvidenziale per la “sterzata” Harmonia di tre anni più tardi l’entrata in scena di Michael Rother, in momentaneo sabbatico dai Neu!: “Ogni cosa nei Cluster e nel nostro lavoro accadeva in maniera accidentale. Così poteva trovare il proprio momento di fiorire e poi morire.” Ci piace tuttavia sottolineare anche una motivazione psico-geografica: dalla città il trio si sposta in una fattoria riconvertita a studio nella rurale Forst, sulle rive del fiume Weser. Zona di foreste e primordiali vedute, di paesaggi che piegano l’anelito di fuga cosmica dall’urbano in un’elettronica bucolica. La terra riconsegna musica e relativi artefici a una dimensione umana: “Rother fu importante, ma è stata più la vita rurale di Forst a cambiare le cose. La bellezza di quella parte della Germania, le vecchie case costruite tre secoli fa, il giardinaggio e la raccolta di frutta selvatica; cucinare e faticare per sopravvivere.

Paesaggi che appaiono sulla copertina di Sowiesoso, parto numero due della nuova vita, essendo il primo il quantico Zuckerzeit (Brain, 1974; 9,0/10) così abbagliante di melodico vignettismo; sorridente e contorto a seconda di chi componga (rispettivamente: Roedelius e Moebius) e in ogni caso in anticipo sull’elettronica ambientale e la trance. Melodie stralunate dai riflessi giocosi (illuminante il titolo: il tempo dello zucchero), tastiere caramellose e drum machine primitive che paiono incartarsi allorché inventano la sognante nostalgia – da Vhs scolorita e stridente – dei Boards Of Canada. Roba per sonorizzare cortometraggi della mente o fungere da commento ai primi esperimenti della tv a colori, inoltre, e non a caso gli Young Marble Giants del Testcard E.P. e gli Stereolab serbano gratitudine.

Non se ne stanno con le mani in mano, i tre: intraprendono un tour e decidono di registrare un nuovo lavoro cambiando ragione sociale. Immutata la grandezza, la forma segue vie più ritmate e altrettanto importanti mediando l’esperienza Neu!. Musik Von Harmonia (Brain, 1974; 8,0/10) viene spinto con adeguato battage pubblicitario dalla casa discografica e vale l’impegno, segnalando il chitarrismo minimale e la pulsione “motorik” rotheriane; assemblato con pazienza su un paio di registratori a bobine, è traslucida magia di pop futurista e cavalcate sospese, sensazionali presentimenti di misterica techno nel nucleo di attuali ossessioni: musica umanissima prodotta con macchine e pazienza da artigiani entusiasti e perciò pulsante, mistica: “Harmonia fu sostanzialmente la via d’uscita di Michael Rother dai Neu!, che non riusciva più a lavorare con Klaus Dinger; desiderava rivitalizzare lo stile dei Neu!, almeno il “tiro” e la bellezza melodica. Andò bene per un po’, poiché come Cluster eravamo dissimili e non potevamo andare avanti all’infinito con la sua idea.” Bellezza che fa il paio col seguito Deluxe (Brain, 1975; 7,5/10), mentre qualcuno ha preso nota e imboccato una favolosa carriera con non pochi parallelismi. Ci arriviamo tra poche righe, magnificando prima gli emozionanti acquerelli Cluster di Sowiesoso (Brain, 1976; 7,5/10) che – paradosso ma mica tanto – sanciscono l’archiviazione del progetto Harmonia.

Ora di accogliere il discepolo Brian Eno e, come spesso accade tra illuminati, inscenare un vantaggioso, duplice scambio. L’ex Roxy Music palesa l’influenza di Zuckerzeit in Another Green World e conseguenza ne è che si rechi in pellegrinaggio a Forst. Il rapporto di reciproca stima evolve nella composizione spontanea di numerosi brani e nelle posteriori collaborazioni: “Incontrare Brian fu un avvenimento grandioso e lo stesso lavorare con lui a tutti quegli album. Suonammo e registrammo assieme ciò che finì sui nostri lp, poi ci chiese il favore di mettere By This River su Before And After Science. Di certo era influenzato da noi anche quando era nei Roxy Music e con le cose che pubblicò dopo con Robert Fripp e da solo. Collaborare fu divertente: eravamo interessati alle sue cose, non intendevamo sottomettere il suo stile.

Comprova ulteriormente il valore dell’operato il fatto che i vinili siano stati ristampati svariate volte in digitale e recentissimamente dalla Bureau-b. Il sublime Cluster & Eno (Sky, 1977; 8,0/10) è l’iniziazione che figlierà la controversa – non per noi – “musica per film e aeroporti”: produce Plank con ospiti di riguardo Holger Czukay e Asmus Tietchens. Il lavoro si racconta gemma che dai prati punta il cielo prima e il cosmo poi come il microfono in copertina; sintesi iridescente di tecnologia minimale e minuetti riflessivi, di intuizioni orientaleggianti ed estatici volteggi. Malinconico col sorriso, spiana la via a generazioni di trafficanti di elettronica e rimembranze da cameretta, stendendosi idillico ponte sul successore After The Heat (Sky, 1977; 7,4/10) figlio delle stesse session. Bizzarramente, trattasi di cosa diversa come si intuisce dall’intestazione – figurano i soli cognomi – e dallo stile, ritmicamente più folto e ricco di “groove”. Sorta di funk bianco surrealista anche se fosco, annebbiato e propenso a interpretare le radici terzomondiste con l’ansia che talvolta percorre il coevo Before After And Science , disperde David Bowie negli strumentali di Low e “Heroes”  inconcepibili senza… – ed è pronta a oltrepassare l’Atlantico verso i Talking Heads. Le strade infatti si dividono: Moebius/Roedelius proseguono come Cluster a stemperare la grandezza in eccellente mestiere, laddove l’indaffarato “non musicista” non ha più un minuto libero.

Resta da citare il recente recupero Tracks And Traces (Gronland, 2009; 7,5/10) che simbolizza un anello mancante nella narrazione. Per l’occasione battezzatisi Harmonia ’76, i ranghi imprimono su nastro materiali destinati a vicende piuttosto complesse: pubblicati una prima volta nel ‘97, sono ritirati dal mercato su pressione di Rother; i master andranno smarriti e successivamente ritrovati. Brian, da par suo, ebbe a definire Harmonia come la band più importate del momento e parteciparvi fu motivo d’orgoglio e ginnastica spirituale. Al supergruppo kraut per antonomasia si aggiunse un illuminato dell’art rock anglosassone e i risultati non potevano essere trascurabili. Vicini per forza di cose al luccichio di Musik Von Harmonia, al sapore melodico di Rother e dell’Eno di lì a venire, a verve ipnotica e oasi liquide che, sommate, danno classe immacolata e rilevanza storica confermata. Da qui si plana in parallelo con lo spegnersi della stagione krauta dentro la progenie new wave e il colpo di coda Rastakrautpasta (Sky, 1980; 7,8/10), pregevole assurdità a firma del solo Moebius (in combutta con Plank…) che cela apocrifi Suicide, giostre dub sinistri e ironia finto-etnologica. Meglio dei conclusivi capitoli clusteriani, benché validissimi e non oltrepassati dal presente, essendo semmai quest’ultimo a essere stato forgiato dal duo. Apprezzabili sono il riepilogare in classicheggiante serenità e nervosismi occasionali di Grosses Wasser (Sky, 1979; 7,2/10) e il più ansiogeno Curiosum (Sky, 1981; 7,2/10), storto di un’elettronica a “fedeltà domestica” che per moltitudini – la Sheffield di allora e la posteriore Warp, per dire – varranno più della stele di Rosetta.

Age of changes

Prolifico fino allo sfiancamento l’Hans Joachim Roedelius da qui in poi, solista che sconfina nel solipsismo e, in tal modo, indica la necessità di avere a fianco qualcuno in cui specchiarsi creativamente. Trentasei fatiche in proprio – cui s’aggiungono quella quindicina tra collaborazioni e progetti vari… – disegnano una discografia intricata e dispersiva dell’innegabile talento. Perché a questi ritmi sbracherebbe chiunque occorre intervenire di setaccio e separare il grano dal loglio, e in ragione di ciò abbiamo deciso di offrirvi un orientamento il più possibile esaustivo che risparmi confusione ed emicranie. Il Nostro comincia alla pari di Moebius nel 1978: si abbandona però quasi del tutto la gloria passata mentre l’ex socio ne riprenderà diverse caratteristiche. Peculiari e non in positivo Durch Die Wüste e Jardin Au Fou, che il tedesco licenzia nel biennio susseguente in pagine didascaliche e rimasugli prog accesi da fiochi bagliori. Non lasciano segni rilevanti e sarebbe stato opportuno del riposo per un Genio prossimo alla cinquantina. Fa così storia a sé il progetto Selbstportraits, tre volumi dal 1979 al 1980 che mettono in scena un guardarsi indietro edulcorando outtakes dei Cluster con un’ambient a base di piano e synth nel frattempo divenuta maniera.

Professionalità e rigore senza colpo ferire anche nell’accademia in scia a Brian e Harold Budd (Lustwandel e Wenn Der Südwind Weht, 1981; Flieg’ Vogel Flieg’, Wasser Im Wind e Offene Türen, 1982) che lambisce  la tappezzeria col passaggio discografico alla Venture. Il lascito migliore di questa fase disordinata appartiene però all’ex compagno di cordata Moebius ed è il sorprendente Zero Set (Sky, 1983; 7,6/10), di freschissima riedizione su Bureau b e complottato a sei mani con l’ubiquo Plank e il batterista dei Guru Guru, Mani Neumeier. Rinfrescante figura, costui, che macina poliritmi math-rock in possenti composizioni che qui i Battles e là citano i King Crimson e Remain In Light. Serve forse a smuovere qualcosa, essendo dodici mesi dopo un (minore) acuto Geschenk des Augenblicks, archi e atmosfere severe ma all’occorrenza delicate che segnalano ritrovata verve avanguardista. Parrebbe la via giusta, sennonché il berlinese devia affidandosi a minuscole label e sentieri laterali di jazz applicato a beat techno. Bastionen Der Liebe guadagna irruento il confine tra jazz-rock e fusion postmoderna, mentre nel ‘94 Theatreworks riprende le sedute con Harmonia ed Eno e campioni da ogni dove per un pregiato avant jazz e una suggestiva neocontemporanea. Lieder Vom Steinfeld e Sinfonia Contempora sono i progetti allestiti poco dopo, il secondo rivelatorio per esito e metodologia: ancora vecchi nastri, però spezzati e sfasati in un straniante armonia.

Resta a lungo l’ultima cosa rilevante fino al nuovo millennio dove – a un’età in cui tanti hanno tirato i remi in barca o non sono più tra noi – Hans Joachim allestisce nuove collaborazioni curiose per quanto in sostanza pletoriche. Eccezione incarnata da Inlandish con Tim Story (Gronland Records, 2008; 7,3/10), equilibrato saggio di cinematismi alla Erik Satie, parentesi cosmiche regalate dal passato illustre e strizzate d’occhio ad Alva Noto. Nondimeno: il passato è difficile scacciarlo e si accovaccia dietro l’angolo, lo si voglia o meno è lì pronto abalzarti addosso. Lungo la ridda di cui sopra i Cluster si riformano e, nel 1990, Apropos guarda alla stessa avant-techno di Grosses Wasser nel frattempo divenuta “hype” del giorno. Così come accade alla riscoperta del rock krauto di lì a qualche anno, che cagiona due tour dei Cluster che toccano Stati Uniti e Giappone e sfoggiano un suono non fossilizzato. Lo ribadisce un disco affatto male – conscio del percorso fatto sin qui benché non passatista – come Qua (Nepenthe Music, 2009; 7,1/10): “Decidemmo di ripartire dopo parecchio tempo perché, in realtà, come Cluster non ci eravamo mai sciolti. Avevamo bisogno di rendercene conto, perché esiste una sorta di motivazione psico-dinamica tra noi dopo tutti questi anni. Non c’è gran differenza tra i Cluster del 2009 e quelli dei Settanta: operiamo nella stessa maniera e non c’è dubbio che le nostre carriere soliste e le esperienze personali influiscano su di noi.

Da cosa nasce cosa, e anche gli Harmonia tornano in pista per un breve momento, lasciando alla fine l’amaro in bocca: “E’ stato bello tornare assieme ma, dal momento che siamo finiti a rimasticare lo stesso vecchio materiale, ho preso interesse e mi sono chiamato fuori. Cluster sono imprevedibilità, sperimentazione e avventura, cambiare strutture e umori.“ Filosofia antica e trionfante che sorregge Roedelius fin dagli albori e oggi gli permette, andando tranquillo incontro al proprio tramonto, di chiudere il cerchio senza dormire sugli allori. In un mondo dove chi pubblica anche un unico e mediocre disco sproloquia da emissario del divino, ne porti in palma di mano la lucidità: “L’attitudine non è mutata. La tecnologia oggi permette un miglior approccio sia dal vivo che in studio; del mercato non ci importa granché, la musica che facciamo si crea da sé un pubblico. Probabilmente molti artisti oggi sono “bloccati” ma potrebbe non essere colpa loro. Il business crea le proprie necessità, che siano o meno rilevanti per la consapevolezza di ciò che è giusto o sbagliato.

Ci sono sempre state persone alle prese con un’arte che tocca spirito e cuore altrui, aiutando a cambiare mentalità. La cosa più complicata rimane rispondere a domande come ‘chi sono’ e ‘cosa faccio ‘qui’.“ Vecchio saggio, Hans Joachim, ha creato anni fa non poco del qui e ora con la quieta modestia e la visione cristallina dei Grandi. Sua la nostra riconoscenza, da qui all’eternità.

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