Boards Of Canada. Da qualche parte …vicini alla città costiera di Inverness, in Scozia
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Edoardo Bridda
- 12 Novembre 2006
Mike Sandison e Marcus Eoin hanno circa sette anni quando iniziano a comporre musica assieme. Lo negano tutt’ora fino alla morte, ma sono sangue dello stesso sangue e la loro casa, allora come oggi, è piena di giocattoli. Pianoforti e chitarre sono facili da trovare quanto i toys sotto il letto e, naturalmente, non mancano né un registratore con il puntino rosso talmente sbiadito da non essere più riconoscibile, né, al suo interno, un’altrettanto macinata cassetta BASF grigia con la banda bordeaux. La vita dei fratelli scorre pacifica tra tv e campetto quando, tra il 1979 e il 1980, in seguito a un profittevole impegno lavorativo del padre che lavora nel campo dell’edilizia, si trasferiscono per un anno a Alberta, in Canada.
Troppo giovani per andare al cinema e senza alcun amico, decidono di passare il tempo davanti allo schermo e a furia di zapping, tra una puntata de L’uomo da sei milioni di dollari e una del Muppet Show, una trasmissione colpisce la loro attenzione, l’unica peraltro a non essere svanita nella trasvolata: è il National Film Board of Canada (noto anche come National Film Board), un format divulgato dall’organizzazione statale omonima per promuove le risorse naturali del Paese la cui colonna sonora, interamente suonata ai sintetizzatori, è (come la pellicola stessa) di quella pasta tipica degli anni Settanta.
Sonorità a base di Tangerine Dream, Vangelis e Jean Michel Jarre, immagini girate in super8 di sagome montane e boschive riempiono così le ore più mortifere del palinsesto televisivo, una noia mortale che per Mike e Marcus è fascino puro.
Completamente stregati e di ritorno con la famiglia a Edimburgo, il passo dalla fantasia alla pratica è breve: diciott’anni di vita totali, trascorrono le giornate per le strade e i campi a caccia di location e situazioni da catturare. Assieme a loro, un gruppuscolo d’amici, assistenti cameramen e aiuto regia; infine, da soli e at home, le primissime agognate sonorizzazioni.
I mezzi tecnologici all’epoca scarseggiano, manca un multitraccia, indispensabile apparecchio per mescolare le piste audio, ma gli escamotage (peraltro tipici di molti bedroom artist di lì a venire) non mancano di certo. Mike e Marcus comprano un secondo registratore con il quale incidere il risultato della riproduzione ottenuta con quello già presente in casa; da una base aggiungono, di volta in volta, un arpeggio di chitarra, un tocco di pianoforte, uno spezzone di audio televisivo e così via, fino a che il registrato, zeppo di fruscii e gracchi, è più vicino all’estetica dell’Industrial di casa Throbbing Gristle che all’ambient music di teutonica memoria, ma tant’è.
È il principio di una flebile figura Boards Of Canada, un miraggio che sembra destinato a dissolversi con la tempesta adolescenziale dietro l’angolo, l’High School.
I templari dell’Hexagon Sun. Le primissime produzioni
Ebollizione e curiosità caratterizzano il periodo scolastico; per i fratelli è tempo di separarsi e interrompere il sodalizio musicale per coltivare progetti diversi: Marcus (come da manuale) si fa catturare dal gruppo thrash metal di turno, mentre il fratello forma una band strumentale che fa largo uso di synth, tapes e percussioni. Il distacco non dura che un paio d’anni: sfogato a sufficienza, Marcus è pronto per rientrare come bassista nella band del fratello maggiore che, nel frattempo, si è specializzato nel musicare i filmati di un collettivo di cui è promotore.
Caratterizzati da streaming in Super8, fotografie ad alto tasso psichedelico e sonorità elettroniche soffuse e stranianti, le prime installazioni, a cui collaborano un numero variabile di giovani artisti locali (che supera abbondantemente la dozzina), sono centrate sulla rappresentazione della nostalgia, del ricordo e della perdita. Probabilmente, sono flussi di coscienza di quella Generation E in dopo(s)ballo, che stava promuovendo una potente alternativa alla tradizione dopolavorista inglese basata sui consueti pub a ritmo rock (e hair metal), ma soprattutto costituiscono un terreno di grande creatività per i ragazzi che sono anche dei veri pionieri nella loro scuola.
Ma se tante idee e spine attaccate sono il sale della creatività, è anche vero che dinamiche e pressioni di gruppo, possono generare le più nefaste entropie e così, separato tra spinte minimaliste, pulsioni punk e tendenze hip hop, il collettivo, almeno per la sezione musicale, si riduce a tre membri, ovvero Mike, Marcus e Chris, gli apostoli più convinti del sintetico.
Pervasi da chissà quale credo, cristiano nei contenuti ma decisamente ortodosso nella forma, i tre iniziano una lunga gavetta di registrazioni e performance live all’insegna della multimedialità e dell’autoproduzione.
Organizzano una kermesse ambient rave – Red Moon – sotto il nome di Hexagon Sun, un appuntamento estivo annuale organizzato assieme a alcuni fedelissimi nella campagna scozzese (che pare si tenga tutt’ora) e iniziano a incidere le prime produzioni per l’audience locale tramite un’etichetta personale chiamata Music70.
Tra il 1987 e il 1993 si susseguono quattro cassette: Catalogue 3 (1987, il terzo di due volumi mai pubblicati), Acid Memories (1989), Closes Volume 1 (1993) e Play By Numbers (1994), tuttavia l’aspetto fanciullesco, caratteristico del loro sound maturo, è solo un miraggio, o tutt’alpiù, una carta nel mazzo. Le tracklist, infatti, si caratterizzano per involuti solipsismi tastieristici nella più tediata vena del Vangelis (e più indietro della kosmische musik tedesca) con qualche sprazzo dell’Aphex Twin di Selected Ambient Works Vol.1 (Warp, novembre 1992) o degli Autechre di Incunabula (Warp, novembre 1993) a far da corredo. Come dire: produzioni altamente trascurabili che, più che ben sperare, fanno temere per il peggio.
Mentre Richard D. James infilava le prime ficcanti produzioni e quei diavolacci elettronici autori di Amber si piazzavano come primi della classe seguiti a ruota dai più ammiccanti Black Dog (poi Plaid e Balil), i Boards Of Canada, a fronte di scarse abilità sampledelico-ritmiche e persistente chiodo fisso per mood ambientali, brancolano tra le alghe come ranocchi nello stagno. Del resto, non possono competere né con il piglio ipnagogico del capellone della Cornovaglia, né fregiarsi dei climax tecnocratici dei mancuniani, limiti che paiono già confinare un flebile sound a un’altrettanto ristretta cerchia di amici e conoscenti.
Sixtyniner – Il periodo Skam Records
Nel 1994, l’anno domini dell’uscita del secondo volume ambient di James e parecchi mesi dalla pubblicazione di Artificial Intelligence (la famosa geografia di talenti mappata dalla Warp nel 1993), Mike e Marcus contano ancora i grani del rosario.
Noncuranti della scena IDM che si sta articolando attorno a loro, pubblicano Hooper Bay (Music 70, 1994), una raccolta di sghembe e interlocutorie elegie in punta di piedi dedicate a un villaggio esquimese chiamato Naparagamiut. Un’operazione simile a quella compiuta – con le dovute proporzioni s’intende – dai Residents in Eskimo che culmina nei negli otto minuti di Noatak, una suggestiva sequenza per xilofoni persi nella notte siderale.
Benché la cassetta pare figlia del classico brancolare senza meta di color che son sospesi, in verità rappresenta un passaggio del testimone: l’anno successivo è la volta di Boc Maxima (Music70, cassetta, 1995), una collezione che evidenzia sia una sintonizzazione con la scena elettronica inglese e, specialmente, una piccola grande svolta.
Tra sequenze oniriche (Wildlife Analisys), primi manifesti (Everything You Do Is A Balloon), qualche accattivante settaggio di drum machine (Chinook), nonché un pizzico di old skool Hip-Hop (nlogax), la raccolta sigla alcuni brani che finiranno dritti nel debutto Music Has The Right To Childern, un frutto che il conciso e mirato Twoism (Music 70, 1995) cercherà di approfondire.
Una strada è dunque intrapresa, in quest’ultima autoproduzione brani come Sixtyniner, Smokes Quantitye l’emblematica traccia omonima costituiscono a pieno titolo una prima sintesi del BOC sound adulto, un mondo sonoro in bilico costante tra mood ambientali (i synth sibillini) e sinistre latitudini sottopelle (la riproduzione di vecchi nastri), breakbeat angelici (il risciacquo primordiale) e sottili melodie psichedeliche (l’abbandono della mente). Bontà che è già buon pane per Sean Booth degli Autechre, che dagli headquarters della mancuniana Skam Records telefona personalmente al duo, sancendo così la fine della prima parte di una gavetta durata quasi dieci anni.
Eppure, se una porta si è aperta, i difetti di forma non mancano: molte sono le soluzioni prese maldestramente a prestito dai compagni d’etichetta (come accade per le linee autechriane di Oirectine o i breakbeat rubati a AFX di Basefree), troppe a dir il vero. Debolezze che l’eppì Hi Score (Skam, dicembre 1996), uscito di lì a poco e con tracce già presenti in Boc Maxima, non fa che confermare (Chinook).
Per dei Boards Of Canada ben poco inclini ad avvilirsi in studio di registrazione, del resto è il momento di suonare dal vivo e giocare su varie piazze. Agganciati alla Skam, per la quale diventano highliners, e con l’aiuto di Booth, Mike e Marcus prendono parte agli happening elettronici che contano: suonano a Londra assieme a Pan Sonic e Autechre (luglio 1996) e al festival di Phoenix (luglio 1997), ampliando così gli orizzonti fuori dell’Isola. Partecipano infine alla serie di 12’’ Mask,realizzata grazie una partnership tra la Skam Records e la bavarese Musik Aus Strom, con due tracce che s’avventurano in percorsi molto distanti da quelli intrapresi sinora. Tra questi, se Korona (su Mask 100) è una trascurabile traccia techno à la Moby periodo Go! (1991), con i nostri a far da custodi della memoria di Twin Peaks, Trapped (di Colonel Abrams) risulta invero curiosa per una complicata ragnatela di roland, synth angolari, trivelle ritmiche e fraseggi soul. La traccia coincide con il debutto dei Boards come remixer e, contemporaneamente, il varo di una nuova ragione, Hell Interface, un side-project che se farà il paio (anche qualitativamente parlando) con l’analogo progetto degli Autechre (Gescom), costituisce, se non altro, il segnale più evidente della maturazione di Mike e Marcus sotto l’aspetto tecnico. Caratteristica che va certamente annoverata tra gli elementi essenziali di un debutto in grande stile, che è già nell’aria: nel febbraio del 1998 i fratelli firmano per la Warp.
Amniotiche verità, avvistamenti di fanciulli sott’acqua – La maturità
1998. L’anno zero. L’entrata nella scuderia più rinomata dell’IDM coincide con la realizzazione di un lunghissimo Music Has The Right To Children, che vede la luce il 20 aprile del 1998.
Nel panorama anglosassone, l’album, uscito grazie a una joint venture tra Skam e Warp Records, si colloca come un tardo tassello ambientale dell’ideologia dell’etichetta di Sheffield, eppure dimostra di possedere la potenza simbolica di un obelisco materializzatosi d’emblée nella campagna inglese.
È un lavoro che sublima anni di ricerche, un compatto e coerente flusso di coscienza di ricordi della pre-adolescenza, una sintesi di mito e sottesi presagi, d’incanto e di rarefazioni temporali.
Compreso il potenziale di un mondo immaginifico, della savana amniotica e delle maree al crepuscolo, i Boards Of Canada siglano così l’apice – tutt’ora insuperato – di una personale poetica.
Remissaggi di brani già apparsi su Boc Maxima, Twoism e Hi Scores si combinano a altri di una sofisticazione inedita; accanto alle trame lineari (seppur off-pitch) delle migliori produzioni del passato, si manifestano complessi intrecci di voci e vocine, sussurri e dialoghi televisivi strappati al tempo, masse liquide che vengono egregiamente scandite una varietà di riff spezzati, dentelli metallici e fruscii cosmici. Evidenze di un lavoro timbrico che si riconduce all’alveo di un’ennesima spettacolare mutazione del tessuto dell’Hip Hop che dopo esser passato nell’acceleratore di particelle Jungle e nella narcosi del Trip-hop, trasfigura in senso angelico, onirico e ultraterreno.
Alex Paterson aveva dimostrato come non ci fosse nessuna differenza di vedute tra gli hippies e i Ravers, Aphex Twin insegnato come si poteva essere compositori classici prendendo a prestito le macchine very cheap dell’Hip-Hop (e smontando e rimontando sintetizzatori), gli Autechre azzerato lo scarto linguistico tra i murales e le microchirurgie ritmiche, dunque i fratelli scozzesi scovano uno stargate evocativo e personale in un’infanzia tra Edimburgo, il Canada naturalistico dei documentari e il pianeta Marte del “c’è l’acqua sottosotto” e dei marziani verde fluo. (7.6/10)
Nei mesi successivi alla pubblicazione, mentre gli scozzesi remissano Vegetarian Soupdegli allora famosi Meat Beat Manifesto (inserendo forzatamente carillon, vocine e spettri di Tangeri nel dub-techno robotico del gruppo che pare non digerire bene l’intrusione) e partecipano alle session di John Peel (primo giugno 1998, pubblicazione su cd per la Warp nell’ottobre dello stesso anno), stupendo l’uomo con due dignitosi inediti (Happy Cycling e quel raga-rock per guerre stellari chiamato Xyz) e una sorprendente versione up-tempo di Aquarius (gioiello taglia e cuci sampledelico di funky e voci di bambini) (6.8/10), il debutto riceve consensi crescenti fino a trionfare nelle classifiche di fine anno di NME, The Wire, Jockey Slut, DJ Magazine.
Grazie a un contratto con la Matador, l’album è distribuito negli USA (settembre 1998) e con l’hype in forte crescita, nel febbraio successivo, è nuovamente nelle indipendent chart inglesi, dove rimane a alte quote per parecchie settimane.
Il successo è inarrestabile: in quegli stessi mesi, la popolare rivista NME inserisce i Boards Of Canada nel gotha neo psichedelico assieme a Mercury Rev e Beta Band e da lì ha luogo l’ennesimo bagno di folla al Warp Records 10th Birthday Party (con Autechre, Squarepusher, Aphex Twin e Mira Calix) e al lighthouse presso il Tamigi a Londra (con, oltre i consueti, anche Plaid e Prefuse 73) .
Tremendous Volcanic Explosions Some Time Occur. Una geografia d’ambienti psichici e mentali
Occorreranno due anni per far smaltire il boom mediatico ai fratelli scozzesi, che dopo un pessimo remix di Midas Touch del gruppo two-step Midnight Star sotto il nome di Hell Interface, e il più discreto make up per Mira Calix (Sandsings), ritornano nei negozi nel novembre del 2000 con In A Beautiful Place Out In The Country (Warp, novembre 2000).
L’eppì, solo apparentemente un’ovazione alla natura e ai filmini del National Board, rappresenta un celato concept sulla strage di Mount Carmel a Waco, in Texas, dove furono uccisi dall’FBI 75 appartenenti della setta Branch Davidian. Per Mike e Marcus, lungi dal dare una svolta dark-ambient alla loro carriera, è uno spartiacque importante: dall’angelico/onirico stream of consciousness, il duo valica le pareti del subconscio approdando agli umori della riflessione adulta. In questo senso, se il pop – naturalmente dilatato – della marittima Kid For Today (con tracce di Pan American) rappresenta un evidente segnale, è la traccia omonima l’effigie dello scarto tematico.
Tra vocalizzi vocoderati à la Daft Punk, un tipico Tum Tum Cha dell’Hip Hop e un sottile sinfonismo à la Badalamenti (sotto forma di pennellate di synth che sanno di organi funebri), il brano bilancia perfettamente un format mai così riconoscibile – pop come non lo è mai stato – eppur vivo e per nulla parco delle caratteristiche misteriose degli esordi.
Appetibilità che non sfuggirà né ai fan sempre più numerosi del gruppo, né al mercato della telefonia. Telecom Italia, quell’anno, commissionerà la sonorizzazione di un spot ai Boards Of Canada che per l’occasione ripropongono Sixteen da Twoism. (7.1/10)
Di questa ulteriore maturazione farà tesoro Geogaddi (Warp / Self, febbraio 2002), secondo album sulla lunga distanza e caleidoscopio di ventitrè spaccati tra natura e contemplazione sull’esistenza, altrettanti tasselli del BOC pensiero sottoposti a sottili strategie oblique.
Asciugato il volume acquatico del precedente lavoro, forata l’ovatta alinea, e usciti dal liquido amniotico della piscina di Cocoon (e da quello non meno mesmerico del festival All Tomorrow’s Partiesdel 2001), i fratelli scozzesi disegnano una variegata geografia d’ambienti fisici e mentali che si traduce nei giochi timbrici sulle voci, di ragazzi e ragazze, prese dalla radio come dalla tv, d’individui sciolti in un’avvolgente pasta ritmica che, di volta in volta, assume le fragranze del soul-pop (Music Is Math, 1959) come dell’etnica (Sunshine Recorder, Opening The Mouth), del down-tempo sincopato (Gyroscope) come dell’aria orchestrata e synth-etica (You Could Feel The Sky), del carillon sfasato (Dawn Chorus) come della piece concreta di field recording (A Is To B As B Is To C, The Devil Is In The Details, Diving Station). Il tutto condito, per la gioia di Scientology (nonché dei fanatici che credono alla cabalistica attorno alla morte di McCartney), di una serie di riferimenti alla matematica e allo spazio (Alpha And Omega, Music Is Math, A Is To B As B Is To C, 1959… ), sequenze e congetture avallate dai Nostri che rincarano la dose tirando in ballo persino la sequenza di Fibonacci.
Ben lontano dall’incarnare le vesti di belzebù (ma sicuramente pronto a vendergli l’anima, come dire, Devil Is In The Details), il secondogenito di casa, ancor oggi venerato dai fan occultisti (alcuni di loro tenutari di website in tutto e per tutto simili a quelli che raccontano la “vera” storia dei Beatles), è un prova frammentaria, con sicuramente alcuni momenti poco incisivi, ma pienamente riuscita. È, in definitiva, una mappa d’immagini di chi ha vissuto a sufficienza per evocare il passato, anche il più remoto, con la giusta pacatezza e il proverbiale distacco. E proprio come le voci dell’infanzia di Music Has The Right To Children sono cresciute e con esse è maturato un diverso modo d’osservarle. (7.1/10)
A Beatiful Day Out In The Country, for real?
Se occorrono ben tre anni per dare un successore a Geogaddy, per Mike e Marcus le pause da un long playing e l’altro non hanno mai costituito un problema. Da anni sono richiesti come remixer e, anche questa volta, trascorrono il tempo al bancone dello studio di registrazione. Nel 2004 rifanno lo smalto a Boom Bip con Last Walk Around Mirror Lake, un lavoro d’ordinanza che non lascia alcuna scia dietro di sé, ma quando pare che la tv li stia assopendo, i fratelli sbucano dal lago di Lockness con due tra i migliori lifting di sempre: Dead Dogs Two per i cLOUDDEAD e Broken Drum per Beck. E con il prima a fregiarsi di una astuta siringata di A Day In The Life dei Beatles con il fantasma di Beck dietro l’angolo, e il secondo a reinventare lo stesso Hansen come avremmo sempre voluto sentirlo in Guero (Beck stesso dichiarerà “è il miglior remix che ho mai commissionato”) ogni dubbio sulla forma dei Boards Of Canada è sciolto mentre crescono le attese per una nuova fatica che si preannuncia calibrata nei suoni e fors’anche ricca d’innovazioni.
The Campfire Headphase (Warp / Self, 17 ottobre 2005), con la copertina caratterizzata da una figura sbavata e consumata come se la pellicola si fosse macchiata di un qualche liquido fosforescente poi sbiadito, non conferma le aspettative che i remix avevano paventato, tuttavia introduce una piccola grande novità, le chitarre.
Mike e Marcus hanno passato gli ultimi due anni a provare e riprovare riff e arpeggi alla sei corde, ripensando il sound alla luce di uno strumento appeso al muro dai tempi del liceo. L’album è una risposta ai loro quesiti ma anche una riapertura all’acustico come alle esterne, agli spazi bucolici dove le linee melodiche costeggiano i flussi della coscienza delle speranze più che delle reminiscenze, delle immagini dei volti che ancora devono venire al mondo, piuttosto che quelli che non ci sono più.
L’iniziale Chromakey Dreamcoat, tra un grezzo arpeggio di chitarra registrato al DAT e poi messo in loop, l’avvicendarsi delle consuete aperture acquatiche e un drumming maggiormente live rispetto agli standard, è il principio di un nuovo corso. Pur con qualche cassetta di scrosci ancora sotto il letto, il file canadese riapre sereno e senza teoremi matematici: Satellite Anthem Icarus è indietronica di marca 2004 senza troppi taglia e cuci, una melodia affogata nel gelato di una psichedelia per sbuffi angelici e vocoder di pannacotta. Niente più off-ptich spinti (tastiere opportunamente stonate) o bambini alieni (alienati) in apnea, la paternità di Marcus sembra aver portato un certo buonismo nelle melodie geogaddiche, armonizzazioni che nella sovraffollata glassa di Peacock Tail denotano maggior produzione, e qualche dubbio. Si respirano momenti convincenti, come nella cinematica Dayvan Cowboy (in crescendo avvolgente), o nelle pennellate blu di Oscar See Thorugh Red Eye (che sembra rinfocolare la fiamma umorale di una Kid For Today); tuttavia, da altre parti (84 Pontiac Dream e Hey Saturnday Sun), in cotanta spazialità sonora, l’aria che tira è quella patinata – ahinoi – della new age.
E se a quattordici anni dal debutto chill-out degli Orb, il leit motiv è sempre il medesimo – How Was The Sky When We Were Young? -, il lavoro più lineare, massimalista e arrangiato dei nostri è anche il più debole: perso il lato scuro della forza (Tears From The Compound Eye), The Campfire Headphase guadagna in colore ma in definitiva perde in carenatura.
Per vie diverse, ma nello stesso incrocio d’interrogativi, l’album porta con sé alcune delle perplessità del popolare fake che, per un po’ di tempo, molti hanno pensato essere l’album originale. Se il falso denotava incertezza ma grande passione per un sound comunque stagionato, l’autentico pur compatto, straordinariamente rifinito e proiettato verso il presente (la folktronica è uno dei piatti forti dell’indie attuale), manca di quella filigrana invisibile, di quel brivido sottopelle, che caratterizzava piccoli capolavori quali In A Beautiful Place Out In The Country, Aquarius (versione Peel Sessions) o Sixtyten. (6.0/10)
